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Solzhenitsyn, la spregevole eredità di un fascista

www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 29-08-17 – n. 641

Solzhenitsyn, la spregevole eredità di un fascista

Nikos Mottas * | communismgr.blogspot.it
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

03/08/2016

Era il 3 agosto 2008 quando morì il “patriarca” dell’anticomunismo, Alexandr Solzhenitsyn. Gli scritti di Solzhenitsyn sono diventati la principale fonte dell’isteria antisovietica e delle colossali calunnie contro il primo Stato socialista. Ancora oggi, l’opera principale di Solzhenitsyn, Arcipelago Gulag, è considerata la “bibbia” anticomunista degli apologeti del capitalismo e della propaganda antisovietica.

La presunta “onestà” delle testimonianze di Solzhenitsyn – che non riuscì mai a dimostrare – furono utilizzate nella costruzione di un’ossessione antistalinista e anticomunista di cui l’Occidente aveva tanto bisogno, soprattutto dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Ma chi era realmente questo russo vincitore del premio Nobel e che credibilità ha la sua narrazione antisovietica?

Il nucleo del lavoro di Solzhenitsyn è ispirato alla sua ferale inimicizia verso il comunismo. Ha cercato di creare per sé l’immagine “dell’eroe”, presentandosi come perseguitato dissidente dell’epoca di Stalin. Coloro che celebrano Solzhenitsyn tendono a dimenticare che la sua condanna del 1946 a otto anni di carcere è frutto della sua attività rivoluzionaria e filonazista. Alexandr Solzhenitsyn non mai nascosto i suoi sentimenti filonazisti. Infatti accusò Stalin di guidare l’URSS in guerra anziché stipulare un accordo con il Terzo Reich. Per Solzhenitsyn, la responsabilità dei milioni di vittime sovietiche nella guerra contro il fascismo era da imputare a Stalin e non alla politica imperialista e espansiva della Germania nazista!

Anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale dichiarava: “L’esercito tedesco poteva liberare l’Unione Sovietica dal comunismo, ma Hitler fu stupido e non usò quell’arma”. “L’arma”, secondo Solzhenitsyn, era lo sforzo dei vari gruppi controrivoluzionari e antistalinisti che operando all’interno dell’URSS potevano determinarne il crollo. Questo “patriota” era un traditore, pronto a vendere il paese e il suo popolo ai nazisti.

Dopo la sua liberazione dalla prigione, Solzhenitsyn iniziò a pubblicare libri in Unione Sovietica, avendo il sostegno del governo di Nikita Khruschev. Infatti, Solzhenitsyn (con le sue favole anticomuniste) divenne utile strumento della nuova agenda revisionista khruscheviana e della cosiddetta “destalinizzazione” dopo il 20° Congresso del CPSU nel 1956.

Lo scopo principale di Solzhenitsyn era quello di denigrare l’Unione Sovietica e il Socialismo. La pubblicazione del libro Una giornata di Ivan Denisovich, aumentò la sua popolarità in Occidente e nel 1970 – forse come riconoscimento della sua posizione antisovietica – ottenne il Premio Nobel per la letteratura. In Solzhenitsyn e nella sua accresciuta fama di scrittore, l’Occidente capitalista – in particolare gli Stati Uniti – trovavano un propagandista anticomunista autentico, soprattutto durante il periodo della guerra fredda. Nel 1974, il nobel russo stigmatizzò la sua cittadinanza sovietica migrando così in Svizzera e poi nel cuore dell’imperialismo, gli Stati Uniti. A questo proposito dobbiamo ricordare che durante i decenni ’70 e ’80 Solzhenitsyn legò il suo nome alle forze più reazionarie dell’imperialismo globale. Mario Sousa, che ha scritto diffusamente denunciando le menzogne riguardanti l’Unione Sovietica, sottolinea: “Furono sepolte le sue simpatie naziste in modo da non interferire con la guerra propagandistica contro il socialismo. Negli Stati Uniti, Solzhenitsyn venne spesso invitato a parlare in importanti convegni. È stato, ad esempio, l’oratore principale del congresso sindacale AFL-CIO nel 1975 e il 15 luglio 1975 fu invitato a tenere una conferenza sulla situazione mondiale al Senato degli Stati Uniti! Le sue conferenze costituiscono un’agitazione violenta e provocatoria, sostenendo e propagandando le posizioni più reazionarie. Tra le altre cose, chiese un nuovo intervento contro il Vietnam dopo la sua vittoria sugli Stati Uniti. E oltre! Dopo 40 anni di fascismo in Portogallo, quando l’ala sinistra delle forze armate prese il potere nella rivoluzione popolare del 1974, Solzhenitsyn iniziò una propaganda a favore dell’ingerenza militare statunitense in Portogallo che, secondo lui, avrebbe aderito al Patto di Varsavia se Gli Stati Uniti non fossero intervenuti! Nelle sue conferenze, Solzhenitsyn ha sempre deplorato la liberazione delle colonie africane del Portogallo”.

Solzhenitsyn ha legato il suo nome al brutale regime fascista del generale Franco in Spagna. “L’icona” della “libertà” non poteva nascondere la sua ideologia fascista: sostenne un certo numero di dittatori, tra cui Pinochet in Cile e Suharto in Indonesia.

Come evidenziò il saggista sudafricano Alex La Guma nel 1974, Solzhenitsyn ottenne un riconoscimento che non sorprende: fu “l’unico scrittore dell’Unione Sovietica, per quanto possiamo ricordare, a superare l’esame della censura razzista e anticomunista del Sudafrica” (Alexander Solzhenitsyn, Life Through a Crooked Eye, African Communist, 1974). Nel suo saggio, La Guma ha concluso che la prospettiva decisamente antisovietica e anticomunista di Solzhenitsyn era implicitamente congruente con i principi ideologici della classe dirigente del Sudafrica e dei suoi servitori. È significativo che Solzhenitsyn, ospite privilegiato di Margaret Thatcher in Downing Street, non abbia mai proferito parola contro l’apartheid razzista sudafricana.

Per Solzhenitsyn l’unica cosa importante era la sua costruzione propagandistica generata dalla sua mente: i 110 milioni (!!!), come scrisse, di “vittime di Stalin”. Le vere vittime, le vittime della brutalità dell’imperialismo in Asia sudorientale, in America Latina e in Africa non avevano importanza per lui. Dopo 18 anni negli Stati Uniti, ritornò in Russia nel 1994, quasi tre anni dopo il totale ripristino del capitalismo da parte dei controrivoluzionari corrotti. Naturalmente, Solzhenitsyn non disse una sola parola sugli eventi sanguinosi del 1993 a Mosca, quando Yeltsin ordinò all’esercito di bombardare la Camera dei Soviet.

Col sopravvento della controrivoluzione in URSS e nell’Europa orientale all’inizio degli anni Novanta, Solzhenitsyn smise di essere l’utile burattino della propaganda anticomunista. Le sue idee chiaramente fasciste e reazionarie non erano più significative per gli interessi degli imperialisti che, dopo gli eventi del 1989-1991, avevano bisogno di un approccio più tecnocratico e neoliberale verso il nuovo status capitalista della Russia.

Nel suo saggio Menzogne sulla storia dell’Unione Sovietica Mario Sousa sottolinea quanto segue:
“Per i capitalisti era un dono del paradiso poter usare un uomo come Solzhenitsyn nella sporca guerra contro il socialismo, ma ogni cosa ha un limite. Nella nuova Russia capitalista, ciò che determina il sostegno dell’Occidente verso i gruppi politici è puramente e semplicemente la capacità di fare buoni affari con profitti elevati sotto l’ala di tali gruppi. Il fascismo come regime politico alternativo per la Russia non è considerato un bene per gli affari. Per questo i piani politici di Solzhenitsyn per la Russia sono lettera morta fintanto che l’Occidentale persegue il suo interesse. Solzhenitsyn vorrebbe per il futuro politico della Russia un ritorno al regime autoritario degli Zar, in armonia con la tradizionale Chiesa ortodossa russa! Anche gli imperialisti più arroganti non sono interessati a sostenere una stupidità politica di questa entità”.

La storia ha riservato una delle sue pagine più scure per Alexandr Solzhenitsyn. Nel 2008, a pochi mesi dalla sua morte, il governo russo ha affrontato una forte reazione popolare alla decisione di dare il suo nome a una via di Mosca. Nei cuori di molti russi, Solzhenitsyn “era morto” molti decenni prima, quando decise consapevolmente di allearsi con i fascisti e con le forze controrivoluzionarie. L’eredità di Solzhenitsyn, quella celebrata dagli apologeti del capitalismo, sarà sempre alla deriva in un arcipelago di fascismo e menzogne.

* Nikos Mottas è il caporedattore di In difesa del comunismo, candidato al dottorato in scienze politiche, relazioni internazionali e storia politica.

 

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1973-2017 : il collasso ideologico della “sinistra” francese (ed europea)

di Bruno Guigue, docente di filosofia e analista politico

Initiative Communiste”, mensile del Polo di Rinascita Comunista in Francia

Nel 1973, il colpo di stato del generale Pinochet contro il Governo di Unità Popolare in Cile provocò un’ondata di indignazione senza precedenti nei settori progressisti del mondo intero. La sinistra europea ne fece il simbolo del cinismo delle classi dominanti che avevano appoggiato questo “pronunciamiento”. Accusò Washington, complice del futuro dittatore, di aver ucciso la democrazia armando le braccia assassine dei militari golpisti. Nel 2017, al contrario, i tentativi di destabilizzazione del potere legittimo in Venezuela hanno raccolto nel migliore dei casi un silenzio infastidito, un sermone moralizzatore, quando non una diatriba antichavista da parte degli ambienti di sinistra, che si trattasse di responsabili politici, di intellettuali che godono di appoggi o di organi di stampa a grande tiratura.
Dal Ps all’estrema sinistra (ad eccezione del “Pôle de renaissance communiste en France”, che ha le idee chiare), si rimesta, si mette insieme capra e cavoli, si rimprovera al Presidente Maduro il suo “autoritarismo” il tutto mentre si accusa l’opposizione di mostrarsi intransigente. Nel caso migliore, si chiede al potere legale di fare dei compromessi, nel peggiore si esige che si dimetta. Manuel Valls, ex primo ministro “socialista”, denuncia la “dittatura di Maduro”. Il suo omologo spagnolo, Felipe Gonzalez, trova scandaloso l’appello alle urne, e incrimina “il montaggio truccato della Costituente”. Il movimento diretto dalla deputata della France Insoumise, Clementine Autain, “Ensemble” condanna il “caudillismo” del potere chiavista. Eric Coquerel, anche lui deputato della France Insoumise e portavoce del Parti de Gauche (il partito fondato da Mélenchon NdT) mette fianco a fianco i violenti che sarebbero dai due lati, pur avvertendo ingenuamente che “non vuole criticare Maduro”.

Cos’è successo tra il 1973 e il 2017? Mezzo secolo fa, la sinistra francese ed europea era generalmente solidale – almeno a parole – con i progressisti e i rivoluzionari dei paesi del Sud. Senza ignorare gli errori commessi e le difficoltà impreviste, non sparava alla schiena dei compagni latinoamericani. Non distribuiva responsabilità ai golpisti e alle loro vittime con giudizi salomonici. Si schierava, a costo di sbagliare, e non praticava, come fa la sinistra attuale, l’autocensura codarda e la concessione all’avversario a mo’ di difesa. Non diceva: tutto questo è molto brutto, e ognuno ha la sua parte di responsabilità in queste violenze riprovevoli. La sinistra francese ed europea degli anni ‘70 era certamente ingenua, ma non aveva paura della sua ombra, e non beatificava a ogni piè sospinto quando si trattava di analizzare una situazione concreta. È incredibile, ma pure i socialisti, come Salvador Allende, pensavano di essere socialisti al punto da rimetterci la vita.

A guardare l’ampiezza del fossato che ci separa da quell’epoca, si hanno le vertigini. La crisi venezuelana fornisce un comodo esempio di questa regressione perché si presta a un confronto con il Cile del 1973. Ma se si allarga lo spettro dell’analisi, si vede bene che il decadimento ideologico è generale, che attraversa le frontiere. Nel momento della liberazione di Aleppo da parte dell’esercito nazionale siriana, nel Dicembre 2016, gli stessi “progressisti” che facevano gli schizzinosi davanti alla difficoltà del chavismo, hanno cantato insieme ai media detenuti dall’oligarchia per accusare Mosca e Damasco delle peggiori atrocità. E la maggior parte dei “partiti di sinistra” francese (Ps, PCF, Parti de Gauche, Npa, Ensemble, i Verdi) hanno organizzato una manifestazione davanti all’ambasciata russa a Parigi, per protestare contro il “massacro” dei civili “presi in ostaggio” nella capitale economica del paese.

Certo, questa indignazione morale a senso unico nascondeva il vero significato di una “presa di ostaggi” che c’è stata, in effetti, ma da parte delle milizie islamiste, e non da parte delle forze siriane. Lo si è visto non appena sono stati creati i primi corridoi umanitari da parte delle autorità legali: i civili sono fuggiti in massa verso le zone governative, a volte sotto le pallottole dei loro gentili protettori in “casco bianco” che giocavano ai barellieri da una parte, e ai jihadisti dall’altra. Per la sinistra, il milione di siriani di Aleppo Ovest bombardata dagli estremisti abbigliati da “ribelli moderati” di Aleppo Est non contano, la sovranità della Siria nemmeno. La liberazione di Aleppo resterà negli annali come un tornante della guerra per procura combattuta contro la Siria. Il destino ha voluto che, purtroppo, segnasse un salto qualitativo nel degrado cerebrale della sinistra francese.

Siria, Venezuela: questi due esempi illustrano le devastazione causati dalla mancanza di analisi unita alla codardia politica. Tutto avviene come se le forze vive di questo paese fossero state anestetizzate da chissà quale sedativo. Partito dalle sfere della “sinistra di governo”, l’allineamento alla doxa diffusa dai media dominanti è generale. Convertita al neoliberismo mondializzato, la vecchia socialdemocrazia non si è accontentata di sparare alla schiena degli ex compagni del Sud, si è anche sparata nei piedi. Trasformata in corrente minoritaria – socialiberale – dentro una destra francese più devota che mai al capitale, il Ps si è lasciato sbranare da Macron, il tutto fare dell’oligarchia capitalista euroatlantica. Negli anni ‘70, la stessa destra francese “chiaramente liberale”, con Giscard d’Estaing”, era più a sinistra del Ps di oggi, e di questo residuo verminoso la cui unica funzione è quella di distribuire scranni ai fuggitivi dell’hollandismo.

Una volta voltata la pagina di Via Solferino (la sede del Ps NdT), si poteva sperare che la “sinistra radicale” ne avrebbe raccolto il testimone, saldando il conto con gli errori passati. Ma la “France Insoumise”, nonostante il suo successo elettorale del 23 Aprile 2017, è un grande corpo molle, senza colonna vertebrale. Si trovano alcuni che pensano che Maduro è un dittatore e altri che pensano che difende il popolo. Quelli che denunciano l’adesione della Francia alla Nato piangevano lacrimoni per la sorte dei mercenari wahabiti di Aleppo. Con la mano sul cuore, si proclama contro l’ingerenza straniera e l’arroganza neocoloniale in Medio Oriente, ma vuole “mandare Assad davanti alla Corte Penale Internazionale”, questo tribunale speciale riservato ai paria del nuovo ordine mondiale. Il Presidente siriano, ci hanno detto, è un “criminale”, ma ci si affida comunque al sacrificio dei suoi soldati per eliminare l’Isis e Al-Qaeda. Queste contraddizioni sarebbero risibili, se non testimoniassero un decadimento più profondo, un vero collasso ideologico.

Potrà anche rompere con la socialdemocrazia, ma questa sinistra aderisce alla visione occidentale del mondo e al suo dirittumanismo a geometria variabile. La sua visione delle relazioni internazionali è direttamente importata dalla doxa pseudo-umanista che divide il mondo in simpatiche democrazie (i nostri amici) e abominevoli dittature (i nostri nemici). Etnocentrica, guarda dall’alto l’antimperialismo lascito del nazionalismo rivoluzionario del Terzo Mondo e del movimento comunista internazionale. Invece studiare Ho Chi Min, Lumumba, Mandela, Castro, Nasser, Che Guevara, Chavez, Morales, legge “Marianne”(una sorta di “l’Espresso” francese NdT) e guarda France 24 (la rainews 24 francese NdT). Pensa che ci siano i buoni e i cattivi, che i buoni ci somigliano e che bisogna bastonare i cattivi. È indignata – o disturbata – quando un capo della destra venezuelana, formata negli Usa dai neoconservatori per eliminare il chavismo, viene incarcerato per aver tentato un colpo di stato. Ma è incapace di spiegare le ragioni della crisi economica e politica del Venezuela. Per evitare le critiche, è restia a spiegare come il blocco degli approvvigionamenti sia stato provocato da una borghesia importatrice che traffica con i dollari e organizza la paralisi delle reti di distribuzione sperando di abbattere il legittimo presidente Maduro.

Indifferente ai movimenti di fondo, questa sinistra si contenta di partecipare all’agitazione di superficie. In preda a una sorta di scherzo pascaliano che la distrae dall’essenziale, essa ignora il peso delle strutture. Per lei, la politica non è un campo di forze, ma un teatro di ombre. Parteggia per le minoranze oppresse di tutto il mondo dimenticando di domandarsi perché certe sono visibili e altre no. Preferisce i curdi siriani ai siriani tout court perché sono una minoranza, senza vedere che questa preferenza serve alla loro strumentalizzazione da parte di Washington che ne fa delle suppellettili e prepara uno smembramento della Siria conformemente al progetto neo-conservatore. Rifiuta di vedere che il rispetto della sovranità degli Stati non è una questione accessoria, che è la rivendicazione principale dei popoli di fronte alle pretese egemoniche di un occidente vassallo di Washington, e che l’ideologia dei diritti umani e la difesa del LGBT serve spesso come paravento per un interventismo occidentale che si interessa soprattutto agli idrocarburi e alle ricchezze minerarie.

Si potrebbe cercare a lungo, nella produzione letteraria di questa sinistra che si dice radicale, degli articoli che spieghino perché a Cuba, malgrado il blocco, il tasso di mortalità infantile sia inferiore a quello degli Usa, la speranza di vita è quella di un paese sviluppato, l’alfabetizzazione è al 98% e ci sono il 48% di donne all’Assemblea del potere popolare. Non leggeremo mai, nemmeno perché il Kerala, questo stato di 33 milioni di abitanti diretto dai comunisti e dai loro alleati dagli anni ‘50, ha l’indice di sviluppo umano di lunga più elevati dell’Unione Indiana, e per quale ragione le donne giocano qui un ruolo sociale e politico di primo piano. Perché le esperienze di sviluppo autonomo e di trasformazione sociale costruiti lontano dai riflettori in angoli esotici non interessano affatto i nostri progressisti, affascinati dalla spuma televisiva e dalle peripezie del circo politico.

Drogata di “moralina”, intossicata da formalismo piccolo-borghese, la sinistra radical-chic firma petizioni, intenta processi e lancia anatemi contro i capi di stato che hanno la brutta abitudine di difendere la sovranità del proprio paese. Questo manicheismo le impedisce il compito di analizzare ciascuna situazione concreta e di guardare oltre il proprio naso. Pensa che il mondo sia uno, omogeneo, attraversato dalle stesse idee, come se tutte le società obbedissero agli stessi principi antropologici, evolvessero secondo gli stessi ritmi. Confonde volentieri il diritto dei popoli all’autodeterminazione e il dovere degli stati di conformarsi ai requisiti di un Occidente che si erge a giudice supremo. Fa pensare all’abolizionismo europeo del XIX secolo, che voleva sopprimere la schiavitù presso gli indigeni, portando la luce della civiltà con la canna del fucile. La sinistra dovrebbe sapere che l’inferno dell’imperialismo oggi, come il colonialismo ieri, è sempre lastricato di buone intenzioni. Nel momento dell’invasione occidentale dell’Afghanistan, nel 2001, non abbiamo mai letto tanti articoli, nella stampa progressista, sull’oppressione delle donne afghane e sull’imperativo morale della loro liberazione. Dopo 15 anni di emancipazione femminile al cannone 105, queste sono più coperte e analfabete che mai.

V.I.Lenin -Opere Complete.Vol da 16 a 18

 

https://paginerosse.wordpress.com/2017/07/27/v-i-lenin-opere-complete-vol-da-16-a-18/

V.I.Lenin – Opere complete-Vol da 11-a- 15

https://paginerosse.wordpress.com/2017/07/04/v-i-lenin-opere-complete-vol-da-11-a-15/

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V.I.Lenin -Opere complete -Vol. 1- a – 10

https://paginerosse.wordpress.com/2017/07/04/v-i-lenin-opere-complete-vol-da-1-10/

 

 

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Finché la guerra non lo ridivida!

Finché la guerra non lo ridivida!
http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtgm03-018466.htm
RMT | unidadylucha.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

22/10/2016

E’ passato più di un secolo da quando Lenin scrisse a Zurigo, tra gennaio e giugno del 1916, la sua celebre opera L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo, edito per la prima volta a metà del 1917. Senza l’apporto leninista è impossibile comprendere molti dei problemi e delle minacce che affronta l’umanità, tra essi, il problema della guerra.

L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo

Ai nostri giorni, per molteplici cause che vanno oltre l’oggetto di questo breve articolo, sono molti coloro che confondono l’imperialismo con una politica estera aggressiva di alcune potenze, specialmente degli USA. Questa posizione parte da un grave errore, quello di separare la politica dalla base economica.

L’imperialismo o capitalismo monopolista è una fase del capitalismo. E’ la sua fase attuale, la sua fase superiore e ultima. E come tale, è caratterizzata da una serie di caratteristiche fondamentali che, per Lenin, sono le seguenti:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo ‘capitale finanziario’, di un’oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
[Lenin, L’imperialismo, 1917, Cap. VII]

La spartizione del mondo tra le grandi potenze

Come si apprende dai punti 4) e 5), nell’analisi leninista viene data un importanza cruciale alla spartizione del mondo tra le potenze capitaliste. Ed effettivamente questa spartizione si realizza attraverso una determinata politica estera. Ma non una politica estera separata dal resto dei lineamenti imperialisti, ma più precisamente, conseguenza degli stessi. Nelle parole di Lenin, “i capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie «proporzionalmente al capitale», «in proporzione alla forza», poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione”. [Lenin, L’imperialismo, 1917, Cap. V]

Nel momento in cui Lenin scrive l’Imperialismo, il mondo era completamente spartito. Adesso, come allora, le nuove ripartizioni avvengono “in proporzione alla forza”, così come successe durante la 1a Guerra Mondiale. Come segnalava il dirigente comunista: “Questi cartelli internazionali che posseggono tutto il mercato mondiale e se lo spartiscono «amichevolmente» – finché una guerra non lo ridivida – sono già più di cento!” [Lenin, L’imperialismo e la scissione del socialismo, 1916]

Controrivoluzione, crisi capitalista e guerra

E ovviamente, da allora, ci sono state nuove ripartizioni. Dopo il trionfo della controrivoluzione in Unione Sovietica e nella maggior parte dei paesi socialisti, l’imperialismo non aveva più il muro di contenimento che per decenni aveva rappresentato il potere operaio. Questo sviluppo “libero” del capitalismo monopolista mise presto in evidenza il peso delle contraddizioni interimperialiste. Le differenti potenze si lanciarono in toto in una spartizione del mondo e la guerra imperialista si è manifestata come continuazione, con mezzi violenti, della politica imperialista. Le guerre di Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, ecc. ci offrono alcuni esempi della relazione diretta tra la politica imperialista e la guerra.

Il grado di esaurimento della formazione capitalista, nella sua fase imperialista di sviluppo, è stato confermato dalla crisi capitalista iniziata alla fine del 2007. Le difficoltà in cui si trovano le classi dominanti per superare la crisi non fanno altro che intensificare le contraddizioni tra le differenti potenze, inserite, in pieno, nella nuova spartizione del mondo. La guerra che si sviluppa in Siria è un tragico esempio di questa spartizione. L’accordo sul cessate il fuoco, che entrò in vigore lo scorso 12 settembre, è stato in realtà negoziato tra USA, UE e Russia, potenze imperialiste che si spartiscono tra di loro un paese sovrano.

La pace, nell’imperialismo, mai smetterà di essere una pace armata. Nessun equilibrio multipolare tra potenze imperialiste cambierà questa realtà. La guerra imperialista sarà sconfitta solo se è sconfitto l’imperialismo stesso. Il prossimo mese si celebra il 99° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia. Si tratta di un buon momento per apprendere dalla storia, per riprendere gli insegnamenti bolscevichi sulla relazione tra guerra e rivoluzione, per riaffermare che la classe operaia non deve collocarsi dietro nessuna borghesia, ma prendere il futuro nelle proprie mani e avanzare, alla testa del popolo, verso il rovesciamento dell’imperialismo, in tutte le sue manifestazioni e in tutti i paesi.

Proletari di tutti i paesi, uniamoci!

 

Lettera di Stalin al compagno Ivanov-Lettera di Ivanov al compagno Stalin

Lettera di Stalin al compagno Ivanov
Lettera di Ivanov al compagno Stalin
AL COMPAGNO STALIN da porte di Ivanov, propagandista
titolare del Comitato di Settore della Gioventù comunista leninista dell’URSS
a Manturov (regione di Kursk).
Caro compagno Stalin,
Vi prego caldamente di chiarirmi la questione seguente: qui da noi, sul posto, come anche nel Comitato regionale della Gioventù Comunista, esistono due maniere di concepire la vittoria definitiva del socialismo nel nostro paese, si confonde cioè, il primo gruppo di contraddizioni con il secondo. Nelle vostre opere sui destini del socialismo nell’Unione
Sovietica si parla di due gruppi di contraddizioni: quelle interne e quelle esterne.
Quanto al primo gruppo di contraddizioni, è chiaro che le abbiamo risolte: il socialismo nell’interno del paese ha trionfato.
Vorrei avere una risposta circa il secondo gruppo di contraddizioni, e cioè quelle esistenti tra il paese del socialismo e i paesi capitalistici. Voi indicate che la vittoria definitiva del socialismo significa la soluzione delle contraddizioni esterne, la completa garanzia contro 1’intervento e, di conseguenza, contro l’instaurazione del capitalismo. Ma questo gruppo di contraddizioni può essere risolto solo mediante gli sforzi degli operai di tutti i paesi.
E anche il compagno Lenin ci insegnava che “si può vincere definitivamente solo su scala
mondiale, solo mediante gli sforzi uniti degli operai di tutti i paesi” .
Al corso per i propagandisti titolari presso il Comitato regionale della Gioventù Comunista leninista dell’U.R.S.S. io ho detto, basandomi sulle vostre opere, che la vittoria del socialismo può essere definitiva solo su scala mondiale; ma i militanti del Comitato regionale, Urogenko (primo segretario del Comitato regionale della Gioventù Comunista) e Kazelkcov (istruttore alla propaganda)
qualificano il mio intervento di uscita trotzkista.
Ho dato loro lettura di citazioni di vostre opere su questa questione ma Urogenko mi ha detto di chiudere il mio volume, affermando che “il compagno Stalin lo diceva nel 1926, mentre ora siamo
già nel 1938; allora non avevamo ancora la vittoria definitiva, mentre ora l’abbiamo, e non si tratta punto ora per noi di pensare all’intervento e alla restaurazione”. Inoltre egli dice: “Noi abbiamo ora la vittoria definitiva del socialismo e abbiamo la piena garanzia contro l’intervento e contro la restaurazione del capitalismo”. Così mi hanno considerato complice del trotzkismo, mi hanno tolto dal lavoro di propaganda, e hanno posto la questione di sapere se posso restare nella Gioventù Comunista.
Vi prego, compagno Stalin, di spiegarmi se abbiamo la vittoria definitiva del socialismo o se non l’abbiamo ancora. Forse non ho trovato finora la documentazione complementare d’attualità su questa questione, in rapporto con i recenti cambiamenti?
Io considero anche come antibolscevica la dichiarazione di Urogenko, che pretende che le opere di Stalin su questa questione sono un po’ invecchiate. E i militanti del Comitato regionale hanno poi avuto ragione di considerarmi un Trotzkista? Ciò mi mortifica molto e mi offende.
Vi prego, compagno Stalin, di volermi rispondere al seguente indirizzo: Ivan Filippovic Ivanov, Soviet del villaggio Pervi Zassiem, distretto di Manturov, regione di Kursk.
18-1-38 Firmato: U. lvanov.

Lettera di Stalin al compagno Ivanov
Al compagno Ivan Filippovic Ivanov,
Voi avete naturalmente ragione, compagno Ivanov, e sono i vostri avversari ideologici, cioè i compagni Urogenko e Kazelkov, che hanno torto. Ed ecco perché. E’ fuor di dubbio che la questione della vittoria del socialismo in un solo paese, in questo caso nel
nostro, ha due diversi aspetti.
Il primo aspetto della questione della vittoria del socialismo nel nostro paese abbraccia il problemadei rapporti tra le classi all’interno del nostro paese. Questo è il campo dei rapporti interni. Può la classe operai del nostro paese sormontare le contraddizioni con i nostri contadini e stabilire con essi un’alleanza, una collaborazione? Può la classe operaia del nostro paese, in alleanza con i contadini, battere la borghesia del nostro paese, strapparle la terra, le officine, le miniere, ecc., e costruire con le sue proprie forze una nuova società senza classi, una compiuta società socialista?
Questi sono i problemi legati al primo aspetto della questione della vittoria del socialismo nel nostro paese.
Il leninismo risponde a questi problemi affermativamente. Lenin insegna che “noi abbiamo tutto ciò che è necessario per l’edificazione di una compiuta società socialista”. Noi possiamo e dobbiamo dunque, con le nostre proprie forze, vincere la nostra
borghesia e costruire la società socialista. Trotzki, Zinoviev, Kamenev e simili messeri, divenuti in seguito spie e agenti del fascismo, negavano la possibilità di edificare il socialismo nel nostro paese senza che prima la rivoluzione socialista avesse vinto negli altri paesi, nei paesi capitalistici. Questi messeri, in sostanza, volevano riportare il nostro paese indietro sulla via dello sviluppo borghese, coprendo la loro apostasia con falsi argomenti sulla “vittoria della rivoluzione” negli altri paesi. E’ proprio su questo punto che si è svolta la discussione nel nostro partito con questi signori.
L’ulteriore andamento dello sviluppo del nostro paese ha mostrato che il Partito aveva ragione, e che Trotzki e compagnia avevano torto.
Infatti, nel frattempo siamo riusciti a liquidare la nostra borghesia, a stabilire una fraterna
collaborazione con i contadini ed a costruire, nell’essenziale, la società socialista, sebbene la rivoluzione socialista non abbia vinto negli altri paesi.
Così stanno le cose per quel che riguarda il primo aspetto della questione della vittoria del
socialismo nel nostro paese.
Io penso, compagno Ivanov, che la vostra controversia coi compagni Urogenko e Kazelkov non riguardi questo aspetto della questione.
Il secondo aspetto della questione della vittoria del socialismo nel nostro paese abbraccia il
problema dei rapporti del nostro paese con gli altri paesi, con i paesi capitalistici, il  problema dei rapporti della classe operai del nostro paese con la borghesia degli altri paesi. Questo è il campo dei rapporti esterni internazionali. Può il socialismo vincere in un paese, che è circondato da potenti paesi capitalistici, considerarsi completamente garantito dal pericolo di un’invasione armata (intervento) e, di conseguenza dal tentativo di restaurazione del capitalismo del nostro paese?
Possono la nostra classe operaia e i nostri contadini con le loro forze, senza un serio aiuto della classe operaia dei paesi capitalistici, vincere la borghesia degli altri paesi, così come hanno vinto la propria borghesia? In altre parole: si può considerare la vittoria del socialismo nel nostro paese definitiva, cioè liberata del pericolo di un’aggressione militare e di tentativi di restaurazione del capitalismo, mentre la vittoria del socialismo esiste solo in un paese, mentre continua ad esistere l’accerchiamento capitalistico.
Tali sono i problemi che si ricollegano al secondo aspetto della questione della `vittoria del
socialismo nel nostro paese. Il leninismo risponde a questi problemi negativamente. Il leninismo  insegna che e la vittoria definitiva del socialismo nel senso di una piena garanzia contro la restaurazione dei rapporti borghesi è possibile solo su scala internazionale (vedi la nota risoluzione della 14.a conferenza del Partito Comunista dell’U.R.S.S.). Ciò significa che il serio aiuto del proletariato internazionale è quella forza senza la quale non può essere risolto il problema della vittoria definitiva del socialismo in un solo paese. Ciò non significa, naturalmente, che noialtri dobbiamo starcene con le braccia incrociate ad aspettare un aiuto dal di fuori. Al contrario, l’aiuto del proletariato internazionale deve essere congiunto col nostro lavoro per il rafforzamento
dell’Esercito Rosso e della Flotta Rossa per la mobilitazione di tutto il paese per la lotta contro l’aggressione militare ai tentativi di restaurazione dei rapporti borghesi.
Ecco quel che, a questo proposito, scrive Lenin: “Noi viviamo non solo in uno Stato, ma in un sistema di Stati, e l’esistenza della Repubblica
Sovietica accanto agli Stati imperialisti per un periodo di tempo non è concepibile. Alla fine, o l’unoo l’altro deve vincere. E nell’attesa che giunga questa fine una serie di scontri terribili tra la Repubblica Sovietica e gli Stati borghesi è inevitabile. Ciò significa che la classe dominante, il proletariato se vuole dominare e dominerà, deve dimostrarlo anche con la sua organizzazione militare” (Vol 24 pagina 122 ediz. russa).
E più in là: “Noi siamo circondati da uomini, da classi, da governi che esprimono apertamente il loro odiocontro di noi. Noi dobbiamo ricordare che siamo sempre a un capello da un’invasione”. (Vol. 27,pag. 117).Ciò è detto con acutezza e con forza, ma onestamente e schiettamente, senza fronzoli, come sapeva parlare Lenin.
Sulla base di queste premesse, nelle questioni di leninismo di Stalin è detto:“La vittoria definitiva del socialismo è la piena garanzia contro i tentativi di intervento, e, quindi di
restaurazione, poiché un tentativo un po’ serio di restaurazione può aver luogo solo con il serio appoggio dal di fuori, solo con l’appoggio del capitale internazionale. Perciò il sostegno della nostra rivoluzione da parte di tutti gli operai dei paesi, e tanto più la vittoria di questi operai, se non altro in alcuni paesi, è la condizione necessaria per la piena garanzia del primo passo vittorioso contro i tentativi di intervento e di restaurazione, la condizione necessaria per la vittoria definitiva del socialismo” (Questioni di leninismo, 1937, pag. 134). Infatti sarebbe ridicolo e sciocco chiudere gli occhi sul fatto dell’accerchiamento capitalistico e pensare che i nostri nemici esterni, ad esempio i fascisti, non tenteranno all’occasione, di compiere un’aggressione armata contro l’U.R.S.S. Possono pensare così solamente dei ciechi fanfaroni e i nemici nascosti, che vogliono addormentare il popolo. Non sarebbe meno ridicolo negare che nel caso di minimo successo dell’intervento militare, gli interventisti tenderebbero, nelle zone da essi
occupate, di distruggere il regime sovietico e di restaurare il regime borghese. Denikin e Kolciak non hanno forse restaurato il regime borghese nelle zone da essi occupate? In che cosa i fascisti sono migliori di Denikin e Kolciak? Negare il pericolo di un intervento militare e di tentativi di restaurazione mentre esiste l’accerchiamento capitalistico, possono farlo solo i confusionari e i nemici nascosti che vogliono nascondere con delle fanfaronate la propria ostilità o che cercano di smobilitare il popolo. Ma è possibile considerare la vittoria del socialismo in un solo paese definitiva se questo paese ha intorno a sé un accerchiamento capitalistico, e se esso non è garantito pienamente contro la minaccia di un intervento e di restaurazione? E’ chiaro che non è possibile.
Così stanno le cose per quel che riguarda la questione della vittoria del socialismo in un solo paese. Ne deriva che questa questione contiene due problemi differenti.
a) il problema dei rapporti interni del nostro paese, cioè il problema della vittoria sulla nostra borghesia e dell’edificazione del socialismo integrale;
b) il problema dei rapporti esterni del nostro paese, cioè il problema della piena garanzia del nostro paese contro i pericoli di un intervento militare e di restaurazione.
Il primo problema è già stato da noi risolto, poiché la nostra borghesia è già liquidata e il socialismo è già edificato nell’essenziale. Questo, da noi, si chiama vittoria del socialismo o, più esattamente, vittoria dell’edificazione socialista in un solo paese. Noi potremmo dire che questa vittoria è definitiva, se il nostro paese si trovasse su un’isola, e se intorno ad esso non vi fossero numerosi altri paesi, dei paesi capitalistici. Ma poiché noi viviamo non su un’isola ma in un “sistema di stati” di cui una parte considerevole è ostile al paese del socialismo, creando così il pericolo di un intervento ed una restaurazione, noi diciamo apertamente a onestamente che la vittoria del socialismo nel nostro paese non è ancora definitiva. Ma da questo consegue che il secondo problema non è ancora risolto e che bisognerà risolverlo. Più ancora: non è possibile risolvere il secondo problema nello stesso modo in cui è stato risolto il primo problema cioè mediante i soli sforzi del nostro paese.
Il secondo problema lo si può risolvere soltanto mediante l’unione dei seri sforzi del proletariato internazionale con gli sforzi ancora più seri di tutto il nostro popolo sovietico. Bisogna rafforzare e consolidare i legami proletari internazionali della classe operaia dell’U.R.S.S. con la classe operaia dei paesi borghesi, bisogna organizzare l’aiuto politico della classe operaia dei paesi borghesi alla classe operaia del nostro paese per il caso di un’aggressione militare, contro il nostro paese, così come bisogna organizzare ogni sorta di aiuto della classe operaia del nostro paese alla classe operaia dei paesi borghesi; bisogna rafforzare e consolidare con tutti i mezzi il nostro Esercito Rosso, la nostra Flotta Rossa, la nostra Aviazione Rossa, la nostra Società d’incoraggiamento alla difesa aero-chimica. Bisogna tenere tutto il nostro popolo in uno stato di mobilitazione perché sia pronto a fare fronte al pericolo di un’aggressione militare, perché “nessun caso” e nessuna manovra
dei nostri nemici esterni ci possa cogliere alla sprovvista…
Dalla Vostra lettera risulta che il compagno Urogenko ha un altro punto di vista, non del tutto leninista. Egli, infatti, afferma che “noi non abbiamo adesso la vittoria definitiva del socialismo e abbiamo la piena garanzia contro l’intervento e contro la restaurazione del capitalismo”. Non vi può essere dubbio che il compagno Urogenko ha fondamentalmente torto. Una simile affermazione del compagno Urogenko può essere spiegata solo con una incomprensione della realtà che ci circonda e con l’ignoranza dei princìpi elementari del leninismo, oppure con la sterile vanteria di un giovane burocrate infatuato della sua persona. Se veramente “abbiamo la piena garanzia contro la restaurazione del capitalismo” abbiamo noi bisogno di un potente Esercito Rosso, d’una Aviazione
Rossa, d’una potente Società d’incoraggiamento della difesa aereo-chimica, del rafforzamento e del consolidamento dei legami proletari internazionali? Non sarebbe meglio adoperare i miliardi che spendiamo per rafforzare l’Esercito Rosso, per altri scopi e ridurre al minimo l’Esercito Rosso o anche scioglierlo del tutto? Persone come il compagno Urogenko anche se soggettivamente sono devote alla nostra causa, oggettivamente sono pericolose per la nostra causa, poiché con la loro vanteria, volontariamente o involontariamente,(è lo stesso) addormentano il nostro popolo, smobilitano gli operai e i contadini e aiutano i nemici a coglierci alla sprovvista nel caso di complicazioni internazionali.
Per quel che riguarda il fatto, compagno Ivanov, che a quanto pare “vi hanno tolto dal lavoro di propaganda e hanno posto la questione di sapere se potete restare nella Gioventù Comunista” non dovete preoccuparvi. Se gli uomini del Comitato regionale della Gioventù Comunista vogliono veramente assomigliare al sottufficiale Priscibeiev, il noto personaggio di Cechov, si può essere certi che ci perderanno. Nel nostro paese i Priscibeiev non piacciono. Adesso potete giudicare se è invecchiato il noto passo del libro “Questioni di leninismo”, a proposito della vittoria del socialismo in un solo paese. Vorrei molto io stesso fosse invecchiato,perché al mondo non vi fossero più cose così spiacevoli come l’accerchiamento capitalistico, il pericolo di una aggressione armata, il pericolo della restaurazione del capitalismo, e così via. Ma purtroppo, queste cose spiacevoli seguitano a esistere.
12-2-l938 STALIN