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V.I.Lenin -Opere Complete.Vol da 16 a 18

 

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V.I.Lenin – Opere complete-Vol da 11-a- 15

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V.I.Lenin -Opere complete -Vol. 1- a – 10

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Finché la guerra non lo ridivida!

Finché la guerra non lo ridivida!
http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtgm03-018466.htm
RMT | unidadylucha.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

22/10/2016

E’ passato più di un secolo da quando Lenin scrisse a Zurigo, tra gennaio e giugno del 1916, la sua celebre opera L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo, edito per la prima volta a metà del 1917. Senza l’apporto leninista è impossibile comprendere molti dei problemi e delle minacce che affronta l’umanità, tra essi, il problema della guerra.

L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo

Ai nostri giorni, per molteplici cause che vanno oltre l’oggetto di questo breve articolo, sono molti coloro che confondono l’imperialismo con una politica estera aggressiva di alcune potenze, specialmente degli USA. Questa posizione parte da un grave errore, quello di separare la politica dalla base economica.

L’imperialismo o capitalismo monopolista è una fase del capitalismo. E’ la sua fase attuale, la sua fase superiore e ultima. E come tale, è caratterizzata da una serie di caratteristiche fondamentali che, per Lenin, sono le seguenti:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo ‘capitale finanziario’, di un’oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
[Lenin, L’imperialismo, 1917, Cap. VII]

La spartizione del mondo tra le grandi potenze

Come si apprende dai punti 4) e 5), nell’analisi leninista viene data un importanza cruciale alla spartizione del mondo tra le potenze capitaliste. Ed effettivamente questa spartizione si realizza attraverso una determinata politica estera. Ma non una politica estera separata dal resto dei lineamenti imperialisti, ma più precisamente, conseguenza degli stessi. Nelle parole di Lenin, “i capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie «proporzionalmente al capitale», «in proporzione alla forza», poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione”. [Lenin, L’imperialismo, 1917, Cap. V]

Nel momento in cui Lenin scrive l’Imperialismo, il mondo era completamente spartito. Adesso, come allora, le nuove ripartizioni avvengono “in proporzione alla forza”, così come successe durante la 1a Guerra Mondiale. Come segnalava il dirigente comunista: “Questi cartelli internazionali che posseggono tutto il mercato mondiale e se lo spartiscono «amichevolmente» – finché una guerra non lo ridivida – sono già più di cento!” [Lenin, L’imperialismo e la scissione del socialismo, 1916]

Controrivoluzione, crisi capitalista e guerra

E ovviamente, da allora, ci sono state nuove ripartizioni. Dopo il trionfo della controrivoluzione in Unione Sovietica e nella maggior parte dei paesi socialisti, l’imperialismo non aveva più il muro di contenimento che per decenni aveva rappresentato il potere operaio. Questo sviluppo “libero” del capitalismo monopolista mise presto in evidenza il peso delle contraddizioni interimperialiste. Le differenti potenze si lanciarono in toto in una spartizione del mondo e la guerra imperialista si è manifestata come continuazione, con mezzi violenti, della politica imperialista. Le guerre di Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, ecc. ci offrono alcuni esempi della relazione diretta tra la politica imperialista e la guerra.

Il grado di esaurimento della formazione capitalista, nella sua fase imperialista di sviluppo, è stato confermato dalla crisi capitalista iniziata alla fine del 2007. Le difficoltà in cui si trovano le classi dominanti per superare la crisi non fanno altro che intensificare le contraddizioni tra le differenti potenze, inserite, in pieno, nella nuova spartizione del mondo. La guerra che si sviluppa in Siria è un tragico esempio di questa spartizione. L’accordo sul cessate il fuoco, che entrò in vigore lo scorso 12 settembre, è stato in realtà negoziato tra USA, UE e Russia, potenze imperialiste che si spartiscono tra di loro un paese sovrano.

La pace, nell’imperialismo, mai smetterà di essere una pace armata. Nessun equilibrio multipolare tra potenze imperialiste cambierà questa realtà. La guerra imperialista sarà sconfitta solo se è sconfitto l’imperialismo stesso. Il prossimo mese si celebra il 99° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia. Si tratta di un buon momento per apprendere dalla storia, per riprendere gli insegnamenti bolscevichi sulla relazione tra guerra e rivoluzione, per riaffermare che la classe operaia non deve collocarsi dietro nessuna borghesia, ma prendere il futuro nelle proprie mani e avanzare, alla testa del popolo, verso il rovesciamento dell’imperialismo, in tutte le sue manifestazioni e in tutti i paesi.

Proletari di tutti i paesi, uniamoci!

 

Lettera di Stalin al compagno Ivanov-Lettera di Ivanov al compagno Stalin

Lettera di Stalin al compagno Ivanov
Lettera di Ivanov al compagno Stalin
AL COMPAGNO STALIN da porte di Ivanov, propagandista
titolare del Comitato di Settore della Gioventù comunista leninista dell’URSS
a Manturov (regione di Kursk).
Caro compagno Stalin,
Vi prego caldamente di chiarirmi la questione seguente: qui da noi, sul posto, come anche nel Comitato regionale della Gioventù Comunista, esistono due maniere di concepire la vittoria definitiva del socialismo nel nostro paese, si confonde cioè, il primo gruppo di contraddizioni con il secondo. Nelle vostre opere sui destini del socialismo nell’Unione
Sovietica si parla di due gruppi di contraddizioni: quelle interne e quelle esterne.
Quanto al primo gruppo di contraddizioni, è chiaro che le abbiamo risolte: il socialismo nell’interno del paese ha trionfato.
Vorrei avere una risposta circa il secondo gruppo di contraddizioni, e cioè quelle esistenti tra il paese del socialismo e i paesi capitalistici. Voi indicate che la vittoria definitiva del socialismo significa la soluzione delle contraddizioni esterne, la completa garanzia contro 1’intervento e, di conseguenza, contro l’instaurazione del capitalismo. Ma questo gruppo di contraddizioni può essere risolto solo mediante gli sforzi degli operai di tutti i paesi.
E anche il compagno Lenin ci insegnava che “si può vincere definitivamente solo su scala
mondiale, solo mediante gli sforzi uniti degli operai di tutti i paesi” .
Al corso per i propagandisti titolari presso il Comitato regionale della Gioventù Comunista leninista dell’U.R.S.S. io ho detto, basandomi sulle vostre opere, che la vittoria del socialismo può essere definitiva solo su scala mondiale; ma i militanti del Comitato regionale, Urogenko (primo segretario del Comitato regionale della Gioventù Comunista) e Kazelkcov (istruttore alla propaganda)
qualificano il mio intervento di uscita trotzkista.
Ho dato loro lettura di citazioni di vostre opere su questa questione ma Urogenko mi ha detto di chiudere il mio volume, affermando che “il compagno Stalin lo diceva nel 1926, mentre ora siamo
già nel 1938; allora non avevamo ancora la vittoria definitiva, mentre ora l’abbiamo, e non si tratta punto ora per noi di pensare all’intervento e alla restaurazione”. Inoltre egli dice: “Noi abbiamo ora la vittoria definitiva del socialismo e abbiamo la piena garanzia contro l’intervento e contro la restaurazione del capitalismo”. Così mi hanno considerato complice del trotzkismo, mi hanno tolto dal lavoro di propaganda, e hanno posto la questione di sapere se posso restare nella Gioventù Comunista.
Vi prego, compagno Stalin, di spiegarmi se abbiamo la vittoria definitiva del socialismo o se non l’abbiamo ancora. Forse non ho trovato finora la documentazione complementare d’attualità su questa questione, in rapporto con i recenti cambiamenti?
Io considero anche come antibolscevica la dichiarazione di Urogenko, che pretende che le opere di Stalin su questa questione sono un po’ invecchiate. E i militanti del Comitato regionale hanno poi avuto ragione di considerarmi un Trotzkista? Ciò mi mortifica molto e mi offende.
Vi prego, compagno Stalin, di volermi rispondere al seguente indirizzo: Ivan Filippovic Ivanov, Soviet del villaggio Pervi Zassiem, distretto di Manturov, regione di Kursk.
18-1-38 Firmato: U. lvanov.

Lettera di Stalin al compagno Ivanov
Al compagno Ivan Filippovic Ivanov,
Voi avete naturalmente ragione, compagno Ivanov, e sono i vostri avversari ideologici, cioè i compagni Urogenko e Kazelkov, che hanno torto. Ed ecco perché. E’ fuor di dubbio che la questione della vittoria del socialismo in un solo paese, in questo caso nel
nostro, ha due diversi aspetti.
Il primo aspetto della questione della vittoria del socialismo nel nostro paese abbraccia il problemadei rapporti tra le classi all’interno del nostro paese. Questo è il campo dei rapporti interni. Può la classe operai del nostro paese sormontare le contraddizioni con i nostri contadini e stabilire con essi un’alleanza, una collaborazione? Può la classe operaia del nostro paese, in alleanza con i contadini, battere la borghesia del nostro paese, strapparle la terra, le officine, le miniere, ecc., e costruire con le sue proprie forze una nuova società senza classi, una compiuta società socialista?
Questi sono i problemi legati al primo aspetto della questione della vittoria del socialismo nel nostro paese.
Il leninismo risponde a questi problemi affermativamente. Lenin insegna che “noi abbiamo tutto ciò che è necessario per l’edificazione di una compiuta società socialista”. Noi possiamo e dobbiamo dunque, con le nostre proprie forze, vincere la nostra
borghesia e costruire la società socialista. Trotzki, Zinoviev, Kamenev e simili messeri, divenuti in seguito spie e agenti del fascismo, negavano la possibilità di edificare il socialismo nel nostro paese senza che prima la rivoluzione socialista avesse vinto negli altri paesi, nei paesi capitalistici. Questi messeri, in sostanza, volevano riportare il nostro paese indietro sulla via dello sviluppo borghese, coprendo la loro apostasia con falsi argomenti sulla “vittoria della rivoluzione” negli altri paesi. E’ proprio su questo punto che si è svolta la discussione nel nostro partito con questi signori.
L’ulteriore andamento dello sviluppo del nostro paese ha mostrato che il Partito aveva ragione, e che Trotzki e compagnia avevano torto.
Infatti, nel frattempo siamo riusciti a liquidare la nostra borghesia, a stabilire una fraterna
collaborazione con i contadini ed a costruire, nell’essenziale, la società socialista, sebbene la rivoluzione socialista non abbia vinto negli altri paesi.
Così stanno le cose per quel che riguarda il primo aspetto della questione della vittoria del
socialismo nel nostro paese.
Io penso, compagno Ivanov, che la vostra controversia coi compagni Urogenko e Kazelkov non riguardi questo aspetto della questione.
Il secondo aspetto della questione della vittoria del socialismo nel nostro paese abbraccia il
problema dei rapporti del nostro paese con gli altri paesi, con i paesi capitalistici, il  problema dei rapporti della classe operai del nostro paese con la borghesia degli altri paesi. Questo è il campo dei rapporti esterni internazionali. Può il socialismo vincere in un paese, che è circondato da potenti paesi capitalistici, considerarsi completamente garantito dal pericolo di un’invasione armata (intervento) e, di conseguenza dal tentativo di restaurazione del capitalismo del nostro paese?
Possono la nostra classe operaia e i nostri contadini con le loro forze, senza un serio aiuto della classe operaia dei paesi capitalistici, vincere la borghesia degli altri paesi, così come hanno vinto la propria borghesia? In altre parole: si può considerare la vittoria del socialismo nel nostro paese definitiva, cioè liberata del pericolo di un’aggressione militare e di tentativi di restaurazione del capitalismo, mentre la vittoria del socialismo esiste solo in un paese, mentre continua ad esistere l’accerchiamento capitalistico.
Tali sono i problemi che si ricollegano al secondo aspetto della questione della `vittoria del
socialismo nel nostro paese. Il leninismo risponde a questi problemi negativamente. Il leninismo  insegna che e la vittoria definitiva del socialismo nel senso di una piena garanzia contro la restaurazione dei rapporti borghesi è possibile solo su scala internazionale (vedi la nota risoluzione della 14.a conferenza del Partito Comunista dell’U.R.S.S.). Ciò significa che il serio aiuto del proletariato internazionale è quella forza senza la quale non può essere risolto il problema della vittoria definitiva del socialismo in un solo paese. Ciò non significa, naturalmente, che noialtri dobbiamo starcene con le braccia incrociate ad aspettare un aiuto dal di fuori. Al contrario, l’aiuto del proletariato internazionale deve essere congiunto col nostro lavoro per il rafforzamento
dell’Esercito Rosso e della Flotta Rossa per la mobilitazione di tutto il paese per la lotta contro l’aggressione militare ai tentativi di restaurazione dei rapporti borghesi.
Ecco quel che, a questo proposito, scrive Lenin: “Noi viviamo non solo in uno Stato, ma in un sistema di Stati, e l’esistenza della Repubblica
Sovietica accanto agli Stati imperialisti per un periodo di tempo non è concepibile. Alla fine, o l’unoo l’altro deve vincere. E nell’attesa che giunga questa fine una serie di scontri terribili tra la Repubblica Sovietica e gli Stati borghesi è inevitabile. Ciò significa che la classe dominante, il proletariato se vuole dominare e dominerà, deve dimostrarlo anche con la sua organizzazione militare” (Vol 24 pagina 122 ediz. russa).
E più in là: “Noi siamo circondati da uomini, da classi, da governi che esprimono apertamente il loro odiocontro di noi. Noi dobbiamo ricordare che siamo sempre a un capello da un’invasione”. (Vol. 27,pag. 117).Ciò è detto con acutezza e con forza, ma onestamente e schiettamente, senza fronzoli, come sapeva parlare Lenin.
Sulla base di queste premesse, nelle questioni di leninismo di Stalin è detto:“La vittoria definitiva del socialismo è la piena garanzia contro i tentativi di intervento, e, quindi di
restaurazione, poiché un tentativo un po’ serio di restaurazione può aver luogo solo con il serio appoggio dal di fuori, solo con l’appoggio del capitale internazionale. Perciò il sostegno della nostra rivoluzione da parte di tutti gli operai dei paesi, e tanto più la vittoria di questi operai, se non altro in alcuni paesi, è la condizione necessaria per la piena garanzia del primo passo vittorioso contro i tentativi di intervento e di restaurazione, la condizione necessaria per la vittoria definitiva del socialismo” (Questioni di leninismo, 1937, pag. 134). Infatti sarebbe ridicolo e sciocco chiudere gli occhi sul fatto dell’accerchiamento capitalistico e pensare che i nostri nemici esterni, ad esempio i fascisti, non tenteranno all’occasione, di compiere un’aggressione armata contro l’U.R.S.S. Possono pensare così solamente dei ciechi fanfaroni e i nemici nascosti, che vogliono addormentare il popolo. Non sarebbe meno ridicolo negare che nel caso di minimo successo dell’intervento militare, gli interventisti tenderebbero, nelle zone da essi
occupate, di distruggere il regime sovietico e di restaurare il regime borghese. Denikin e Kolciak non hanno forse restaurato il regime borghese nelle zone da essi occupate? In che cosa i fascisti sono migliori di Denikin e Kolciak? Negare il pericolo di un intervento militare e di tentativi di restaurazione mentre esiste l’accerchiamento capitalistico, possono farlo solo i confusionari e i nemici nascosti che vogliono nascondere con delle fanfaronate la propria ostilità o che cercano di smobilitare il popolo. Ma è possibile considerare la vittoria del socialismo in un solo paese definitiva se questo paese ha intorno a sé un accerchiamento capitalistico, e se esso non è garantito pienamente contro la minaccia di un intervento e di restaurazione? E’ chiaro che non è possibile.
Così stanno le cose per quel che riguarda la questione della vittoria del socialismo in un solo paese. Ne deriva che questa questione contiene due problemi differenti.
a) il problema dei rapporti interni del nostro paese, cioè il problema della vittoria sulla nostra borghesia e dell’edificazione del socialismo integrale;
b) il problema dei rapporti esterni del nostro paese, cioè il problema della piena garanzia del nostro paese contro i pericoli di un intervento militare e di restaurazione.
Il primo problema è già stato da noi risolto, poiché la nostra borghesia è già liquidata e il socialismo è già edificato nell’essenziale. Questo, da noi, si chiama vittoria del socialismo o, più esattamente, vittoria dell’edificazione socialista in un solo paese. Noi potremmo dire che questa vittoria è definitiva, se il nostro paese si trovasse su un’isola, e se intorno ad esso non vi fossero numerosi altri paesi, dei paesi capitalistici. Ma poiché noi viviamo non su un’isola ma in un “sistema di stati” di cui una parte considerevole è ostile al paese del socialismo, creando così il pericolo di un intervento ed una restaurazione, noi diciamo apertamente a onestamente che la vittoria del socialismo nel nostro paese non è ancora definitiva. Ma da questo consegue che il secondo problema non è ancora risolto e che bisognerà risolverlo. Più ancora: non è possibile risolvere il secondo problema nello stesso modo in cui è stato risolto il primo problema cioè mediante i soli sforzi del nostro paese.
Il secondo problema lo si può risolvere soltanto mediante l’unione dei seri sforzi del proletariato internazionale con gli sforzi ancora più seri di tutto il nostro popolo sovietico. Bisogna rafforzare e consolidare i legami proletari internazionali della classe operaia dell’U.R.S.S. con la classe operaia dei paesi borghesi, bisogna organizzare l’aiuto politico della classe operaia dei paesi borghesi alla classe operaia del nostro paese per il caso di un’aggressione militare, contro il nostro paese, così come bisogna organizzare ogni sorta di aiuto della classe operaia del nostro paese alla classe operaia dei paesi borghesi; bisogna rafforzare e consolidare con tutti i mezzi il nostro Esercito Rosso, la nostra Flotta Rossa, la nostra Aviazione Rossa, la nostra Società d’incoraggiamento alla difesa aero-chimica. Bisogna tenere tutto il nostro popolo in uno stato di mobilitazione perché sia pronto a fare fronte al pericolo di un’aggressione militare, perché “nessun caso” e nessuna manovra
dei nostri nemici esterni ci possa cogliere alla sprovvista…
Dalla Vostra lettera risulta che il compagno Urogenko ha un altro punto di vista, non del tutto leninista. Egli, infatti, afferma che “noi non abbiamo adesso la vittoria definitiva del socialismo e abbiamo la piena garanzia contro l’intervento e contro la restaurazione del capitalismo”. Non vi può essere dubbio che il compagno Urogenko ha fondamentalmente torto. Una simile affermazione del compagno Urogenko può essere spiegata solo con una incomprensione della realtà che ci circonda e con l’ignoranza dei princìpi elementari del leninismo, oppure con la sterile vanteria di un giovane burocrate infatuato della sua persona. Se veramente “abbiamo la piena garanzia contro la restaurazione del capitalismo” abbiamo noi bisogno di un potente Esercito Rosso, d’una Aviazione
Rossa, d’una potente Società d’incoraggiamento della difesa aereo-chimica, del rafforzamento e del consolidamento dei legami proletari internazionali? Non sarebbe meglio adoperare i miliardi che spendiamo per rafforzare l’Esercito Rosso, per altri scopi e ridurre al minimo l’Esercito Rosso o anche scioglierlo del tutto? Persone come il compagno Urogenko anche se soggettivamente sono devote alla nostra causa, oggettivamente sono pericolose per la nostra causa, poiché con la loro vanteria, volontariamente o involontariamente,(è lo stesso) addormentano il nostro popolo, smobilitano gli operai e i contadini e aiutano i nemici a coglierci alla sprovvista nel caso di complicazioni internazionali.
Per quel che riguarda il fatto, compagno Ivanov, che a quanto pare “vi hanno tolto dal lavoro di propaganda e hanno posto la questione di sapere se potete restare nella Gioventù Comunista” non dovete preoccuparvi. Se gli uomini del Comitato regionale della Gioventù Comunista vogliono veramente assomigliare al sottufficiale Priscibeiev, il noto personaggio di Cechov, si può essere certi che ci perderanno. Nel nostro paese i Priscibeiev non piacciono. Adesso potete giudicare se è invecchiato il noto passo del libro “Questioni di leninismo”, a proposito della vittoria del socialismo in un solo paese. Vorrei molto io stesso fosse invecchiato,perché al mondo non vi fossero più cose così spiacevoli come l’accerchiamento capitalistico, il pericolo di una aggressione armata, il pericolo della restaurazione del capitalismo, e così via. Ma purtroppo, queste cose spiacevoli seguitano a esistere.
12-2-l938 STALIN

Annie Lacroix-Riz :Perché il fascismo? *

http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custgi22-018324.htm

Perché il fascismo?

Annie Lacroix-Riz * | initiative-communiste.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/08/2016

Prima parte

Note contemporanee sull’aspetto non ideologico del fascismo: crisi di sovrapproduzione e guerra ai salari

In un’epoca in cui la “sinistra di governo” pretende di contrastare la spinta dell’estrema destra e grida al lupo mentre maltratta e insulta i salariati, è utile riflettere su quello che è successo in Germania durante la crisi del 1930 e in particolare sulle conseguenze della politica nota come “il male minore”.
Il testo seguente, completato da due documenti d’archivio inediti, è un contributo a questa riflessione.

Il fascismo è spesso presentato come una “contro-rivoluzione preventiva” delle classi dirigenti per impedire il rinnovarsi dei disordini politici e sociali che seguirono la prima guerra mondiale (caso tedesco, novembre 1918-gennaio 1919 e italiano 1919-1920). [1]

Esso fu soprattutto una risposta feroce alla crisi di sovrapproduzione che minacciava di far crollare i profitti. Mi limito qui all’esempio del fascismo tedesco, succeduto a quello italiano (ottobre 1922), ma considerato più “perfetto”: l’allineamento delle classi dirigenti dell’Europa continentale su questo modello e la notevole attrazione che ha esercitato su quelle degli Stati Uniti e del Regno Unito ha avuto le stesse motivazioni socio-economiche.

L’accordo ingannevole tra capitale e lavoro del novembre 1918

Il grande padronato tedesco aveva mal digerito le concessioni pubbliche che aveva dovuto fare il 15 novembre 1918 per soffocare la “rivoluzione” che minacciava di seguire la capitolazione del Kaiser Guglielmo II, il 9 novembre. Il “contratto sociale” della Repubblica di Weimar, si basava su una falsa resa. L’ADGB (Confederazione Generale Sindacale Tedesca), maggioritaria, organicamente legata alla SPD e anche essa contro la rivoluzione sociale, aveva contemporaneamente firmato con i delegati padronali un protocollo segreto liberandoli dai loro impegni: i contratti collettivi sui salari e le condizioni di lavoro non si applicano che “in conformità con le condizioni del settore industriale interessato”; “giornata di 8 ore in tutti i settori” se “le principali nazioni industriali” vi aderiscono.

Questo accordo coperto tra Capitale e Lavoro fu l’equivalente sociale dell’alleanza politica segreta “con le forze del vecchio regime”, stretta nel mese di ottobre-novembre dalla SPD con lo Stato Maggiore del Reichswehr, portavoce nel 1918 delle classi dominanti. Completato da una caccia spietata ai rossi, nella quale si distinsero le future “eccellenze” naziste, questo patto “contro natura” lasciava poche possibilità di sopravvivenza alla “Repubblica di Weimar”. [2]

Debito privato e fallimento della Germania

Odioso patto verso quella Repubblica (per quanto buona figlia fosse) nata dalla loro sconfitta pubblica, aristocrazia e grande borghesia la svuotarono subito della sua immagine ingannevole di “sinistra” iniziale. La base sociale di “Weimar” resistette fino all’uragano del 1930 che ha devastato la Germania. Le aziende, i comuni, lo Stato si erano fortemente indebitati presso le grandi banche internazionali dopo la stabilizzazione del marco del 1923-1924 operata sotto tutela americana, per sviluppare le capacità produttive, in particolare al servizio della rivalsa militare.

Così il Reich divenne il più grande debitore internazionale, verso gli Stati Uniti e tutti i paesi del “centro” imperialista. Il capitale finanziario straniero fu dunque un protagonista principale, come negli anni 1920 verso l’enorme debitore italiano, delle drastiche misure adottate dalla Banca dei Regolamenti Internazionali durante le turbolenze dell’estate del 1931 per prorogare il debito tedesco. I dettami di questo club privato di banche centrali fondato dal Piano Young, antenato (ancora in vita) poco noto delle istituzioni americane di Bretton Woods, prefigurarono esattamente quelli adottati nell’ultima fase acuta della crisi sistemica, sotto la tutela delle grandi banche di ogni paese, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale.

Guerra ai salari e politica del “male minore” della SPD

Il crollo dei mercati e dei profitti e l’imperativo di regolare il “debito privato internazionale” esigeva di “schiantare”, oltre gli stipendi, tutti i redditi non monopolistici: questo obiettivo mobilitò le bieche classi dirigenti e i loro creditori statunitensi, inglesi, francesi, ecc. Tra le condizioni imposte nel mese di luglio 1931, per “salvare” il Reich figurava l’integrazione del NSDAP [Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori], vincitore elettorale nel settembre 1930 [si affermava secondo partito, dopo SPD, ndt] grazie al supporto di lunga data (in particolare dal 1923 e l’occupazione della Ruhr) degli industriali in particolare dell’industria pesante, seguiti dal resto del padronato: questa formula inclusiva della destra permetteva, con i suoi metodi di terrore (e seduzione), di spezzare i salari delle vittime senza temere una reazione.

Prima che la NSDAP assumesse il governo nel febbraio del 1933, a fianco della destra “classica”, la missione era stata affidata a organizzazioni operaie “consensuali”. Esse facevano appello ai loro membri di partecipare ai sacrifici presentati come indispensabili per l’interesse nazionale, riducendo i loro salari: il leader di ultra-destra (SPD) del sindacato del legname e dirigente nazionale dell’ADGB, il deputato dell’SPD (1928) Fritz Tarnow nel 1931 sostenne “un matrimonio di convenienza con i padroni” (“non saremo i medici al capezzale del capitalismo?”). La SPD ha sostenne il suo Cancelliere Hermann Müller, che investito dopo il successo elettorale della sinistra, governò con la destra “classica” e tentò una prima “riforma” (di riduzione) delle indennità di disoccupazione (giugno 1928-marzo 1930).

La SPD inoltre sostenne il successore di Müller, Brüning (maggio 1930-maggio 1932) e la rielezione di Hindenburg alla presidenza del Reich (aprile 1932), rimanendo disarmata davanti al colpo di stato della destra alleata con i nazisti (Goering) in Prussia (luglio 1932), dicendo di contare sulle elezioni generali successive (novembre 1932). Tutto in nome del “male minore” contro Hitler mentre la destra, Bruening e Hindenburg in testa, preparavano apertamente l’ascesa del NSDAP. I fautori del “fronte repubblicano” del 21° secolo dovrebbe riflettere sui risultati politici del 1930.

Sinistra tedesca e nazismo

Le chiacchiere sulla colpevolezza di “estremismo di sinistra” del KPD nasconde le responsabilità schiaccianti, percepite come tali dal 1933, della dirigenza della SPD e delle sue organizzazioni, tra cui ADGB [3]. La passività davanti ai padroni e la loro soluzione nazista, spinta fino all’offerta di servizi, servirà da passaporto per la carriera “occidentale” nel dopoguerra, come nel caso di Tarnow: accondiscendente nel 1933 ma respinto dai nazisti e costretto in esilio, rientrò dalla Svezia nel 1946 su sollecitazione statunitense che lo aveva scelto per guidare, contro il rischio di unione con i comunisti nella Bizona del 1947, in Germania Ovest nel 1949 la vecchia federazione sindacale diventata DGB (Deutscher Gewerkschaftsbund).

Non furono i disordini sociali nel 1933 a determinare l’avvento di Hitler al potere: fu il rifiuto della maggior parte delle classi danneggiate di respingere questo assalto contro il loro reddito o la loro passività di fronte a questa “strategia dello shock”, per riprendere l’espressione di Naomi Klein. Contro questa linea, fissata dalle organizzazioni maggioritarie della “sinistra di governo”, combattivi ma isolati, per lo più operai del KPD e della sua “Organizzazione sindacale rossa” (GERD), lottarono valorosamente, prima e dopo il febbraio 1933, ma invano. È urgente riflettervi di fronte a questa crisi sistemica del capitalismo, dove “il medico [di sinistra alla Tarnow] al capezzale del capitalismo” fa finta di credere alla magia degli incantesimi “antifascisti” [4].

A completamento dell’articolo, Annie Lacroix-Riz propone due testi esemplificativi inediti, da lei scoperti e trascritti. A breve verranno tradotti e pubblicati per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare.

Note

*) Annie Lacroix-Riz, professore emerito di Storia Contemporanea, Università Parigi

[1] Pierre Milza, Les fascismes, Paris, Points Seuil, 1991.

[2] Gerald Feldman, Army, Industry and Labour in Germany, 1914-1918, Princeton, 1966, chef-d’œuvre non traduit en français; Gilbert Badia, Histoire de l’Allemagne contemporaine 1933-1962, Paris, Éditions sociales, 1962, et Les spartakistes, 1918: l’Allemagne en révolution, Paris, Julliard, 1966.

[3] RG Préfecture de police, sur « Les événements d’Allemagne » 8 mai, et RG Sûreté nationale SN JC5. A. 4509, Paris, 18 mai 1933, F7 (police générale), vol. 13430, Allemagne, janvier-juin 1933, Archives nationales, second document publié ci-dessous; et Derbent, La résistance communiste allemande, Bruxelles, Aden, 2008 (et transcription en ligne).

[4] Badia, Histoire de l’Allemagne; Lacroix-Riz, Industrialisation et sociétés (1880-1970). L’Allemagne, Paris, Ellipses, 1997; comparaison fascisme français et allemand, Le Choix de la défaite : les élites françaises dans les années 1930, Paris, Armand Colin, 2010, et De Munich à Vichy, l’assassinat de la 3e République, 1938-1940, Paris, Armand Colin, 2008; sur Tarnow, Scissions syndicales, réformisme et impérialismes dominants, Montreuil, Le Temps des cerises, 2015, p. 172, 207-209 et 232. Le document de 1939 publié ci-dessous montre l’effet ravageur sur les salaires et conditions de vie populaires du triomphe patronal de 1933.

Contro il revisionismo

 

 

tratto da: http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=25490706263834_282831581821238_886720738_n

Il revisionismo è la forma moderna con cui la borghesia attacca la classe operaia dall’interno, per impadronirsi delle leve di direzione del suo movimento, per subordinare la classe operaia al potere borghese, frenare i suoi movimenti e condurli alla sconfitta. Cos’è il revisionismo? Il revisionismo è una tendenza che, dall’interno delle file operaie, è degenerata verso la borghesia ed è diventata un sistematico modo di intendere borghese deciso a lottare dall’interno delle file operaie contro la classe operaia.
Il revisionismo moderno porta oggi nelle file operaie il suo attacco, come sempre ci sono stati attacchi nelle file operaie da parte della borghesia. Dai tempi della I Internazionale, via via nella storia delle organizzazioni operaie le degenerazioni opportuniste, riformiste, revisioniste, sono state operazioni di tradimento della classe operaia. Ma il revisionismo moderno è un nemico diverso dal riformismo e dal semplice opportunismo; il revisionismo moderno ha corroso con sistematicità, dall’interno, il Partito comunista e la dittatura del proletariato in URSS e i revisionisti sono stati pronti a realizzare il loro colpo di mano dopo la morte del compagno Stalin instaurando la dittatura della borghesia, marciando verso la ricostruzione del capitalismo in Russia. I revisionisti hanno fatto quest’operazione proclamando di riferirsi a Lenin, a Marx, definendosi marxisti-leninisti, continuando a chiamare il partito: Partito comunista.
Il revisionismo è un piano sistematico di revisione dei princìpi del marxismo-leninismo adoperati per tradire il marxismo-leninismo, è innalzare la bandiera del marxismo-leninismo per combattere contro il marxismo-leninismo, è il tentativo di mantenere con l’inganno la propria direzione sulla classe operaia e sulle masse. Cosa fa il revisionismo? Nega al partito la teoria rivoluzionaria, toglie al Partito comunista i princìpi basilari del suo scopo rivoluzionario e, pur mantenendo apparentemente posizioni, princìpi e idee marxiste-leniniste, organizza però la precisa negazione della concezione proletaria del mondo, della necessità della rivoluzione violenta, della necessità dell’instaurazione della dittatura del proletariato, della necessità quindi della via rivoluzionaria al socialismo.
In questo modo il revisionismo corrompe la pratica del partito e la vita interna del partito, togliendo al partito la prospettiva scientifica della rivoluzione, introduce nel partito una pratica quotidiana apparentemente proletaria, in realtà una pratica di continua mistificazione, di inganno, una pratica opportunista, di cedimento, di scivolamento costante verso la borghesia.
Il partito dominato dalla cricca revisionista diventa una scuola di penetrazione del veleno borghese nei militanti operai. Il partito revisionista si caratterizza per un aspetto fondamentale: la restaurazione al suo interno delle idee fondamentali della borghesia, l’individualismo e l’egoismo. La cricca dirigente revisionista educa il partito revisionista e tutti i suoi membri ad una concezione del mondo opposta alla concezione della classe operaia.
I militanti, sottoposti ad un formale statuto, in realtà non realizzano i contenuti della disciplina proletaria perchè non vigilano più contro gli atteggiamenti borghesi, il personalismo, la corruzione, la degenerazione che avvengono nel partito. All’interno del partito revisionista nato dal tradimento e dalla trasformazione del Partito comunista, avviene una putrefazione costante, l’immissione di elementi borghesi e di idee borghesi, fanno degenerare tutto il suo rapporto con la classe. Ma esso mantiene la forma del Partito comunista, cerca di presentarsi alla classe operaia come il Partito comunista, non dice mai a chiare lettere che la rivoluzione non si deve fare, dice sempre che è meglio un’altra via ed incanala tutto il movimento sulla via riformista di alleanza con la borghesia.
Il revisionismo, nei paesi dove ha corroso lo stato proletario e nei Partiti comunisti dove si è impadronito della direzione, lotta per nascondere la teoria marxista-leninista, priva il partito della teoria marxista-leninista e opera al suo interno per corromperlo e farlo degenerare, per eliminare la vigilanza e la direzione proletaria. Esso consegna al partito la linea riformista e riconquista tutte le degenerazioni storiche interne al movimento operaio, le tesi di Kautsky, di tutti gli opportunisti, di Trotski, di tutti i traditori.
La lotta contro il revisionismo, come dice il presidente Mao, è lotta contro l’individualismo e l’egoismo, è lotta per la piena riaffermazione della concezione proletaria del mondo, dei princìpi marxisti-leninisti del Partito comunista, all’interno del quale vige la disciplina, fondata sulla coscienza della concezione proletaria del mondo e dello stile proletario di combattere. Così, nella lotta contro il revisionismo, non basta una battaglia di statuto, non basta scindere, spaccare il partito revisionista e ricostituire il partito, ma è necessario un processo intenso di critica al revisionismo per costruire il Partito comunista e in questo processo affermare un costume, uno stile e un metodo di vita nel partito e di lavoro fra le masse che corrispondano alla concezione proletaria del mondo e che quindi affermino la profonda vigilanza contro la borghesia, le sue idee e il suo stile di lavoro.
Lottando contro il revisionismo, criticando a fondo il revisionismo, si può far risorgere, alla testa della lotta della classe operaia, l’avanguardia comunista cosciente che sottrae il movimento di massa delle lotte dei lavoratori al dominio della cricca riformista e opportunista, ripropone la saldatura della lotta particolare con la prospettiva della rivoluzione e instaura un chiaro programma e una serie di parole d’ordine volte a guidare la crescita della coscienza rivoluzionaria delle masse verso là presa del potere.

 

occorre che le masse popolari organizzino esse stesse la loro vita, smettano di aspettare e di chiedere che lo faccia la borghesia