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V.I.Lenin -Opere Complete -Vol dal 19 a 29

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Solzhenitsyn, la spregevole eredità di un fascista

www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 29-08-17 – n. 641

Solzhenitsyn, la spregevole eredità di un fascista

Nikos Mottas * | communismgr.blogspot.it
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

03/08/2016

Era il 3 agosto 2008 quando morì il “patriarca” dell’anticomunismo, Alexandr Solzhenitsyn. Gli scritti di Solzhenitsyn sono diventati la principale fonte dell’isteria antisovietica e delle colossali calunnie contro il primo Stato socialista. Ancora oggi, l’opera principale di Solzhenitsyn, Arcipelago Gulag, è considerata la “bibbia” anticomunista degli apologeti del capitalismo e della propaganda antisovietica.

La presunta “onestà” delle testimonianze di Solzhenitsyn – che non riuscì mai a dimostrare – furono utilizzate nella costruzione di un’ossessione antistalinista e anticomunista di cui l’Occidente aveva tanto bisogno, soprattutto dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Ma chi era realmente questo russo vincitore del premio Nobel e che credibilità ha la sua narrazione antisovietica?

Il nucleo del lavoro di Solzhenitsyn è ispirato alla sua ferale inimicizia verso il comunismo. Ha cercato di creare per sé l’immagine “dell’eroe”, presentandosi come perseguitato dissidente dell’epoca di Stalin. Coloro che celebrano Solzhenitsyn tendono a dimenticare che la sua condanna del 1946 a otto anni di carcere è frutto della sua attività rivoluzionaria e filonazista. Alexandr Solzhenitsyn non mai nascosto i suoi sentimenti filonazisti. Infatti accusò Stalin di guidare l’URSS in guerra anziché stipulare un accordo con il Terzo Reich. Per Solzhenitsyn, la responsabilità dei milioni di vittime sovietiche nella guerra contro il fascismo era da imputare a Stalin e non alla politica imperialista e espansiva della Germania nazista!

Anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale dichiarava: “L’esercito tedesco poteva liberare l’Unione Sovietica dal comunismo, ma Hitler fu stupido e non usò quell’arma”. “L’arma”, secondo Solzhenitsyn, era lo sforzo dei vari gruppi controrivoluzionari e antistalinisti che operando all’interno dell’URSS potevano determinarne il crollo. Questo “patriota” era un traditore, pronto a vendere il paese e il suo popolo ai nazisti.

Dopo la sua liberazione dalla prigione, Solzhenitsyn iniziò a pubblicare libri in Unione Sovietica, avendo il sostegno del governo di Nikita Khruschev. Infatti, Solzhenitsyn (con le sue favole anticomuniste) divenne utile strumento della nuova agenda revisionista khruscheviana e della cosiddetta “destalinizzazione” dopo il 20° Congresso del CPSU nel 1956.

Lo scopo principale di Solzhenitsyn era quello di denigrare l’Unione Sovietica e il Socialismo. La pubblicazione del libro Una giornata di Ivan Denisovich, aumentò la sua popolarità in Occidente e nel 1970 – forse come riconoscimento della sua posizione antisovietica – ottenne il Premio Nobel per la letteratura. In Solzhenitsyn e nella sua accresciuta fama di scrittore, l’Occidente capitalista – in particolare gli Stati Uniti – trovavano un propagandista anticomunista autentico, soprattutto durante il periodo della guerra fredda. Nel 1974, il nobel russo stigmatizzò la sua cittadinanza sovietica migrando così in Svizzera e poi nel cuore dell’imperialismo, gli Stati Uniti. A questo proposito dobbiamo ricordare che durante i decenni ’70 e ’80 Solzhenitsyn legò il suo nome alle forze più reazionarie dell’imperialismo globale. Mario Sousa, che ha scritto diffusamente denunciando le menzogne riguardanti l’Unione Sovietica, sottolinea: “Furono sepolte le sue simpatie naziste in modo da non interferire con la guerra propagandistica contro il socialismo. Negli Stati Uniti, Solzhenitsyn venne spesso invitato a parlare in importanti convegni. È stato, ad esempio, l’oratore principale del congresso sindacale AFL-CIO nel 1975 e il 15 luglio 1975 fu invitato a tenere una conferenza sulla situazione mondiale al Senato degli Stati Uniti! Le sue conferenze costituiscono un’agitazione violenta e provocatoria, sostenendo e propagandando le posizioni più reazionarie. Tra le altre cose, chiese un nuovo intervento contro il Vietnam dopo la sua vittoria sugli Stati Uniti. E oltre! Dopo 40 anni di fascismo in Portogallo, quando l’ala sinistra delle forze armate prese il potere nella rivoluzione popolare del 1974, Solzhenitsyn iniziò una propaganda a favore dell’ingerenza militare statunitense in Portogallo che, secondo lui, avrebbe aderito al Patto di Varsavia se Gli Stati Uniti non fossero intervenuti! Nelle sue conferenze, Solzhenitsyn ha sempre deplorato la liberazione delle colonie africane del Portogallo”.

Solzhenitsyn ha legato il suo nome al brutale regime fascista del generale Franco in Spagna. “L’icona” della “libertà” non poteva nascondere la sua ideologia fascista: sostenne un certo numero di dittatori, tra cui Pinochet in Cile e Suharto in Indonesia.

Come evidenziò il saggista sudafricano Alex La Guma nel 1974, Solzhenitsyn ottenne un riconoscimento che non sorprende: fu “l’unico scrittore dell’Unione Sovietica, per quanto possiamo ricordare, a superare l’esame della censura razzista e anticomunista del Sudafrica” (Alexander Solzhenitsyn, Life Through a Crooked Eye, African Communist, 1974). Nel suo saggio, La Guma ha concluso che la prospettiva decisamente antisovietica e anticomunista di Solzhenitsyn era implicitamente congruente con i principi ideologici della classe dirigente del Sudafrica e dei suoi servitori. È significativo che Solzhenitsyn, ospite privilegiato di Margaret Thatcher in Downing Street, non abbia mai proferito parola contro l’apartheid razzista sudafricana.

Per Solzhenitsyn l’unica cosa importante era la sua costruzione propagandistica generata dalla sua mente: i 110 milioni (!!!), come scrisse, di “vittime di Stalin”. Le vere vittime, le vittime della brutalità dell’imperialismo in Asia sudorientale, in America Latina e in Africa non avevano importanza per lui. Dopo 18 anni negli Stati Uniti, ritornò in Russia nel 1994, quasi tre anni dopo il totale ripristino del capitalismo da parte dei controrivoluzionari corrotti. Naturalmente, Solzhenitsyn non disse una sola parola sugli eventi sanguinosi del 1993 a Mosca, quando Yeltsin ordinò all’esercito di bombardare la Camera dei Soviet.

Col sopravvento della controrivoluzione in URSS e nell’Europa orientale all’inizio degli anni Novanta, Solzhenitsyn smise di essere l’utile burattino della propaganda anticomunista. Le sue idee chiaramente fasciste e reazionarie non erano più significative per gli interessi degli imperialisti che, dopo gli eventi del 1989-1991, avevano bisogno di un approccio più tecnocratico e neoliberale verso il nuovo status capitalista della Russia.

Nel suo saggio Menzogne sulla storia dell’Unione Sovietica Mario Sousa sottolinea quanto segue:
“Per i capitalisti era un dono del paradiso poter usare un uomo come Solzhenitsyn nella sporca guerra contro il socialismo, ma ogni cosa ha un limite. Nella nuova Russia capitalista, ciò che determina il sostegno dell’Occidente verso i gruppi politici è puramente e semplicemente la capacità di fare buoni affari con profitti elevati sotto l’ala di tali gruppi. Il fascismo come regime politico alternativo per la Russia non è considerato un bene per gli affari. Per questo i piani politici di Solzhenitsyn per la Russia sono lettera morta fintanto che l’Occidentale persegue il suo interesse. Solzhenitsyn vorrebbe per il futuro politico della Russia un ritorno al regime autoritario degli Zar, in armonia con la tradizionale Chiesa ortodossa russa! Anche gli imperialisti più arroganti non sono interessati a sostenere una stupidità politica di questa entità”.

La storia ha riservato una delle sue pagine più scure per Alexandr Solzhenitsyn. Nel 2008, a pochi mesi dalla sua morte, il governo russo ha affrontato una forte reazione popolare alla decisione di dare il suo nome a una via di Mosca. Nei cuori di molti russi, Solzhenitsyn “era morto” molti decenni prima, quando decise consapevolmente di allearsi con i fascisti e con le forze controrivoluzionarie. L’eredità di Solzhenitsyn, quella celebrata dagli apologeti del capitalismo, sarà sempre alla deriva in un arcipelago di fascismo e menzogne.

* Nikos Mottas è il caporedattore di In difesa del comunismo, candidato al dottorato in scienze politiche, relazioni internazionali e storia politica.

 

1973-2017 : il collasso ideologico della “sinistra” francese (ed europea)

di Bruno Guigue, docente di filosofia e analista politico

Initiative Communiste”, mensile del Polo di Rinascita Comunista in Francia

Nel 1973, il colpo di stato del generale Pinochet contro il Governo di Unità Popolare in Cile provocò un’ondata di indignazione senza precedenti nei settori progressisti del mondo intero. La sinistra europea ne fece il simbolo del cinismo delle classi dominanti che avevano appoggiato questo “pronunciamiento”. Accusò Washington, complice del futuro dittatore, di aver ucciso la democrazia armando le braccia assassine dei militari golpisti. Nel 2017, al contrario, i tentativi di destabilizzazione del potere legittimo in Venezuela hanno raccolto nel migliore dei casi un silenzio infastidito, un sermone moralizzatore, quando non una diatriba antichavista da parte degli ambienti di sinistra, che si trattasse di responsabili politici, di intellettuali che godono di appoggi o di organi di stampa a grande tiratura.
Dal Ps all’estrema sinistra (ad eccezione del “Pôle de renaissance communiste en France”, che ha le idee chiare), si rimesta, si mette insieme capra e cavoli, si rimprovera al Presidente Maduro il suo “autoritarismo” il tutto mentre si accusa l’opposizione di mostrarsi intransigente. Nel caso migliore, si chiede al potere legale di fare dei compromessi, nel peggiore si esige che si dimetta. Manuel Valls, ex primo ministro “socialista”, denuncia la “dittatura di Maduro”. Il suo omologo spagnolo, Felipe Gonzalez, trova scandaloso l’appello alle urne, e incrimina “il montaggio truccato della Costituente”. Il movimento diretto dalla deputata della France Insoumise, Clementine Autain, “Ensemble” condanna il “caudillismo” del potere chiavista. Eric Coquerel, anche lui deputato della France Insoumise e portavoce del Parti de Gauche (il partito fondato da Mélenchon NdT) mette fianco a fianco i violenti che sarebbero dai due lati, pur avvertendo ingenuamente che “non vuole criticare Maduro”.

Cos’è successo tra il 1973 e il 2017? Mezzo secolo fa, la sinistra francese ed europea era generalmente solidale – almeno a parole – con i progressisti e i rivoluzionari dei paesi del Sud. Senza ignorare gli errori commessi e le difficoltà impreviste, non sparava alla schiena dei compagni latinoamericani. Non distribuiva responsabilità ai golpisti e alle loro vittime con giudizi salomonici. Si schierava, a costo di sbagliare, e non praticava, come fa la sinistra attuale, l’autocensura codarda e la concessione all’avversario a mo’ di difesa. Non diceva: tutto questo è molto brutto, e ognuno ha la sua parte di responsabilità in queste violenze riprovevoli. La sinistra francese ed europea degli anni ‘70 era certamente ingenua, ma non aveva paura della sua ombra, e non beatificava a ogni piè sospinto quando si trattava di analizzare una situazione concreta. È incredibile, ma pure i socialisti, come Salvador Allende, pensavano di essere socialisti al punto da rimetterci la vita.

A guardare l’ampiezza del fossato che ci separa da quell’epoca, si hanno le vertigini. La crisi venezuelana fornisce un comodo esempio di questa regressione perché si presta a un confronto con il Cile del 1973. Ma se si allarga lo spettro dell’analisi, si vede bene che il decadimento ideologico è generale, che attraversa le frontiere. Nel momento della liberazione di Aleppo da parte dell’esercito nazionale siriana, nel Dicembre 2016, gli stessi “progressisti” che facevano gli schizzinosi davanti alla difficoltà del chavismo, hanno cantato insieme ai media detenuti dall’oligarchia per accusare Mosca e Damasco delle peggiori atrocità. E la maggior parte dei “partiti di sinistra” francese (Ps, PCF, Parti de Gauche, Npa, Ensemble, i Verdi) hanno organizzato una manifestazione davanti all’ambasciata russa a Parigi, per protestare contro il “massacro” dei civili “presi in ostaggio” nella capitale economica del paese.

Certo, questa indignazione morale a senso unico nascondeva il vero significato di una “presa di ostaggi” che c’è stata, in effetti, ma da parte delle milizie islamiste, e non da parte delle forze siriane. Lo si è visto non appena sono stati creati i primi corridoi umanitari da parte delle autorità legali: i civili sono fuggiti in massa verso le zone governative, a volte sotto le pallottole dei loro gentili protettori in “casco bianco” che giocavano ai barellieri da una parte, e ai jihadisti dall’altra. Per la sinistra, il milione di siriani di Aleppo Ovest bombardata dagli estremisti abbigliati da “ribelli moderati” di Aleppo Est non contano, la sovranità della Siria nemmeno. La liberazione di Aleppo resterà negli annali come un tornante della guerra per procura combattuta contro la Siria. Il destino ha voluto che, purtroppo, segnasse un salto qualitativo nel degrado cerebrale della sinistra francese.

Siria, Venezuela: questi due esempi illustrano le devastazione causati dalla mancanza di analisi unita alla codardia politica. Tutto avviene come se le forze vive di questo paese fossero state anestetizzate da chissà quale sedativo. Partito dalle sfere della “sinistra di governo”, l’allineamento alla doxa diffusa dai media dominanti è generale. Convertita al neoliberismo mondializzato, la vecchia socialdemocrazia non si è accontentata di sparare alla schiena degli ex compagni del Sud, si è anche sparata nei piedi. Trasformata in corrente minoritaria – socialiberale – dentro una destra francese più devota che mai al capitale, il Ps si è lasciato sbranare da Macron, il tutto fare dell’oligarchia capitalista euroatlantica. Negli anni ‘70, la stessa destra francese “chiaramente liberale”, con Giscard d’Estaing”, era più a sinistra del Ps di oggi, e di questo residuo verminoso la cui unica funzione è quella di distribuire scranni ai fuggitivi dell’hollandismo.

Una volta voltata la pagina di Via Solferino (la sede del Ps NdT), si poteva sperare che la “sinistra radicale” ne avrebbe raccolto il testimone, saldando il conto con gli errori passati. Ma la “France Insoumise”, nonostante il suo successo elettorale del 23 Aprile 2017, è un grande corpo molle, senza colonna vertebrale. Si trovano alcuni che pensano che Maduro è un dittatore e altri che pensano che difende il popolo. Quelli che denunciano l’adesione della Francia alla Nato piangevano lacrimoni per la sorte dei mercenari wahabiti di Aleppo. Con la mano sul cuore, si proclama contro l’ingerenza straniera e l’arroganza neocoloniale in Medio Oriente, ma vuole “mandare Assad davanti alla Corte Penale Internazionale”, questo tribunale speciale riservato ai paria del nuovo ordine mondiale. Il Presidente siriano, ci hanno detto, è un “criminale”, ma ci si affida comunque al sacrificio dei suoi soldati per eliminare l’Isis e Al-Qaeda. Queste contraddizioni sarebbero risibili, se non testimoniassero un decadimento più profondo, un vero collasso ideologico.

Potrà anche rompere con la socialdemocrazia, ma questa sinistra aderisce alla visione occidentale del mondo e al suo dirittumanismo a geometria variabile. La sua visione delle relazioni internazionali è direttamente importata dalla doxa pseudo-umanista che divide il mondo in simpatiche democrazie (i nostri amici) e abominevoli dittature (i nostri nemici). Etnocentrica, guarda dall’alto l’antimperialismo lascito del nazionalismo rivoluzionario del Terzo Mondo e del movimento comunista internazionale. Invece studiare Ho Chi Min, Lumumba, Mandela, Castro, Nasser, Che Guevara, Chavez, Morales, legge “Marianne”(una sorta di “l’Espresso” francese NdT) e guarda France 24 (la rainews 24 francese NdT). Pensa che ci siano i buoni e i cattivi, che i buoni ci somigliano e che bisogna bastonare i cattivi. È indignata – o disturbata – quando un capo della destra venezuelana, formata negli Usa dai neoconservatori per eliminare il chavismo, viene incarcerato per aver tentato un colpo di stato. Ma è incapace di spiegare le ragioni della crisi economica e politica del Venezuela. Per evitare le critiche, è restia a spiegare come il blocco degli approvvigionamenti sia stato provocato da una borghesia importatrice che traffica con i dollari e organizza la paralisi delle reti di distribuzione sperando di abbattere il legittimo presidente Maduro.

Indifferente ai movimenti di fondo, questa sinistra si contenta di partecipare all’agitazione di superficie. In preda a una sorta di scherzo pascaliano che la distrae dall’essenziale, essa ignora il peso delle strutture. Per lei, la politica non è un campo di forze, ma un teatro di ombre. Parteggia per le minoranze oppresse di tutto il mondo dimenticando di domandarsi perché certe sono visibili e altre no. Preferisce i curdi siriani ai siriani tout court perché sono una minoranza, senza vedere che questa preferenza serve alla loro strumentalizzazione da parte di Washington che ne fa delle suppellettili e prepara uno smembramento della Siria conformemente al progetto neo-conservatore. Rifiuta di vedere che il rispetto della sovranità degli Stati non è una questione accessoria, che è la rivendicazione principale dei popoli di fronte alle pretese egemoniche di un occidente vassallo di Washington, e che l’ideologia dei diritti umani e la difesa del LGBT serve spesso come paravento per un interventismo occidentale che si interessa soprattutto agli idrocarburi e alle ricchezze minerarie.

Si potrebbe cercare a lungo, nella produzione letteraria di questa sinistra che si dice radicale, degli articoli che spieghino perché a Cuba, malgrado il blocco, il tasso di mortalità infantile sia inferiore a quello degli Usa, la speranza di vita è quella di un paese sviluppato, l’alfabetizzazione è al 98% e ci sono il 48% di donne all’Assemblea del potere popolare. Non leggeremo mai, nemmeno perché il Kerala, questo stato di 33 milioni di abitanti diretto dai comunisti e dai loro alleati dagli anni ‘50, ha l’indice di sviluppo umano di lunga più elevati dell’Unione Indiana, e per quale ragione le donne giocano qui un ruolo sociale e politico di primo piano. Perché le esperienze di sviluppo autonomo e di trasformazione sociale costruiti lontano dai riflettori in angoli esotici non interessano affatto i nostri progressisti, affascinati dalla spuma televisiva e dalle peripezie del circo politico.

Drogata di “moralina”, intossicata da formalismo piccolo-borghese, la sinistra radical-chic firma petizioni, intenta processi e lancia anatemi contro i capi di stato che hanno la brutta abitudine di difendere la sovranità del proprio paese. Questo manicheismo le impedisce il compito di analizzare ciascuna situazione concreta e di guardare oltre il proprio naso. Pensa che il mondo sia uno, omogeneo, attraversato dalle stesse idee, come se tutte le società obbedissero agli stessi principi antropologici, evolvessero secondo gli stessi ritmi. Confonde volentieri il diritto dei popoli all’autodeterminazione e il dovere degli stati di conformarsi ai requisiti di un Occidente che si erge a giudice supremo. Fa pensare all’abolizionismo europeo del XIX secolo, che voleva sopprimere la schiavitù presso gli indigeni, portando la luce della civiltà con la canna del fucile. La sinistra dovrebbe sapere che l’inferno dell’imperialismo oggi, come il colonialismo ieri, è sempre lastricato di buone intenzioni. Nel momento dell’invasione occidentale dell’Afghanistan, nel 2001, non abbiamo mai letto tanti articoli, nella stampa progressista, sull’oppressione delle donne afghane e sull’imperativo morale della loro liberazione. Dopo 15 anni di emancipazione femminile al cannone 105, queste sono più coperte e analfabete che mai.

V.I.Lenin -Opere Complete.Vol da 16 a 18

 

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V.I.Lenin – Opere complete-Vol da 11-a- 15

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V.I.Lenin -Opere complete -Vol. 1- a – 10

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Finché la guerra non lo ridivida!

Finché la guerra non lo ridivida!
http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtgm03-018466.htm
RMT | unidadylucha.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

22/10/2016

E’ passato più di un secolo da quando Lenin scrisse a Zurigo, tra gennaio e giugno del 1916, la sua celebre opera L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo, edito per la prima volta a metà del 1917. Senza l’apporto leninista è impossibile comprendere molti dei problemi e delle minacce che affronta l’umanità, tra essi, il problema della guerra.

L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo

Ai nostri giorni, per molteplici cause che vanno oltre l’oggetto di questo breve articolo, sono molti coloro che confondono l’imperialismo con una politica estera aggressiva di alcune potenze, specialmente degli USA. Questa posizione parte da un grave errore, quello di separare la politica dalla base economica.

L’imperialismo o capitalismo monopolista è una fase del capitalismo. E’ la sua fase attuale, la sua fase superiore e ultima. E come tale, è caratterizzata da una serie di caratteristiche fondamentali che, per Lenin, sono le seguenti:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo ‘capitale finanziario’, di un’oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
[Lenin, L’imperialismo, 1917, Cap. VII]

La spartizione del mondo tra le grandi potenze

Come si apprende dai punti 4) e 5), nell’analisi leninista viene data un importanza cruciale alla spartizione del mondo tra le potenze capitaliste. Ed effettivamente questa spartizione si realizza attraverso una determinata politica estera. Ma non una politica estera separata dal resto dei lineamenti imperialisti, ma più precisamente, conseguenza degli stessi. Nelle parole di Lenin, “i capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie «proporzionalmente al capitale», «in proporzione alla forza», poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione”. [Lenin, L’imperialismo, 1917, Cap. V]

Nel momento in cui Lenin scrive l’Imperialismo, il mondo era completamente spartito. Adesso, come allora, le nuove ripartizioni avvengono “in proporzione alla forza”, così come successe durante la 1a Guerra Mondiale. Come segnalava il dirigente comunista: “Questi cartelli internazionali che posseggono tutto il mercato mondiale e se lo spartiscono «amichevolmente» – finché una guerra non lo ridivida – sono già più di cento!” [Lenin, L’imperialismo e la scissione del socialismo, 1916]

Controrivoluzione, crisi capitalista e guerra

E ovviamente, da allora, ci sono state nuove ripartizioni. Dopo il trionfo della controrivoluzione in Unione Sovietica e nella maggior parte dei paesi socialisti, l’imperialismo non aveva più il muro di contenimento che per decenni aveva rappresentato il potere operaio. Questo sviluppo “libero” del capitalismo monopolista mise presto in evidenza il peso delle contraddizioni interimperialiste. Le differenti potenze si lanciarono in toto in una spartizione del mondo e la guerra imperialista si è manifestata come continuazione, con mezzi violenti, della politica imperialista. Le guerre di Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, ecc. ci offrono alcuni esempi della relazione diretta tra la politica imperialista e la guerra.

Il grado di esaurimento della formazione capitalista, nella sua fase imperialista di sviluppo, è stato confermato dalla crisi capitalista iniziata alla fine del 2007. Le difficoltà in cui si trovano le classi dominanti per superare la crisi non fanno altro che intensificare le contraddizioni tra le differenti potenze, inserite, in pieno, nella nuova spartizione del mondo. La guerra che si sviluppa in Siria è un tragico esempio di questa spartizione. L’accordo sul cessate il fuoco, che entrò in vigore lo scorso 12 settembre, è stato in realtà negoziato tra USA, UE e Russia, potenze imperialiste che si spartiscono tra di loro un paese sovrano.

La pace, nell’imperialismo, mai smetterà di essere una pace armata. Nessun equilibrio multipolare tra potenze imperialiste cambierà questa realtà. La guerra imperialista sarà sconfitta solo se è sconfitto l’imperialismo stesso. Il prossimo mese si celebra il 99° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia. Si tratta di un buon momento per apprendere dalla storia, per riprendere gli insegnamenti bolscevichi sulla relazione tra guerra e rivoluzione, per riaffermare che la classe operaia non deve collocarsi dietro nessuna borghesia, ma prendere il futuro nelle proprie mani e avanzare, alla testa del popolo, verso il rovesciamento dell’imperialismo, in tutte le sue manifestazioni e in tutti i paesi.

Proletari di tutti i paesi, uniamoci!