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Lo stravolgimento dei concetti

settembre 15, 2016

 

Lo stravolgimento dei concetti

Prabhat Patnaik
04/09/2016

Si considerino queste due affermazioni: “La piccola produzione è stata schiacciata dall’invasione del capitale” e “la piccola produzione è stata schiacciata dall’invasione delle multinazionali”. Molti considererebbero le due proposizioni più o meno identiche, la seconda solo come forma più specifica per esprimere la prima. Ma si sbagliano: c’è una differenza abissale tra queste due affermazioni.

Il capitale come rapporto sociale ha determinate tendenze intrinseche; queste si manifestano attraverso le azioni di agenti economici, ciascuno dei quali è costretto ad agire in modi particolari dalla logica del sistema. Per esempio il fatto che i capitalisti accumulino non significa necessariamente che desiderino farlo, ma è la logica che glielo impone. I capitalisti in breve non sono liberi di fare quello che vogliono, anche loro subiscono la logica del sistema; anche loro sono esseri alienati sotto il capitalismo, interpretano semplicemente una sceneggiatura dettata dal sistema. Karl Marx era giunto al punto di riferirsi al capitalista come capitale personificato.

Sotto questo aspetto le multinazionali sono entità non dissimili dal singolo capitalista. Esse non sono sinonimo del capitale, ma sono agenti attraverso le cui azioni, dettate dalla logica del sistema, si risolvono le tendenze immanenti del capitale. Trattare le multinazionali come incarnazione del “capitale” significa cancellare l’intera concezione del capitale con le sue tendenze intrinseche, spazzare via l’intero discorso sulla logica e sulla “spontaneità” del sistema, operare con una teoria molto differente.

Implicazioni politiche profonde

Ma questo cambiamento di “soggetto” da “soggetto concettuale”, cioè il capitale, a “soggetto tangibile”, vale a dire le multinazionali, non è solo uno spostamento teorico. Ha implicazioni politiche profonde. Se le tendenze intrinseche del capitale, quali la centralizzazione del capitale, la tendenza continua a mercificare tutte le sfere della vita sociale, la distruzione della piccola produzione, la tendenza a produrre ricchezza per un polo della società e povertà per un’altro, devono essere eliminate, il capitale, con le sue tendenze connaturate, deve essere superato come categoria sociale, attraverso un rovesciamento del capitalismo. Riconoscere nel capitale un “soggetto” concettuale delle dinamiche sociali implica necessariamente un ordine del giorno che veda la rivoluzione sociale come condizione per la libertà umana. Limitando però la nostra attenzione alle multinazionali, come “soggetto”, come guida delle dinamiche sociali, ci dà l’impressione che esse possano essere limitate, controllate, addomesticate, blandite e costrette ad agire per il bene (“responsabilità sociale delle imprese”), per migliorare l’esito e la direzione di queste dinamiche. Partire da questo punto di vista consegue la necessità di un programma di riforme, un programma liberale progressista. Un passaggio dal “soggetto concettuale” a un “soggetto tangibile”, pertanto, non è solo un cambiamento teorico; è anche un cambiamento di ordine del giorno: da un programma socialista a un programma liberale progressista.

Naturalmente, nel dibattito quotidiano non ci curiamo di parlare di “capitale”, ma invece di multinazionali, di banche multinazionali, anche di singole case industriali come Tata, Birlas Ambani: entità contro le quali si scatenano le lotte operaie. Questo è come dovrebbe essere, dal momento che i “soggetti concettuali” sono obiettivi difficili, mentre i “soggetti tangibili” rendono tangibile e quindi facile da comprendere, i bersagli. Anche nella prassi, la lotta quotidiana, come ad esempio l’azione sindacale, è sempre contro una particolare entità concreta, contro una “personificazione del capitale”, come Marx aveva detto, piuttosto che contro l’entità concettuale chiamata “capitale” (la lucida comprensione si verifica solo nei periodi di lotta di classe rivoluzionaria). Ma il punto qui è diverso, ossia la sostituzione di un “soggetto concettuale” con un “soggetto tangibile” per convenienza dialettica o a causa della particolarità del contesto della lotta (ad esempio una azione sindacale in una fabbrica di proprietà Ambani) non deve mai comportare una sostituzione nell’ambito della teoria.

Ogni sostituzione teorica di questo tipo o qualsiasi tendenza a restare più o meno confinati a “soggetti materiali” pur riconoscendo formalmente la “questione concettuale”, implica sostituire a tutti gli effetti un programma socialista con un ordine del giorno liberale progressista. Ci sono naturalmente i liberali progressisti che non sono socialisti e che, del tutto coerenti con le loro convinzioni politiche, non riconoscono “soggetti concettuali”. Rifiutano dichiarazioni come “la piccola produzione viene travolta dall’invasione del capitale” di cui si parlava all’inizio, perché esalta qualcosa di mistico chiamato “capitale” elevandolo a “soggetto”. Ma per un socialista sostituire un “soggetto concettuale” con un “soggetto tangibile” nel regno della teoria, equivale ad abbandonare la ragion d’essere della fede socialista.

La propensione a farlo, tuttavia, è particolarmente elevata in questi tempi perché ci sono un gran numero di gruppi di attivisti e organizzazioni non governative, militanti e animati da buone intenzioni ma non socialisti, impegnati intensamente in lotte su questioni specifiche che affliggono le persone e attorno alle quali la sinistra deve fare causa comune. Dal momento che gli obiettivi di queste lotte sono “questioni tangibili”, l’impegno continuo in tali lotte insieme ai summenzionati gruppi e ong da parte della sinistra corre il rischio di spingere la teoria, e con essa tutta una serie di “soggetti concettuali”, in secondo piano. La sinistra, ritengo, deve difendersi da questo se vuole mantenere l’impegno nel suo progetto socialista.

Un secondo concetto che rischia di essere ugualmente travolto è “l’imperialismo”. Il termine “imperialismo” si riferisce a una rete di relazioni che coinvolge paesi capitalisti avanzati e sottosviluppati. Queste relazioni cambiano nel tempo, guidate non solo dalle tendenze intrinseche del capitale, ma anche dalla resistenza delle persone. L’amministrazione Reagan o l’amministrazione Bush o l’amministrazione Obama, sono i “soggetti tangibili” attraverso i quali operano in pratica le azioni del “soggetto concettuale” che noi chiamiamo “imperialismo”. Ma proprio perché l’imperialismo non è tangibile, mentre lo sono tutte queste entità attraverso cui opera, la tendenza è quella di sostituire il termine “imperialismo” con queste altre entità, esattamente nel modo in cui il termine “capitale” tende ad essere sostituito da termini come “multinazionali”,” banche multinazionali” e simili.
Talvolta vengono applicate al posto di “imperialismo” locuzioni come “impero americano” o “impero del male” o “egemonia degli Stati Uniti” o semplicemente “Impero”, che Hardt e Negri usarono nel loro noto lavoro. Mentre il termine “imperialismo” descrive specifiche relazioni, altri termini, come “amministrazione Obama”, si riferiscono semplicemente a particolari entità esistenti e rifiutano di dare qualsiasi suggerimento e collegamento alle tendenze intrinseche del capitale. Il problema tuttavia non è nell’uso di questi termini di per sé, ma nella sostituzione del termine “imperialismo” con questi termini, cioè, nella soppressione della teoria che scaturisce dalla comprensione delle tendenze immanenti del capitale e che pertanto intende il superamento del capitalismo e di conseguenza, di queste tendenze intrinseche del capitale, come condizione per la libertà umana.

Anche in questo caso dal momento che la sinistra deve lavorare insieme a molti gruppi di attivisti militanti su questioni specifiche, per esempio, l’aggressività degli Stati Uniti in tutto il mondo, ma che non sono socialisti e per i quali questi “soggetti concettuali” come “l’imperialismo” derivanti dalle tendenze connaturate al capitale hanno poco significato, si affaccia il pericolo di un sovvertimento dei concetti e quindi, di scivolare inconsapevolmente da un impegno per il socialismo verso una posizione intellettuale liberale progressista.

Non si tratta di disprezzare tali lotte o della necessità per la sinistra – e con questo intendo tutti coloro che vedono la necessità di trascendere al capitalismo – di unirsi ai liberali progressisti nel corso di tutte queste lotte. In effetti i liberali progressisti spesso possono essere più militanti in lotte specifiche che la sinistra. Il punto è che la sinistra non deve mai abbandonare la propria comprensione teorica che si basa su una serie di “soggetti concettuali”.

Corretta comprensione

Non si tratta di aderire a una comprensione per una sorta di lealtà alla memoria di Marx e di Lenin, ma perché questa comprensione è corretta. La prova di questa correttezza sta nel fatto che le lotte specifiche contro “soggetti tangibili”, anche quando hanno successo, portano solo vittorie temporanee che vengono rintuzzate quando si affermano le tendenze intrinseche del capitale. In realtà anche la più massiccia “ingegneria sociale”, a cui è stato costretto il capitalismo dalle lotte della classe operaia nel dopoguerra, che ha visto una “gestione della domanda” keynesiana e che inaugurò anche un periodo definito come “l’età d’oro del capitalismo”, è stata abbandonata con l’emergere del capitale finanziario internazionale (un altro”soggetto concettuale”) come conseguenza delle tendenze immanenti del capitale.

Solo quando attraverso un ricorsivo accumulo di lotte specifiche, viene montata una sfida rivoluzionaria di successo contro questo universo di “soggetti concettuali” nel loro complesso, l’umanità muoverà finalmente oltre queste lotte specifiche. Fino ad allora però la sinistra deve attenersi alla comprensione teorica della società sulla scorta di questi “soggetti concettuali” e stare in guardia contro ogni sovvertimento delle sue basi concettuali.

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