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Solzhenitsyn, la spregevole eredità di un fascista

settembre 9, 2017

www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 29-08-17 – n. 641

Solzhenitsyn, la spregevole eredità di un fascista

Nikos Mottas * | communismgr.blogspot.it
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

03/08/2016

Era il 3 agosto 2008 quando morì il “patriarca” dell’anticomunismo, Alexandr Solzhenitsyn. Gli scritti di Solzhenitsyn sono diventati la principale fonte dell’isteria antisovietica e delle colossali calunnie contro il primo Stato socialista. Ancora oggi, l’opera principale di Solzhenitsyn, Arcipelago Gulag, è considerata la “bibbia” anticomunista degli apologeti del capitalismo e della propaganda antisovietica.

La presunta “onestà” delle testimonianze di Solzhenitsyn – che non riuscì mai a dimostrare – furono utilizzate nella costruzione di un’ossessione antistalinista e anticomunista di cui l’Occidente aveva tanto bisogno, soprattutto dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Ma chi era realmente questo russo vincitore del premio Nobel e che credibilità ha la sua narrazione antisovietica?

Il nucleo del lavoro di Solzhenitsyn è ispirato alla sua ferale inimicizia verso il comunismo. Ha cercato di creare per sé l’immagine “dell’eroe”, presentandosi come perseguitato dissidente dell’epoca di Stalin. Coloro che celebrano Solzhenitsyn tendono a dimenticare che la sua condanna del 1946 a otto anni di carcere è frutto della sua attività rivoluzionaria e filonazista. Alexandr Solzhenitsyn non mai nascosto i suoi sentimenti filonazisti. Infatti accusò Stalin di guidare l’URSS in guerra anziché stipulare un accordo con il Terzo Reich. Per Solzhenitsyn, la responsabilità dei milioni di vittime sovietiche nella guerra contro il fascismo era da imputare a Stalin e non alla politica imperialista e espansiva della Germania nazista!

Anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale dichiarava: “L’esercito tedesco poteva liberare l’Unione Sovietica dal comunismo, ma Hitler fu stupido e non usò quell’arma”. “L’arma”, secondo Solzhenitsyn, era lo sforzo dei vari gruppi controrivoluzionari e antistalinisti che operando all’interno dell’URSS potevano determinarne il crollo. Questo “patriota” era un traditore, pronto a vendere il paese e il suo popolo ai nazisti.

Dopo la sua liberazione dalla prigione, Solzhenitsyn iniziò a pubblicare libri in Unione Sovietica, avendo il sostegno del governo di Nikita Khruschev. Infatti, Solzhenitsyn (con le sue favole anticomuniste) divenne utile strumento della nuova agenda revisionista khruscheviana e della cosiddetta “destalinizzazione” dopo il 20° Congresso del CPSU nel 1956.

Lo scopo principale di Solzhenitsyn era quello di denigrare l’Unione Sovietica e il Socialismo. La pubblicazione del libro Una giornata di Ivan Denisovich, aumentò la sua popolarità in Occidente e nel 1970 – forse come riconoscimento della sua posizione antisovietica – ottenne il Premio Nobel per la letteratura. In Solzhenitsyn e nella sua accresciuta fama di scrittore, l’Occidente capitalista – in particolare gli Stati Uniti – trovavano un propagandista anticomunista autentico, soprattutto durante il periodo della guerra fredda. Nel 1974, il nobel russo stigmatizzò la sua cittadinanza sovietica migrando così in Svizzera e poi nel cuore dell’imperialismo, gli Stati Uniti. A questo proposito dobbiamo ricordare che durante i decenni ’70 e ’80 Solzhenitsyn legò il suo nome alle forze più reazionarie dell’imperialismo globale. Mario Sousa, che ha scritto diffusamente denunciando le menzogne riguardanti l’Unione Sovietica, sottolinea: “Furono sepolte le sue simpatie naziste in modo da non interferire con la guerra propagandistica contro il socialismo. Negli Stati Uniti, Solzhenitsyn venne spesso invitato a parlare in importanti convegni. È stato, ad esempio, l’oratore principale del congresso sindacale AFL-CIO nel 1975 e il 15 luglio 1975 fu invitato a tenere una conferenza sulla situazione mondiale al Senato degli Stati Uniti! Le sue conferenze costituiscono un’agitazione violenta e provocatoria, sostenendo e propagandando le posizioni più reazionarie. Tra le altre cose, chiese un nuovo intervento contro il Vietnam dopo la sua vittoria sugli Stati Uniti. E oltre! Dopo 40 anni di fascismo in Portogallo, quando l’ala sinistra delle forze armate prese il potere nella rivoluzione popolare del 1974, Solzhenitsyn iniziò una propaganda a favore dell’ingerenza militare statunitense in Portogallo che, secondo lui, avrebbe aderito al Patto di Varsavia se Gli Stati Uniti non fossero intervenuti! Nelle sue conferenze, Solzhenitsyn ha sempre deplorato la liberazione delle colonie africane del Portogallo”.

Solzhenitsyn ha legato il suo nome al brutale regime fascista del generale Franco in Spagna. “L’icona” della “libertà” non poteva nascondere la sua ideologia fascista: sostenne un certo numero di dittatori, tra cui Pinochet in Cile e Suharto in Indonesia.

Come evidenziò il saggista sudafricano Alex La Guma nel 1974, Solzhenitsyn ottenne un riconoscimento che non sorprende: fu “l’unico scrittore dell’Unione Sovietica, per quanto possiamo ricordare, a superare l’esame della censura razzista e anticomunista del Sudafrica” (Alexander Solzhenitsyn, Life Through a Crooked Eye, African Communist, 1974). Nel suo saggio, La Guma ha concluso che la prospettiva decisamente antisovietica e anticomunista di Solzhenitsyn era implicitamente congruente con i principi ideologici della classe dirigente del Sudafrica e dei suoi servitori. È significativo che Solzhenitsyn, ospite privilegiato di Margaret Thatcher in Downing Street, non abbia mai proferito parola contro l’apartheid razzista sudafricana.

Per Solzhenitsyn l’unica cosa importante era la sua costruzione propagandistica generata dalla sua mente: i 110 milioni (!!!), come scrisse, di “vittime di Stalin”. Le vere vittime, le vittime della brutalità dell’imperialismo in Asia sudorientale, in America Latina e in Africa non avevano importanza per lui. Dopo 18 anni negli Stati Uniti, ritornò in Russia nel 1994, quasi tre anni dopo il totale ripristino del capitalismo da parte dei controrivoluzionari corrotti. Naturalmente, Solzhenitsyn non disse una sola parola sugli eventi sanguinosi del 1993 a Mosca, quando Yeltsin ordinò all’esercito di bombardare la Camera dei Soviet.

Col sopravvento della controrivoluzione in URSS e nell’Europa orientale all’inizio degli anni Novanta, Solzhenitsyn smise di essere l’utile burattino della propaganda anticomunista. Le sue idee chiaramente fasciste e reazionarie non erano più significative per gli interessi degli imperialisti che, dopo gli eventi del 1989-1991, avevano bisogno di un approccio più tecnocratico e neoliberale verso il nuovo status capitalista della Russia.

Nel suo saggio Menzogne sulla storia dell’Unione Sovietica Mario Sousa sottolinea quanto segue:
“Per i capitalisti era un dono del paradiso poter usare un uomo come Solzhenitsyn nella sporca guerra contro il socialismo, ma ogni cosa ha un limite. Nella nuova Russia capitalista, ciò che determina il sostegno dell’Occidente verso i gruppi politici è puramente e semplicemente la capacità di fare buoni affari con profitti elevati sotto l’ala di tali gruppi. Il fascismo come regime politico alternativo per la Russia non è considerato un bene per gli affari. Per questo i piani politici di Solzhenitsyn per la Russia sono lettera morta fintanto che l’Occidentale persegue il suo interesse. Solzhenitsyn vorrebbe per il futuro politico della Russia un ritorno al regime autoritario degli Zar, in armonia con la tradizionale Chiesa ortodossa russa! Anche gli imperialisti più arroganti non sono interessati a sostenere una stupidità politica di questa entità”.

La storia ha riservato una delle sue pagine più scure per Alexandr Solzhenitsyn. Nel 2008, a pochi mesi dalla sua morte, il governo russo ha affrontato una forte reazione popolare alla decisione di dare il suo nome a una via di Mosca. Nei cuori di molti russi, Solzhenitsyn “era morto” molti decenni prima, quando decise consapevolmente di allearsi con i fascisti e con le forze controrivoluzionarie. L’eredità di Solzhenitsyn, quella celebrata dagli apologeti del capitalismo, sarà sempre alla deriva in un arcipelago di fascismo e menzogne.

* Nikos Mottas è il caporedattore di In difesa del comunismo, candidato al dottorato in scienze politiche, relazioni internazionali e storia politica.

 

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