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IL MARXISMO E LA QUESTIONE MERIDIONALE (I)

novembre 17, 2019

IL MARXISMO E LA QUESTIONE MERIDIONALE (I)

(Con alcuni giudizi di Marx e di Engels su Garibaldi)

di Demetrio De Stefano

 

 

Gli scritti in lingua italiana che maggiormente definiscono il pensiero di Marx e di Engels sul Risorgimento, e precisamente sugli avvenimenti di Sicilia e di Napoli del 18606, sono indubbiamente alcuni brani del «Carteggio». Oltre questi sei volumi di lettere (l) sono stati pubblicati: gli «Scritti di Carlo Marx e di Federico Engels sulla rivoluzione italiana del 1848» (2), che trattano dell’indipendenza dallo straniero e di riforme in senso liberale, nonché di una unione democratica di tutti gli italiani; i volumetti di Engels «Po e Reno», «Nizza, Savoia e Reno» (3), scritti tra l’inizio del 1859 e il febbraio del 1860, concernenti questioni prevalentemente militari; gli «Scritti italiani» (4), che sono nella quasi totalità posteriori al 1871, e che riguardano la formazione del movimento operaio italiano. Gli articoli di Marx e di Engels sul giornale degli emigrati tedeschi a Londra «Das Volk», sulla viennese «Die Presse» e sulla «New York Tribune» che, secondo Giuseppe Garritano (5), «completano e definiscono la posizione di Marx e di Engels nei confronti della guerra italiana del ’59, dei suoi principali protagonisti e in generale del movimento italiano di unificazione», rimangono ancora sconosciuti ai lettori italiani, nonostante lo stesso Garritano abbia annunciato, già nel 1952, che le Edizioni Rinascita si preparavano a pubblicarne la traduzione in un unico volume (6).

Il 1860 fu indubbiamente l’anno in cui è nata la questione meridionale; fu allora che Il Regno delle Due Sicilie, dove ebbero inizio i movimenti che costituirono «il prologo della sollevazione europea del 1848» (7) e dove Ferdinando II di Borbone, «primo fra tutti i principi italiani» (8); fu costretto a concedere una Costituzione ancora più avanzata del successivo Statuto albertino (9), fu proprio in quell’anno che il Regno delle Due Sicilie cessò la propria esistenza come nazione indipendente e sovrana. Intervenuto in aiuto dei siciliani insorti, cui fecero seguito i calabresi insorti anch’essi, Garibaldi trasformò l’insurrezione in annessione, e, in opposizione alla volontà della popolazione pure se un plebiscito ebbe luogo, al quale non può attribuirsi alcun valore per il modo e le condizioni in cui venne tenuto, rimise il più vasto e il più antico degli Stati italiani incondizionatamente al piccolo Piemonte, che gl’impose i propri ordinamenti politici, militari e amministrativi, al posto di quelli nazionali spezzati, soffocò ogni forma di sviluppo economico, distrusse la classe dirigente, disperse il patrimonio culturale, instaurò un regime poliziesco. Pur di estendere la propria egemonia, la borghesia piemontese non rifuggì neppure dalla rappresentazione di un Mezzogiorno barbaro. Qui, intanto, uniche forze nazionali rimasero i Borboni e il popolo, entrambi avversi alla conquista piemontese, mentre gli esuli moderati e la borghesia pavida inaugurarono una politica di tradimenti nazionali, gli uni per soddisfare ambizioni personali, l’altra per la conservazione dei propri privilegi. Per l’interpretazione di questi fatti molto sarebbe giovata la conoscenza del pensiero espresso da Marx e da Engels, entrambi portati dalla loro stessa dottrina al ristabilimento della verità. Compito dei Partiti Socialista e Comunista sarebbe stato, perciò, di divulgare i loto scritti sul ’60 italiano; i due partiti, invece, continuano ad ignorarlo, forse per conservare un indirizzo politico che è in contrasto con lo sviluppo del Mezzogiorno e con i principi del marxismo-leninismo, ma che risponde perfettamente agli inferissi del proletariato settentrionale.

L’attenzione di Marx e di Engels per gli avvenimenti ed i protagonisti del movimenta di unificazione italiana fu molto viva; i successi dei garibaldini in Sicilia e a Napoli vennero da loro seguiti quasi con entusiasmo; di Garibaldi stesso scrissero con ammirazione. Già prima dello sbarco a Marsala, in una lettera dell’8 maggio 1860 (n. 664), Marx domandava ad Engels: «Che ne pensi della faccenda di Sicilia?»; successivamente, da giugno a settembre, egli chiese per ben sei volte ad Engels di scrivere qualcosa su Garibaldi. Mentre si attendeva la capitolazione di Milazzo e di Messina, in una lettera del 5 ottobre (n. 701), Engels scriveva a Marx: «Papà Garibaldi ha dunque battuto di nuovo i napoletani e fatto duemila prigionieri. L’ascendente che ha sulle truppe deve essere fantastico…Per Bombalino (leggi Francesco II) sarà presto finita; presto le sue truppe non avranno più niente da mangiare e si sbanderanno, quella piccola striscia di terra non può nutrire. Per il momento non c’è nient’altro da dire su questa storia. Del resto non si può negare che il «re galantuomo» fa il suo gioco con molta decisione se va a Napoli adesso». A proposito del re, in un articolo probabilmente di Marx o di Engels del 12    agosto 1848, era scritto: «D’ora in poi gli italiani non possono porre e non porranno più la loro liberazione nelle mani di un principe o di un re…Se essi l’avessero fatto prima, se avessero messo a riposo il re e il suo regime assieme con tutti i partigiani, ed avessero realizzata un’ unione democratica, oggi probabilmente non ci sarebbero più austriaci in Italia» (10).

Le idee di Marx e di Engels non potevano essere cambiate dal 1848 al ’60; la loro simpatia per Garibaldi doveva quindi nascere da una coincidenza d’idee e dal fatto che quest’ultimo le veniva realizzando. Che Marx ed Engels non fossero per l’annessione al Piemonte è provato dal brano di una lettera del 17 luglio 1860 (n. 68), in cui Marx scriveva: «Che bellezza che Garibaldi abbia mandato al diavolo Farina». Il siciliano Giuseppe La Farina, emigrato a Torino, dove era deputato e dove presiedeva la «Società Nazionale», veniva mandato da Cavour in Sicilia per preparare ed affrettare la sua annessione al Piemonte; contro La Farina reagiva Garibaldi che lo faceva espellere violentemente da Palermo; La Farina, tornato a Torino, accusava Garibaldi di voler preparare la repubblica in Sicilia, d’accordo con Crispi (11). In effetti Garibaldi allora conveniva per una confederazione italiana, tanto è vero che i giornali del 27 luglio pubblicavano le istruzioni da lui date ai principi siciliani di S. Cataldo e di S. Giuseppe, suoi legati a Londra per trattare con i rappresentanti borbonici: I) la restaurazione in Sicilia della Costituzione del 1812; 2) l’autonomia completa dell’Isola e la sua separazione dal Regno di Napoli; 3) la partecipazione della Sicilia stessa nella «Lega Italica» come Stato indipendente e sotto un proprio re (12). Altre dimostrazioni del federalismo di Garibaldi sono: i ripetuti arresti ed espulsioni da Palermo e da Napoli di annessionisti che venivano mandati dal governo di Torino; l’invito che era stato fatto ed accettato nel settembre del 1860 da Garibaldi al federalista Cattaneo di venire a Napoli per assisterlo con i suoi consigli (13); la difesa che dell’operato di Garibaldi faceva alla Camera italiana l’altro glande federalista Giuseppe Ferrari (14); il brano di uno scritto del garibaldino Alberto Mario in cui diceva: «Noi democratici vogliamo l’unità politica, che è una delle forme della nazionalità, ma unità la quale più si accosti alla costituzione elvetica che all’accentramento francese» (15).

Marx ed Engels interpretavano le operazioni garibaldine in Sicilia e a Napoli non come una guerra di conquista, ma di liberazione, contro l’assolutismo borbonico, affinché «il popolo italiano sia messo nella posizione di pronunciare la sua volontà sovrana rispettando la forma di governo che vuole scegliersi»: cosi scriveva Marx in una lettera al giornale fiorentino «L’Alba», verso la fine di maggio 1848 (16). Parlando degli avvenimenti di Sicilia e di Napoli Marx ed Engels mostravano di sperare in una rottura tra Garibaldi e il governo e il re di Torino, come dimostra una lettera di Engels dell’1 ottobre 1860 (n. 699): «Garibaldi egli scriveva a Marx pare che, militarmente, non ce la faccia più. Ha talmente suddiviso le sue buone truppe nei battaglioni siciliani e napoletani, che non ha più nessuna organizzazione, e appena arriverà a una linea d’acqua un pò difesa, con una fortezza non dominata come Capua, dovrà fermarsi. Per ora la cosa non è seria, perché i 30 mila napoletani non possono vivere su quella piccola striscia di terra, e dovranno sparpagliarsi o avanzare entro 15 giorni, cosa che non riuscirà loro. Ma sarà ben difficile che Garibaldi arrivi tanto presto al Quirinale senza casi fortunati particolarissimi. Per di più ora tutto il gridare dei cavouriani; questi miserabili borghesi sono capaci di rendere fra poco insostenibile la sua posizione, sì che alla peggio dovrà attaccare prima di essere in condizioni di vincere. Se no sarebbe importante mettere fuori combattimento il più presto possibile i napoletani e indurre poi i piemontesi a fraternizzare, prima che Vittorio Emanuele arrivi tra loro, perché poi è troppo tardi, e loro rimarrebbero fedeli a Vittorio Emanuele». Quest’ultimo brano è particolarmente importante, poiché indica che la «fraternizzazione» tra napoletani e piemontesi doveva avvenire contro il re e il governo sardi.

I fatti cui sembra preludere la precedente lettera sono i seguenti: il 5 ottobre il prodittatore Mordini pubblicava in Palermo un decreto col quale venivano convocati i collegi elettorali per l’elezione dell’Assemblea siciliana che doveva votare l’annessione la quale doveva stabilire, cioè, il modo e il tempo dell’unione (17) a sua volta Crispi a Napoli voleva la convocazione dell’Assemblea napoletana per la ratifica del plebiscito; ciò destava preoccupazione ed ira nei fautori dell’annessione, che a Palermo facevano dimostrazioni e attaccavano Mordini sulla stampa, mentre a Napoli il cavouriano Pallavicini si dichiarava contrario all’Assemblea che diceva cagione di guerra civile (18). Da parte sua Cavour faceva pubblicare sui giornali piemontesi il suo dissenso da Garibaldi, insinuando che bisognava allontanare da lui tutti i fautori della federazione ed insistendo per l’annessione immediata. Agli intrighi dei cavouriani Garibaldi rispondeva componendo i ministeri in Sicilia e a Napoli con elementi invisi al governo di Torino e minacciando di pubblicare tutti i documenti comprovanti la piena complicità di questo governo nell’invasione delle Due Sicilie. In effetti il governo sardo non solo aveva voluto l’invasione della Sicilia, ma aveva anche sollecitata quella del Napoletano, come basta a provare: 1) la protezione data dai vascelli della marina sarda l’ «Authion» e il «Governolo» allo sbarco dei garibaldini a Marsala (19); 2) la lettera di Cavour all’ammiraglio Persano del 28 luglio 1860, in cui diceva: «Son lieto della vittoria di Milazzo…Io la prego di porgere le mie sincere e calde congratulazioni al generale Garibaldi. Dopo si splendida vittoria, io non veggo come gli si potrebbe impedire di passare sul continente. Sarebbe stato meglio, che i napoletani compissero, o almeno iniziassero l’opera rigeneratrice; ma poiché non vogliono o non possono muoversi, si lasci fare i Garibaldi» (20).

Il contrasto col governo di Torino doveva mettere ben presto in difficoltà Garibaldi; mentre le sue truppe si trovavano in cattive condizioni, ed abbisognavano di aiuti, Cavour gli vietava ogni spedizione e faceva accostare alla frontiera degli Abruzzi le truppe sarde del generale Cialdini e per mare la flotta dell’ammiraglio Persano, pronti ad invadere le Due Sicilie; ciò induceva Garibaldi ad acconsentire all’annessione, non senza prima pubblicare un manifesto, forse del 5 ottobre: «Spieghiamoci chiaramente si giustificava; noi abbiamo bisogno di un’ Italia unita, e di vedere tutte le sue parti aggruppate in una sola nazione, senza restar traccia di municipalismo. Noi non possiamo consentire, che mediante parziali, e successive annessioni, l’Italia sia a poco a poco inviluppata nel municipalismo legislativo ed amministrativo del Piemonte. Che il Piemonte diventi adunque italiano, come han fatto Sicilia e Napoli, ma che l’Italia non divenga piemontese. Vogliamo noi stessi riunirci alle altre parti d’Italia, che si uniranno parimenti a noi con uguaglianza e dignità. Non debbono adunque imporci le leggi e i codici, che sono ora specialmente propri del Piemonte. Le popolazioni che col sangue han fatto trionfare un’ idea non sono simili a’  paesi conquistati, ed hanno il diritto a crearsi i loro codici e le loro leggi…Così pensa, e deve pensare per la salute d’ Italia chiunque è italiano» (21). Altre nozioni sul le intenzioni di Garibaldi per la Sicilia e il Napoletano, si possono ricavare dalla polemica tra questi e il generale Cialdini; il 27 aprile 1861 quest’ultimo inviava una lettera a Garibaldi in cui diceva: «Voi ordinaste al colonnello Tripeti di ricevere i Piemontesi a fucilate: voi dunque provocatore della guerra civile» (22). In una diversa fonte troviamo il seguente brano della stessa lettera: «Mi sono noti gli ordini dati da voi o dai vostri per riceverci a fucilate sulla frontiera degli Abruzzi…» (23).

L’entusiasmo per Garibaldi doveva presto sbollire in Marx e in Engels: dopo la lettera del 5 ottobre e sino al 27 febbraio 1861, nessun accenno facevano sugli avvenimenti siciliani e del Napoletano; solo il 23 novembre 1860 Marx comunicava ad Engels di avere scritto un articolo sull’Italia per la «Tribune» di New York. Il 27 febbraio 1861 (lettera n. 737) Marx esprimeva un primo giudizio negativo su Garibaldi; parlando di un libro di Appiano sulle guerre civili romane, Marx scriveva ad Engels: «Spartaco vi figura come il tipo più in gamba che ci sia posto sotto gli occhi da tutta la storia antica. Grande generale, non un Garibaldi, carattere nobile, realmente rappresentante dell’antico proletariato». In un’altra lettera ad Engels del IO giugno (n. 742), Marx scriveva, questa volta addirittura con disprezzo: «Cavour è morto? Che ne pensi? Quell’asino di Garibaldi si è reso ridicolo…». Anche sulla preparazione militare di Garibaldi Marx riportava un giudizio negativo; la lettera è del 28 settembre (n 70): «Oswald dice che Garibaldi è essenzialmente un capo di guerriglia, ma che con un grande esercito e su un vasto territorio non saprebbe cavarsela. I suoi consiglieri strategici sono Cosenz (ex ufficiale borbonico) e Medici». 11 19 aprile 1864 (lettera n. 852) Marx scriveva ad Engels: «…l’Associazione operaia voleva, istigata da Weber, che io facessi un indirizzo a Garibaldi e poi mi recassi da lui con la deputazione. Io rifiutai decisamente»; poi continuava: «Che miserabile questo Garibaldi, intendo dire tipo di somaro…»; infine concludeva: «Vorrei essere piuttosto una zecca nel vello di una pecora che una tal valorosa scioccheria…». Riferendosi a Garibaldi, Engels rispondeva il 29 a Marx (lettera n. 853): «Tuttavia sono cose che è inutile spiegare a chi ormai non conosce il carattere totalmente borghese di questo signore…».

Gli avvenimenti che seguirono all’annessione sono largamente noti, il cosiddetto «brigantaggio», che ebbe un carattere politico e nazionale e quindi va considerato come un movimento «partigiano», durato dal 1860 al ’65 (24); la rivolta del settembre 1866, che per sette giorni sconvolse Palermo, rivelando il completo distacco dei siciliani dai «miti unitari» (25); i Fasci siciliani del dicembre 1891 gennaio ’94, che si manifestarono come un tentativo d’ insurrezione e vennero soffocati con i massacri, gli arresti in massa e i tribunali militari (26); movimenti minori in Puglia, Campania, Calabria e Lucania; le numerose inchieste (sul brigantaggio del ’62, sulle condizioni della Sicilia del ’67 e del ’75, ecc.); le battaglie politiche sostenute da N. Colajanni, da Salvemini, ecc.; il sorgere di Partiti d’ Azione nel Mezzogiorno e nelle Isole (Lucano, Molisano, Sardo): tutto ciò sta a dimostrare che il «plebiscito» mascherava una conquista e dà quindi una falsa testimonianza della volontà della popolazione; indica che i rivoltosi siciliani, i quali in aprile del 1860 gridarono «I’ Italia e Vittorio Emanuele», si sentivano ingannati. Infatti l’unità giovò al Nord, non al Mezzogiorno, che pagò non soltanto i debiti contratti del Piemonte, non solvendo i quali questo sarebbe andato incontro alla rovina (27), ma diede all’industria e all’agricoltura settentrionali i capitali e il mercato necessari al loro sviluppo; l’industria meridionale, invece, la quale prima del 1860 non aveva nulla da invidiare a quella settentrionale, di cui era anzi per molti aspetti superiore (28), non sostenuta da una direzione politica nazionale, andò verso il fallimento; la tariffa doganale del 14 luglio 1887, di cui si giovò l’industria settentrionale, fu a sua volta esiziale per l’agricoltura e le campagne del Mezzogiorno, dove i rapporti rimasero statici, quando non vennero addirittura peggiorati: da ciò conseguenze sociali, la disoccupazione, l’emigrazione, il tentativo pseudo scientifico di far passare le popolazioni meridionali come gente di razza inferiore. Sono queste alcune delle tappe che hanno portato ad una netta divisione tra Nord e Sud più grave ancora di quella che esisteva nel 1860; la quale, pure se ancora non si manifestava sul terreno politico, per mancanza di condizioni interne ed esterne favorevoli che potrebbero crearsi col maturare di condizioni nuove nel Mediterraneo pure è evidente nelle condizioni economiche, politiche, sociali, culturali.

Demetrio De Stefano

 

NOTE: 1) Carteggio Marx Engels, voll. III e IV, Edizioni Rinascita, 1951-58; 2) Scritti di Carlo Marx…, in II 1848, Quaderni di Rinascita, n. 1, pagg. 143-53; 3) F. Engels, Po…, 1952; Nizza…, 1955, Edizioni Rinascita; 4) Marx Engels, Scritti…,, Edizioni Avanti!, 1955; 5) Po…, cit., prefazione, pag. 9; 6) Idem, pag. 9; 7) Scritti di Carlo Marx…, cit., pag. 152: 8) Idem, pag. 9; 9) Cfr. lo Statuto napoletano e lo Statuto piemontese in Codici Costituzionali del Regno di Napoli, raccolti a cura del giornale L’Iride, Napoli 1860; adesso in Le Costituzioni Italiane, Edizioni di Comunità; 10) Scritti di Carlo Marx…, pag. 148; 11) Cronaca degli avvenimenti di Sicilia da aprile 1860 a marzo 1861, Italia 1863, pag. 184. Di questa Cronaca…, Luigi Natoli scrisse nel suo libro Rivendicazioni attraverso la rivoluzione siciliana del 184860, nota a pag. 110: E’ esatta e minuziosa, condotta passo passo sui documenti borbonici. Sebbene anonima si attribuisce con certezza al principe di Castelcicala. Da questa stessa Cronaca…abbiamo tratto molte notizie della cui fonte non facciamo cenno. Vedere anche, Tito Battagliai II crollo militare del Regno delle Due Sicilie, documenti, voi. II, Milano 1939; 12) Cronaca…. cit., pag. 222; 13) Le più belle pagine di Carlo Cattaneo scelte da Gaetano Salvemini, prefazione, pag. XXV: 14) Discorsi di G. Ferrari dell’8 e dell’11 ottobre 1860; 15) Scritti politici di Alberto Mario, a cura di G. Carducci, Bologna 1901, pag. 55: 16) Scritti di Carlo Marx…, cit., pag. 146; 17)L; elezione di un’Assemblea, già negata a Napoli e poi revocata in Sicilia, era stata attuata nel granducato di Toscana e nei ducati di Modena e di Parma pochi mesi prima: per questi ultimi vedere D. M. Smith, Garibaldi e Cavour nel 1860 pag. 94, Einaudi 1958; 18) Gualtiero Castellini, Crispi, Firenze 1915, pag. 80; 19) Domenico Guerrini, Un documento relativo alla spedizione dei garibaldini in Sicilia, in II Risorgimento Italiano, dicembre 1808, pag. 769 e segg.; 20) Cronaca…, cit., pag. 228; 21) Idem, pagg. 26970; 22) Carlo Amò, Garibaldi, Cavour e la spedizione dei Mille, in II Risorgimento Italiano, gennaio 1908, nota a pag. II; 23) Cronaca…, cit., nota a pag. 297; 24) Luisa Gasperini, Il pensiero politico antiunitario a Napoli dopo la spedizione dei Mille, Modena 1953, pagg. II e seguenti; 25) Paolo Alatri, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra, Einaudi 1954, pag. 19; 26) Napoleone Colajanni Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause, pagg. 175-93, 260-85, 286-341, Palermo 1895. Si veda altresì l’estratto del Memorandum presentato nel 1896 dai socialisti di Palermo al Commissario civile per la Sicilia, in Storia della Questione Meridionale di S. F. Romano, pagg. 14554. Vedere infine gli interventi svolti alla Camera da Colajanni, da Di San Giuliano o da Castelletti, rispettivamente il 4, il 7 e il 9 luglio 1896; 27) A. Nota, Sessantanni di eloquenza parlamentare italiana, voi. I, pagg. 100101: è riportata una parte del discorso tenuto il 20 ottobre 1848 dal ministro piemontese Rattazzi U. alla Camera sulle tristi condizioni pel Piemonte. Vedere inoltre F. S. Nitti, Nord e Sud in Scritti sulla questione meridionale voi. 2°, pag. 471, Laterza 1958; 28) Friedrich Vochting, La Questione Meridionale, Napoli, pagg. 196-97. Vedere ancora: Corrado Barbagallo, Le origini della grande industria contemporanea, Firenze, pagg. 40553.

http://www.nazionali.org/nofor/storia/02_procellaria_1959_leninismo_questione_meridionale_Demetrio_de_Stefano_2012.html

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