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V.I.Lenin -Opere complete -Vol. 1- a – 10

https://paginerosse.wordpress.com/2017/07/04/v-i-lenin-opere-complete-vol-da-1-10/

 

 

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Finché la guerra non lo ridivida!

Finché la guerra non lo ridivida!
http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtgm03-018466.htm
RMT | unidadylucha.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

22/10/2016

E’ passato più di un secolo da quando Lenin scrisse a Zurigo, tra gennaio e giugno del 1916, la sua celebre opera L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo, edito per la prima volta a metà del 1917. Senza l’apporto leninista è impossibile comprendere molti dei problemi e delle minacce che affronta l’umanità, tra essi, il problema della guerra.

L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo

Ai nostri giorni, per molteplici cause che vanno oltre l’oggetto di questo breve articolo, sono molti coloro che confondono l’imperialismo con una politica estera aggressiva di alcune potenze, specialmente degli USA. Questa posizione parte da un grave errore, quello di separare la politica dalla base economica.

L’imperialismo o capitalismo monopolista è una fase del capitalismo. E’ la sua fase attuale, la sua fase superiore e ultima. E come tale, è caratterizzata da una serie di caratteristiche fondamentali che, per Lenin, sono le seguenti:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo ‘capitale finanziario’, di un’oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
[Lenin, L’imperialismo, 1917, Cap. VII]

La spartizione del mondo tra le grandi potenze

Come si apprende dai punti 4) e 5), nell’analisi leninista viene data un importanza cruciale alla spartizione del mondo tra le potenze capitaliste. Ed effettivamente questa spartizione si realizza attraverso una determinata politica estera. Ma non una politica estera separata dal resto dei lineamenti imperialisti, ma più precisamente, conseguenza degli stessi. Nelle parole di Lenin, “i capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie «proporzionalmente al capitale», «in proporzione alla forza», poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione”. [Lenin, L’imperialismo, 1917, Cap. V]

Nel momento in cui Lenin scrive l’Imperialismo, il mondo era completamente spartito. Adesso, come allora, le nuove ripartizioni avvengono “in proporzione alla forza”, così come successe durante la 1a Guerra Mondiale. Come segnalava il dirigente comunista: “Questi cartelli internazionali che posseggono tutto il mercato mondiale e se lo spartiscono «amichevolmente» – finché una guerra non lo ridivida – sono già più di cento!” [Lenin, L’imperialismo e la scissione del socialismo, 1916]

Controrivoluzione, crisi capitalista e guerra

E ovviamente, da allora, ci sono state nuove ripartizioni. Dopo il trionfo della controrivoluzione in Unione Sovietica e nella maggior parte dei paesi socialisti, l’imperialismo non aveva più il muro di contenimento che per decenni aveva rappresentato il potere operaio. Questo sviluppo “libero” del capitalismo monopolista mise presto in evidenza il peso delle contraddizioni interimperialiste. Le differenti potenze si lanciarono in toto in una spartizione del mondo e la guerra imperialista si è manifestata come continuazione, con mezzi violenti, della politica imperialista. Le guerre di Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, ecc. ci offrono alcuni esempi della relazione diretta tra la politica imperialista e la guerra.

Il grado di esaurimento della formazione capitalista, nella sua fase imperialista di sviluppo, è stato confermato dalla crisi capitalista iniziata alla fine del 2007. Le difficoltà in cui si trovano le classi dominanti per superare la crisi non fanno altro che intensificare le contraddizioni tra le differenti potenze, inserite, in pieno, nella nuova spartizione del mondo. La guerra che si sviluppa in Siria è un tragico esempio di questa spartizione. L’accordo sul cessate il fuoco, che entrò in vigore lo scorso 12 settembre, è stato in realtà negoziato tra USA, UE e Russia, potenze imperialiste che si spartiscono tra di loro un paese sovrano.

La pace, nell’imperialismo, mai smetterà di essere una pace armata. Nessun equilibrio multipolare tra potenze imperialiste cambierà questa realtà. La guerra imperialista sarà sconfitta solo se è sconfitto l’imperialismo stesso. Il prossimo mese si celebra il 99° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia. Si tratta di un buon momento per apprendere dalla storia, per riprendere gli insegnamenti bolscevichi sulla relazione tra guerra e rivoluzione, per riaffermare che la classe operaia non deve collocarsi dietro nessuna borghesia, ma prendere il futuro nelle proprie mani e avanzare, alla testa del popolo, verso il rovesciamento dell’imperialismo, in tutte le sue manifestazioni e in tutti i paesi.

Proletari di tutti i paesi, uniamoci!

 

Lettera di Stalin al compagno Ivanov-Lettera di Ivanov al compagno Stalin

Lettera di Stalin al compagno Ivanov
Lettera di Ivanov al compagno Stalin
AL COMPAGNO STALIN da porte di Ivanov, propagandista
titolare del Comitato di Settore della Gioventù comunista leninista dell’URSS
a Manturov (regione di Kursk).
Caro compagno Stalin,
Vi prego caldamente di chiarirmi la questione seguente: qui da noi, sul posto, come anche nel Comitato regionale della Gioventù Comunista, esistono due maniere di concepire la vittoria definitiva del socialismo nel nostro paese, si confonde cioè, il primo gruppo di contraddizioni con il secondo. Nelle vostre opere sui destini del socialismo nell’Unione
Sovietica si parla di due gruppi di contraddizioni: quelle interne e quelle esterne.
Quanto al primo gruppo di contraddizioni, è chiaro che le abbiamo risolte: il socialismo nell’interno del paese ha trionfato.
Vorrei avere una risposta circa il secondo gruppo di contraddizioni, e cioè quelle esistenti tra il paese del socialismo e i paesi capitalistici. Voi indicate che la vittoria definitiva del socialismo significa la soluzione delle contraddizioni esterne, la completa garanzia contro 1’intervento e, di conseguenza, contro l’instaurazione del capitalismo. Ma questo gruppo di contraddizioni può essere risolto solo mediante gli sforzi degli operai di tutti i paesi.
E anche il compagno Lenin ci insegnava che “si può vincere definitivamente solo su scala
mondiale, solo mediante gli sforzi uniti degli operai di tutti i paesi” .
Al corso per i propagandisti titolari presso il Comitato regionale della Gioventù Comunista leninista dell’U.R.S.S. io ho detto, basandomi sulle vostre opere, che la vittoria del socialismo può essere definitiva solo su scala mondiale; ma i militanti del Comitato regionale, Urogenko (primo segretario del Comitato regionale della Gioventù Comunista) e Kazelkcov (istruttore alla propaganda)
qualificano il mio intervento di uscita trotzkista.
Ho dato loro lettura di citazioni di vostre opere su questa questione ma Urogenko mi ha detto di chiudere il mio volume, affermando che “il compagno Stalin lo diceva nel 1926, mentre ora siamo
già nel 1938; allora non avevamo ancora la vittoria definitiva, mentre ora l’abbiamo, e non si tratta punto ora per noi di pensare all’intervento e alla restaurazione”. Inoltre egli dice: “Noi abbiamo ora la vittoria definitiva del socialismo e abbiamo la piena garanzia contro l’intervento e contro la restaurazione del capitalismo”. Così mi hanno considerato complice del trotzkismo, mi hanno tolto dal lavoro di propaganda, e hanno posto la questione di sapere se posso restare nella Gioventù Comunista.
Vi prego, compagno Stalin, di spiegarmi se abbiamo la vittoria definitiva del socialismo o se non l’abbiamo ancora. Forse non ho trovato finora la documentazione complementare d’attualità su questa questione, in rapporto con i recenti cambiamenti?
Io considero anche come antibolscevica la dichiarazione di Urogenko, che pretende che le opere di Stalin su questa questione sono un po’ invecchiate. E i militanti del Comitato regionale hanno poi avuto ragione di considerarmi un Trotzkista? Ciò mi mortifica molto e mi offende.
Vi prego, compagno Stalin, di volermi rispondere al seguente indirizzo: Ivan Filippovic Ivanov, Soviet del villaggio Pervi Zassiem, distretto di Manturov, regione di Kursk.
18-1-38 Firmato: U. lvanov.

Lettera di Stalin al compagno Ivanov
Al compagno Ivan Filippovic Ivanov,
Voi avete naturalmente ragione, compagno Ivanov, e sono i vostri avversari ideologici, cioè i compagni Urogenko e Kazelkov, che hanno torto. Ed ecco perché. E’ fuor di dubbio che la questione della vittoria del socialismo in un solo paese, in questo caso nel
nostro, ha due diversi aspetti.
Il primo aspetto della questione della vittoria del socialismo nel nostro paese abbraccia il problemadei rapporti tra le classi all’interno del nostro paese. Questo è il campo dei rapporti interni. Può la classe operai del nostro paese sormontare le contraddizioni con i nostri contadini e stabilire con essi un’alleanza, una collaborazione? Può la classe operaia del nostro paese, in alleanza con i contadini, battere la borghesia del nostro paese, strapparle la terra, le officine, le miniere, ecc., e costruire con le sue proprie forze una nuova società senza classi, una compiuta società socialista?
Questi sono i problemi legati al primo aspetto della questione della vittoria del socialismo nel nostro paese.
Il leninismo risponde a questi problemi affermativamente. Lenin insegna che “noi abbiamo tutto ciò che è necessario per l’edificazione di una compiuta società socialista”. Noi possiamo e dobbiamo dunque, con le nostre proprie forze, vincere la nostra
borghesia e costruire la società socialista. Trotzki, Zinoviev, Kamenev e simili messeri, divenuti in seguito spie e agenti del fascismo, negavano la possibilità di edificare il socialismo nel nostro paese senza che prima la rivoluzione socialista avesse vinto negli altri paesi, nei paesi capitalistici. Questi messeri, in sostanza, volevano riportare il nostro paese indietro sulla via dello sviluppo borghese, coprendo la loro apostasia con falsi argomenti sulla “vittoria della rivoluzione” negli altri paesi. E’ proprio su questo punto che si è svolta la discussione nel nostro partito con questi signori.
L’ulteriore andamento dello sviluppo del nostro paese ha mostrato che il Partito aveva ragione, e che Trotzki e compagnia avevano torto.
Infatti, nel frattempo siamo riusciti a liquidare la nostra borghesia, a stabilire una fraterna
collaborazione con i contadini ed a costruire, nell’essenziale, la società socialista, sebbene la rivoluzione socialista non abbia vinto negli altri paesi.
Così stanno le cose per quel che riguarda il primo aspetto della questione della vittoria del
socialismo nel nostro paese.
Io penso, compagno Ivanov, che la vostra controversia coi compagni Urogenko e Kazelkov non riguardi questo aspetto della questione.
Il secondo aspetto della questione della vittoria del socialismo nel nostro paese abbraccia il
problema dei rapporti del nostro paese con gli altri paesi, con i paesi capitalistici, il  problema dei rapporti della classe operai del nostro paese con la borghesia degli altri paesi. Questo è il campo dei rapporti esterni internazionali. Può il socialismo vincere in un paese, che è circondato da potenti paesi capitalistici, considerarsi completamente garantito dal pericolo di un’invasione armata (intervento) e, di conseguenza dal tentativo di restaurazione del capitalismo del nostro paese?
Possono la nostra classe operaia e i nostri contadini con le loro forze, senza un serio aiuto della classe operaia dei paesi capitalistici, vincere la borghesia degli altri paesi, così come hanno vinto la propria borghesia? In altre parole: si può considerare la vittoria del socialismo nel nostro paese definitiva, cioè liberata del pericolo di un’aggressione militare e di tentativi di restaurazione del capitalismo, mentre la vittoria del socialismo esiste solo in un paese, mentre continua ad esistere l’accerchiamento capitalistico.
Tali sono i problemi che si ricollegano al secondo aspetto della questione della `vittoria del
socialismo nel nostro paese. Il leninismo risponde a questi problemi negativamente. Il leninismo  insegna che e la vittoria definitiva del socialismo nel senso di una piena garanzia contro la restaurazione dei rapporti borghesi è possibile solo su scala internazionale (vedi la nota risoluzione della 14.a conferenza del Partito Comunista dell’U.R.S.S.). Ciò significa che il serio aiuto del proletariato internazionale è quella forza senza la quale non può essere risolto il problema della vittoria definitiva del socialismo in un solo paese. Ciò non significa, naturalmente, che noialtri dobbiamo starcene con le braccia incrociate ad aspettare un aiuto dal di fuori. Al contrario, l’aiuto del proletariato internazionale deve essere congiunto col nostro lavoro per il rafforzamento
dell’Esercito Rosso e della Flotta Rossa per la mobilitazione di tutto il paese per la lotta contro l’aggressione militare ai tentativi di restaurazione dei rapporti borghesi.
Ecco quel che, a questo proposito, scrive Lenin: “Noi viviamo non solo in uno Stato, ma in un sistema di Stati, e l’esistenza della Repubblica
Sovietica accanto agli Stati imperialisti per un periodo di tempo non è concepibile. Alla fine, o l’unoo l’altro deve vincere. E nell’attesa che giunga questa fine una serie di scontri terribili tra la Repubblica Sovietica e gli Stati borghesi è inevitabile. Ciò significa che la classe dominante, il proletariato se vuole dominare e dominerà, deve dimostrarlo anche con la sua organizzazione militare” (Vol 24 pagina 122 ediz. russa).
E più in là: “Noi siamo circondati da uomini, da classi, da governi che esprimono apertamente il loro odiocontro di noi. Noi dobbiamo ricordare che siamo sempre a un capello da un’invasione”. (Vol. 27,pag. 117).Ciò è detto con acutezza e con forza, ma onestamente e schiettamente, senza fronzoli, come sapeva parlare Lenin.
Sulla base di queste premesse, nelle questioni di leninismo di Stalin è detto:“La vittoria definitiva del socialismo è la piena garanzia contro i tentativi di intervento, e, quindi di
restaurazione, poiché un tentativo un po’ serio di restaurazione può aver luogo solo con il serio appoggio dal di fuori, solo con l’appoggio del capitale internazionale. Perciò il sostegno della nostra rivoluzione da parte di tutti gli operai dei paesi, e tanto più la vittoria di questi operai, se non altro in alcuni paesi, è la condizione necessaria per la piena garanzia del primo passo vittorioso contro i tentativi di intervento e di restaurazione, la condizione necessaria per la vittoria definitiva del socialismo” (Questioni di leninismo, 1937, pag. 134). Infatti sarebbe ridicolo e sciocco chiudere gli occhi sul fatto dell’accerchiamento capitalistico e pensare che i nostri nemici esterni, ad esempio i fascisti, non tenteranno all’occasione, di compiere un’aggressione armata contro l’U.R.S.S. Possono pensare così solamente dei ciechi fanfaroni e i nemici nascosti, che vogliono addormentare il popolo. Non sarebbe meno ridicolo negare che nel caso di minimo successo dell’intervento militare, gli interventisti tenderebbero, nelle zone da essi
occupate, di distruggere il regime sovietico e di restaurare il regime borghese. Denikin e Kolciak non hanno forse restaurato il regime borghese nelle zone da essi occupate? In che cosa i fascisti sono migliori di Denikin e Kolciak? Negare il pericolo di un intervento militare e di tentativi di restaurazione mentre esiste l’accerchiamento capitalistico, possono farlo solo i confusionari e i nemici nascosti che vogliono nascondere con delle fanfaronate la propria ostilità o che cercano di smobilitare il popolo. Ma è possibile considerare la vittoria del socialismo in un solo paese definitiva se questo paese ha intorno a sé un accerchiamento capitalistico, e se esso non è garantito pienamente contro la minaccia di un intervento e di restaurazione? E’ chiaro che non è possibile.
Così stanno le cose per quel che riguarda la questione della vittoria del socialismo in un solo paese. Ne deriva che questa questione contiene due problemi differenti.
a) il problema dei rapporti interni del nostro paese, cioè il problema della vittoria sulla nostra borghesia e dell’edificazione del socialismo integrale;
b) il problema dei rapporti esterni del nostro paese, cioè il problema della piena garanzia del nostro paese contro i pericoli di un intervento militare e di restaurazione.
Il primo problema è già stato da noi risolto, poiché la nostra borghesia è già liquidata e il socialismo è già edificato nell’essenziale. Questo, da noi, si chiama vittoria del socialismo o, più esattamente, vittoria dell’edificazione socialista in un solo paese. Noi potremmo dire che questa vittoria è definitiva, se il nostro paese si trovasse su un’isola, e se intorno ad esso non vi fossero numerosi altri paesi, dei paesi capitalistici. Ma poiché noi viviamo non su un’isola ma in un “sistema di stati” di cui una parte considerevole è ostile al paese del socialismo, creando così il pericolo di un intervento ed una restaurazione, noi diciamo apertamente a onestamente che la vittoria del socialismo nel nostro paese non è ancora definitiva. Ma da questo consegue che il secondo problema non è ancora risolto e che bisognerà risolverlo. Più ancora: non è possibile risolvere il secondo problema nello stesso modo in cui è stato risolto il primo problema cioè mediante i soli sforzi del nostro paese.
Il secondo problema lo si può risolvere soltanto mediante l’unione dei seri sforzi del proletariato internazionale con gli sforzi ancora più seri di tutto il nostro popolo sovietico. Bisogna rafforzare e consolidare i legami proletari internazionali della classe operaia dell’U.R.S.S. con la classe operaia dei paesi borghesi, bisogna organizzare l’aiuto politico della classe operaia dei paesi borghesi alla classe operaia del nostro paese per il caso di un’aggressione militare, contro il nostro paese, così come bisogna organizzare ogni sorta di aiuto della classe operaia del nostro paese alla classe operaia dei paesi borghesi; bisogna rafforzare e consolidare con tutti i mezzi il nostro Esercito Rosso, la nostra Flotta Rossa, la nostra Aviazione Rossa, la nostra Società d’incoraggiamento alla difesa aero-chimica. Bisogna tenere tutto il nostro popolo in uno stato di mobilitazione perché sia pronto a fare fronte al pericolo di un’aggressione militare, perché “nessun caso” e nessuna manovra
dei nostri nemici esterni ci possa cogliere alla sprovvista…
Dalla Vostra lettera risulta che il compagno Urogenko ha un altro punto di vista, non del tutto leninista. Egli, infatti, afferma che “noi non abbiamo adesso la vittoria definitiva del socialismo e abbiamo la piena garanzia contro l’intervento e contro la restaurazione del capitalismo”. Non vi può essere dubbio che il compagno Urogenko ha fondamentalmente torto. Una simile affermazione del compagno Urogenko può essere spiegata solo con una incomprensione della realtà che ci circonda e con l’ignoranza dei princìpi elementari del leninismo, oppure con la sterile vanteria di un giovane burocrate infatuato della sua persona. Se veramente “abbiamo la piena garanzia contro la restaurazione del capitalismo” abbiamo noi bisogno di un potente Esercito Rosso, d’una Aviazione
Rossa, d’una potente Società d’incoraggiamento della difesa aereo-chimica, del rafforzamento e del consolidamento dei legami proletari internazionali? Non sarebbe meglio adoperare i miliardi che spendiamo per rafforzare l’Esercito Rosso, per altri scopi e ridurre al minimo l’Esercito Rosso o anche scioglierlo del tutto? Persone come il compagno Urogenko anche se soggettivamente sono devote alla nostra causa, oggettivamente sono pericolose per la nostra causa, poiché con la loro vanteria, volontariamente o involontariamente,(è lo stesso) addormentano il nostro popolo, smobilitano gli operai e i contadini e aiutano i nemici a coglierci alla sprovvista nel caso di complicazioni internazionali.
Per quel che riguarda il fatto, compagno Ivanov, che a quanto pare “vi hanno tolto dal lavoro di propaganda e hanno posto la questione di sapere se potete restare nella Gioventù Comunista” non dovete preoccuparvi. Se gli uomini del Comitato regionale della Gioventù Comunista vogliono veramente assomigliare al sottufficiale Priscibeiev, il noto personaggio di Cechov, si può essere certi che ci perderanno. Nel nostro paese i Priscibeiev non piacciono. Adesso potete giudicare se è invecchiato il noto passo del libro “Questioni di leninismo”, a proposito della vittoria del socialismo in un solo paese. Vorrei molto io stesso fosse invecchiato,perché al mondo non vi fossero più cose così spiacevoli come l’accerchiamento capitalistico, il pericolo di una aggressione armata, il pericolo della restaurazione del capitalismo, e così via. Ma purtroppo, queste cose spiacevoli seguitano a esistere.
12-2-l938 STALIN

Annie Lacroix-Riz :Perché il fascismo? *

http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custgi22-018324.htm

Perché il fascismo?

Annie Lacroix-Riz * | initiative-communiste.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/08/2016

Prima parte

Note contemporanee sull’aspetto non ideologico del fascismo: crisi di sovrapproduzione e guerra ai salari

In un’epoca in cui la “sinistra di governo” pretende di contrastare la spinta dell’estrema destra e grida al lupo mentre maltratta e insulta i salariati, è utile riflettere su quello che è successo in Germania durante la crisi del 1930 e in particolare sulle conseguenze della politica nota come “il male minore”.
Il testo seguente, completato da due documenti d’archivio inediti, è un contributo a questa riflessione.

Il fascismo è spesso presentato come una “contro-rivoluzione preventiva” delle classi dirigenti per impedire il rinnovarsi dei disordini politici e sociali che seguirono la prima guerra mondiale (caso tedesco, novembre 1918-gennaio 1919 e italiano 1919-1920). [1]

Esso fu soprattutto una risposta feroce alla crisi di sovrapproduzione che minacciava di far crollare i profitti. Mi limito qui all’esempio del fascismo tedesco, succeduto a quello italiano (ottobre 1922), ma considerato più “perfetto”: l’allineamento delle classi dirigenti dell’Europa continentale su questo modello e la notevole attrazione che ha esercitato su quelle degli Stati Uniti e del Regno Unito ha avuto le stesse motivazioni socio-economiche.

L’accordo ingannevole tra capitale e lavoro del novembre 1918

Il grande padronato tedesco aveva mal digerito le concessioni pubbliche che aveva dovuto fare il 15 novembre 1918 per soffocare la “rivoluzione” che minacciava di seguire la capitolazione del Kaiser Guglielmo II, il 9 novembre. Il “contratto sociale” della Repubblica di Weimar, si basava su una falsa resa. L’ADGB (Confederazione Generale Sindacale Tedesca), maggioritaria, organicamente legata alla SPD e anche essa contro la rivoluzione sociale, aveva contemporaneamente firmato con i delegati padronali un protocollo segreto liberandoli dai loro impegni: i contratti collettivi sui salari e le condizioni di lavoro non si applicano che “in conformità con le condizioni del settore industriale interessato”; “giornata di 8 ore in tutti i settori” se “le principali nazioni industriali” vi aderiscono.

Questo accordo coperto tra Capitale e Lavoro fu l’equivalente sociale dell’alleanza politica segreta “con le forze del vecchio regime”, stretta nel mese di ottobre-novembre dalla SPD con lo Stato Maggiore del Reichswehr, portavoce nel 1918 delle classi dominanti. Completato da una caccia spietata ai rossi, nella quale si distinsero le future “eccellenze” naziste, questo patto “contro natura” lasciava poche possibilità di sopravvivenza alla “Repubblica di Weimar”. [2]

Debito privato e fallimento della Germania

Odioso patto verso quella Repubblica (per quanto buona figlia fosse) nata dalla loro sconfitta pubblica, aristocrazia e grande borghesia la svuotarono subito della sua immagine ingannevole di “sinistra” iniziale. La base sociale di “Weimar” resistette fino all’uragano del 1930 che ha devastato la Germania. Le aziende, i comuni, lo Stato si erano fortemente indebitati presso le grandi banche internazionali dopo la stabilizzazione del marco del 1923-1924 operata sotto tutela americana, per sviluppare le capacità produttive, in particolare al servizio della rivalsa militare.

Così il Reich divenne il più grande debitore internazionale, verso gli Stati Uniti e tutti i paesi del “centro” imperialista. Il capitale finanziario straniero fu dunque un protagonista principale, come negli anni 1920 verso l’enorme debitore italiano, delle drastiche misure adottate dalla Banca dei Regolamenti Internazionali durante le turbolenze dell’estate del 1931 per prorogare il debito tedesco. I dettami di questo club privato di banche centrali fondato dal Piano Young, antenato (ancora in vita) poco noto delle istituzioni americane di Bretton Woods, prefigurarono esattamente quelli adottati nell’ultima fase acuta della crisi sistemica, sotto la tutela delle grandi banche di ogni paese, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale.

Guerra ai salari e politica del “male minore” della SPD

Il crollo dei mercati e dei profitti e l’imperativo di regolare il “debito privato internazionale” esigeva di “schiantare”, oltre gli stipendi, tutti i redditi non monopolistici: questo obiettivo mobilitò le bieche classi dirigenti e i loro creditori statunitensi, inglesi, francesi, ecc. Tra le condizioni imposte nel mese di luglio 1931, per “salvare” il Reich figurava l’integrazione del NSDAP [Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori], vincitore elettorale nel settembre 1930 [si affermava secondo partito, dopo SPD, ndt] grazie al supporto di lunga data (in particolare dal 1923 e l’occupazione della Ruhr) degli industriali in particolare dell’industria pesante, seguiti dal resto del padronato: questa formula inclusiva della destra permetteva, con i suoi metodi di terrore (e seduzione), di spezzare i salari delle vittime senza temere una reazione.

Prima che la NSDAP assumesse il governo nel febbraio del 1933, a fianco della destra “classica”, la missione era stata affidata a organizzazioni operaie “consensuali”. Esse facevano appello ai loro membri di partecipare ai sacrifici presentati come indispensabili per l’interesse nazionale, riducendo i loro salari: il leader di ultra-destra (SPD) del sindacato del legname e dirigente nazionale dell’ADGB, il deputato dell’SPD (1928) Fritz Tarnow nel 1931 sostenne “un matrimonio di convenienza con i padroni” (“non saremo i medici al capezzale del capitalismo?”). La SPD ha sostenne il suo Cancelliere Hermann Müller, che investito dopo il successo elettorale della sinistra, governò con la destra “classica” e tentò una prima “riforma” (di riduzione) delle indennità di disoccupazione (giugno 1928-marzo 1930).

La SPD inoltre sostenne il successore di Müller, Brüning (maggio 1930-maggio 1932) e la rielezione di Hindenburg alla presidenza del Reich (aprile 1932), rimanendo disarmata davanti al colpo di stato della destra alleata con i nazisti (Goering) in Prussia (luglio 1932), dicendo di contare sulle elezioni generali successive (novembre 1932). Tutto in nome del “male minore” contro Hitler mentre la destra, Bruening e Hindenburg in testa, preparavano apertamente l’ascesa del NSDAP. I fautori del “fronte repubblicano” del 21° secolo dovrebbe riflettere sui risultati politici del 1930.

Sinistra tedesca e nazismo

Le chiacchiere sulla colpevolezza di “estremismo di sinistra” del KPD nasconde le responsabilità schiaccianti, percepite come tali dal 1933, della dirigenza della SPD e delle sue organizzazioni, tra cui ADGB [3]. La passività davanti ai padroni e la loro soluzione nazista, spinta fino all’offerta di servizi, servirà da passaporto per la carriera “occidentale” nel dopoguerra, come nel caso di Tarnow: accondiscendente nel 1933 ma respinto dai nazisti e costretto in esilio, rientrò dalla Svezia nel 1946 su sollecitazione statunitense che lo aveva scelto per guidare, contro il rischio di unione con i comunisti nella Bizona del 1947, in Germania Ovest nel 1949 la vecchia federazione sindacale diventata DGB (Deutscher Gewerkschaftsbund).

Non furono i disordini sociali nel 1933 a determinare l’avvento di Hitler al potere: fu il rifiuto della maggior parte delle classi danneggiate di respingere questo assalto contro il loro reddito o la loro passività di fronte a questa “strategia dello shock”, per riprendere l’espressione di Naomi Klein. Contro questa linea, fissata dalle organizzazioni maggioritarie della “sinistra di governo”, combattivi ma isolati, per lo più operai del KPD e della sua “Organizzazione sindacale rossa” (GERD), lottarono valorosamente, prima e dopo il febbraio 1933, ma invano. È urgente riflettervi di fronte a questa crisi sistemica del capitalismo, dove “il medico [di sinistra alla Tarnow] al capezzale del capitalismo” fa finta di credere alla magia degli incantesimi “antifascisti” [4].

A completamento dell’articolo, Annie Lacroix-Riz propone due testi esemplificativi inediti, da lei scoperti e trascritti. A breve verranno tradotti e pubblicati per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare.

Note

*) Annie Lacroix-Riz, professore emerito di Storia Contemporanea, Università Parigi

[1] Pierre Milza, Les fascismes, Paris, Points Seuil, 1991.

[2] Gerald Feldman, Army, Industry and Labour in Germany, 1914-1918, Princeton, 1966, chef-d’œuvre non traduit en français; Gilbert Badia, Histoire de l’Allemagne contemporaine 1933-1962, Paris, Éditions sociales, 1962, et Les spartakistes, 1918: l’Allemagne en révolution, Paris, Julliard, 1966.

[3] RG Préfecture de police, sur « Les événements d’Allemagne » 8 mai, et RG Sûreté nationale SN JC5. A. 4509, Paris, 18 mai 1933, F7 (police générale), vol. 13430, Allemagne, janvier-juin 1933, Archives nationales, second document publié ci-dessous; et Derbent, La résistance communiste allemande, Bruxelles, Aden, 2008 (et transcription en ligne).

[4] Badia, Histoire de l’Allemagne; Lacroix-Riz, Industrialisation et sociétés (1880-1970). L’Allemagne, Paris, Ellipses, 1997; comparaison fascisme français et allemand, Le Choix de la défaite : les élites françaises dans les années 1930, Paris, Armand Colin, 2010, et De Munich à Vichy, l’assassinat de la 3e République, 1938-1940, Paris, Armand Colin, 2008; sur Tarnow, Scissions syndicales, réformisme et impérialismes dominants, Montreuil, Le Temps des cerises, 2015, p. 172, 207-209 et 232. Le document de 1939 publié ci-dessous montre l’effet ravageur sur les salaires et conditions de vie populaires du triomphe patronal de 1933.

Contro il revisionismo

 

 

tratto da: http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=25490706263834_282831581821238_886720738_n

Il revisionismo è la forma moderna con cui la borghesia attacca la classe operaia dall’interno, per impadronirsi delle leve di direzione del suo movimento, per subordinare la classe operaia al potere borghese, frenare i suoi movimenti e condurli alla sconfitta. Cos’è il revisionismo? Il revisionismo è una tendenza che, dall’interno delle file operaie, è degenerata verso la borghesia ed è diventata un sistematico modo di intendere borghese deciso a lottare dall’interno delle file operaie contro la classe operaia.
Il revisionismo moderno porta oggi nelle file operaie il suo attacco, come sempre ci sono stati attacchi nelle file operaie da parte della borghesia. Dai tempi della I Internazionale, via via nella storia delle organizzazioni operaie le degenerazioni opportuniste, riformiste, revisioniste, sono state operazioni di tradimento della classe operaia. Ma il revisionismo moderno è un nemico diverso dal riformismo e dal semplice opportunismo; il revisionismo moderno ha corroso con sistematicità, dall’interno, il Partito comunista e la dittatura del proletariato in URSS e i revisionisti sono stati pronti a realizzare il loro colpo di mano dopo la morte del compagno Stalin instaurando la dittatura della borghesia, marciando verso la ricostruzione del capitalismo in Russia. I revisionisti hanno fatto quest’operazione proclamando di riferirsi a Lenin, a Marx, definendosi marxisti-leninisti, continuando a chiamare il partito: Partito comunista.
Il revisionismo è un piano sistematico di revisione dei princìpi del marxismo-leninismo adoperati per tradire il marxismo-leninismo, è innalzare la bandiera del marxismo-leninismo per combattere contro il marxismo-leninismo, è il tentativo di mantenere con l’inganno la propria direzione sulla classe operaia e sulle masse. Cosa fa il revisionismo? Nega al partito la teoria rivoluzionaria, toglie al Partito comunista i princìpi basilari del suo scopo rivoluzionario e, pur mantenendo apparentemente posizioni, princìpi e idee marxiste-leniniste, organizza però la precisa negazione della concezione proletaria del mondo, della necessità della rivoluzione violenta, della necessità dell’instaurazione della dittatura del proletariato, della necessità quindi della via rivoluzionaria al socialismo.
In questo modo il revisionismo corrompe la pratica del partito e la vita interna del partito, togliendo al partito la prospettiva scientifica della rivoluzione, introduce nel partito una pratica quotidiana apparentemente proletaria, in realtà una pratica di continua mistificazione, di inganno, una pratica opportunista, di cedimento, di scivolamento costante verso la borghesia.
Il partito dominato dalla cricca revisionista diventa una scuola di penetrazione del veleno borghese nei militanti operai. Il partito revisionista si caratterizza per un aspetto fondamentale: la restaurazione al suo interno delle idee fondamentali della borghesia, l’individualismo e l’egoismo. La cricca dirigente revisionista educa il partito revisionista e tutti i suoi membri ad una concezione del mondo opposta alla concezione della classe operaia.
I militanti, sottoposti ad un formale statuto, in realtà non realizzano i contenuti della disciplina proletaria perchè non vigilano più contro gli atteggiamenti borghesi, il personalismo, la corruzione, la degenerazione che avvengono nel partito. All’interno del partito revisionista nato dal tradimento e dalla trasformazione del Partito comunista, avviene una putrefazione costante, l’immissione di elementi borghesi e di idee borghesi, fanno degenerare tutto il suo rapporto con la classe. Ma esso mantiene la forma del Partito comunista, cerca di presentarsi alla classe operaia come il Partito comunista, non dice mai a chiare lettere che la rivoluzione non si deve fare, dice sempre che è meglio un’altra via ed incanala tutto il movimento sulla via riformista di alleanza con la borghesia.
Il revisionismo, nei paesi dove ha corroso lo stato proletario e nei Partiti comunisti dove si è impadronito della direzione, lotta per nascondere la teoria marxista-leninista, priva il partito della teoria marxista-leninista e opera al suo interno per corromperlo e farlo degenerare, per eliminare la vigilanza e la direzione proletaria. Esso consegna al partito la linea riformista e riconquista tutte le degenerazioni storiche interne al movimento operaio, le tesi di Kautsky, di tutti gli opportunisti, di Trotski, di tutti i traditori.
La lotta contro il revisionismo, come dice il presidente Mao, è lotta contro l’individualismo e l’egoismo, è lotta per la piena riaffermazione della concezione proletaria del mondo, dei princìpi marxisti-leninisti del Partito comunista, all’interno del quale vige la disciplina, fondata sulla coscienza della concezione proletaria del mondo e dello stile proletario di combattere. Così, nella lotta contro il revisionismo, non basta una battaglia di statuto, non basta scindere, spaccare il partito revisionista e ricostituire il partito, ma è necessario un processo intenso di critica al revisionismo per costruire il Partito comunista e in questo processo affermare un costume, uno stile e un metodo di vita nel partito e di lavoro fra le masse che corrispondano alla concezione proletaria del mondo e che quindi affermino la profonda vigilanza contro la borghesia, le sue idee e il suo stile di lavoro.
Lottando contro il revisionismo, criticando a fondo il revisionismo, si può far risorgere, alla testa della lotta della classe operaia, l’avanguardia comunista cosciente che sottrae il movimento di massa delle lotte dei lavoratori al dominio della cricca riformista e opportunista, ripropone la saldatura della lotta particolare con la prospettiva della rivoluzione e instaura un chiaro programma e una serie di parole d’ordine volte a guidare la crescita della coscienza rivoluzionaria delle masse verso là presa del potere.

 

occorre che le masse popolari organizzino esse stesse la loro vita, smettano di aspettare e di chiedere che lo faccia la borghesia

Lo stravolgimento dei concetti

 

Lo stravolgimento dei concetti

Prabhat Patnaik
04/09/2016

Si considerino queste due affermazioni: “La piccola produzione è stata schiacciata dall’invasione del capitale” e “la piccola produzione è stata schiacciata dall’invasione delle multinazionali”. Molti considererebbero le due proposizioni più o meno identiche, la seconda solo come forma più specifica per esprimere la prima. Ma si sbagliano: c’è una differenza abissale tra queste due affermazioni.

Il capitale come rapporto sociale ha determinate tendenze intrinseche; queste si manifestano attraverso le azioni di agenti economici, ciascuno dei quali è costretto ad agire in modi particolari dalla logica del sistema. Per esempio il fatto che i capitalisti accumulino non significa necessariamente che desiderino farlo, ma è la logica che glielo impone. I capitalisti in breve non sono liberi di fare quello che vogliono, anche loro subiscono la logica del sistema; anche loro sono esseri alienati sotto il capitalismo, interpretano semplicemente una sceneggiatura dettata dal sistema. Karl Marx era giunto al punto di riferirsi al capitalista come capitale personificato.

Sotto questo aspetto le multinazionali sono entità non dissimili dal singolo capitalista. Esse non sono sinonimo del capitale, ma sono agenti attraverso le cui azioni, dettate dalla logica del sistema, si risolvono le tendenze immanenti del capitale. Trattare le multinazionali come incarnazione del “capitale” significa cancellare l’intera concezione del capitale con le sue tendenze intrinseche, spazzare via l’intero discorso sulla logica e sulla “spontaneità” del sistema, operare con una teoria molto differente.

Implicazioni politiche profonde

Ma questo cambiamento di “soggetto” da “soggetto concettuale”, cioè il capitale, a “soggetto tangibile”, vale a dire le multinazionali, non è solo uno spostamento teorico. Ha implicazioni politiche profonde. Se le tendenze intrinseche del capitale, quali la centralizzazione del capitale, la tendenza continua a mercificare tutte le sfere della vita sociale, la distruzione della piccola produzione, la tendenza a produrre ricchezza per un polo della società e povertà per un’altro, devono essere eliminate, il capitale, con le sue tendenze connaturate, deve essere superato come categoria sociale, attraverso un rovesciamento del capitalismo. Riconoscere nel capitale un “soggetto” concettuale delle dinamiche sociali implica necessariamente un ordine del giorno che veda la rivoluzione sociale come condizione per la libertà umana. Limitando però la nostra attenzione alle multinazionali, come “soggetto”, come guida delle dinamiche sociali, ci dà l’impressione che esse possano essere limitate, controllate, addomesticate, blandite e costrette ad agire per il bene (“responsabilità sociale delle imprese”), per migliorare l’esito e la direzione di queste dinamiche. Partire da questo punto di vista consegue la necessità di un programma di riforme, un programma liberale progressista. Un passaggio dal “soggetto concettuale” a un “soggetto tangibile”, pertanto, non è solo un cambiamento teorico; è anche un cambiamento di ordine del giorno: da un programma socialista a un programma liberale progressista.

Naturalmente, nel dibattito quotidiano non ci curiamo di parlare di “capitale”, ma invece di multinazionali, di banche multinazionali, anche di singole case industriali come Tata, Birlas Ambani: entità contro le quali si scatenano le lotte operaie. Questo è come dovrebbe essere, dal momento che i “soggetti concettuali” sono obiettivi difficili, mentre i “soggetti tangibili” rendono tangibile e quindi facile da comprendere, i bersagli. Anche nella prassi, la lotta quotidiana, come ad esempio l’azione sindacale, è sempre contro una particolare entità concreta, contro una “personificazione del capitale”, come Marx aveva detto, piuttosto che contro l’entità concettuale chiamata “capitale” (la lucida comprensione si verifica solo nei periodi di lotta di classe rivoluzionaria). Ma il punto qui è diverso, ossia la sostituzione di un “soggetto concettuale” con un “soggetto tangibile” per convenienza dialettica o a causa della particolarità del contesto della lotta (ad esempio una azione sindacale in una fabbrica di proprietà Ambani) non deve mai comportare una sostituzione nell’ambito della teoria.

Ogni sostituzione teorica di questo tipo o qualsiasi tendenza a restare più o meno confinati a “soggetti materiali” pur riconoscendo formalmente la “questione concettuale”, implica sostituire a tutti gli effetti un programma socialista con un ordine del giorno liberale progressista. Ci sono naturalmente i liberali progressisti che non sono socialisti e che, del tutto coerenti con le loro convinzioni politiche, non riconoscono “soggetti concettuali”. Rifiutano dichiarazioni come “la piccola produzione viene travolta dall’invasione del capitale” di cui si parlava all’inizio, perché esalta qualcosa di mistico chiamato “capitale” elevandolo a “soggetto”. Ma per un socialista sostituire un “soggetto concettuale” con un “soggetto tangibile” nel regno della teoria, equivale ad abbandonare la ragion d’essere della fede socialista.

La propensione a farlo, tuttavia, è particolarmente elevata in questi tempi perché ci sono un gran numero di gruppi di attivisti e organizzazioni non governative, militanti e animati da buone intenzioni ma non socialisti, impegnati intensamente in lotte su questioni specifiche che affliggono le persone e attorno alle quali la sinistra deve fare causa comune. Dal momento che gli obiettivi di queste lotte sono “questioni tangibili”, l’impegno continuo in tali lotte insieme ai summenzionati gruppi e ong da parte della sinistra corre il rischio di spingere la teoria, e con essa tutta una serie di “soggetti concettuali”, in secondo piano. La sinistra, ritengo, deve difendersi da questo se vuole mantenere l’impegno nel suo progetto socialista.

Un secondo concetto che rischia di essere ugualmente travolto è “l’imperialismo”. Il termine “imperialismo” si riferisce a una rete di relazioni che coinvolge paesi capitalisti avanzati e sottosviluppati. Queste relazioni cambiano nel tempo, guidate non solo dalle tendenze intrinseche del capitale, ma anche dalla resistenza delle persone. L’amministrazione Reagan o l’amministrazione Bush o l’amministrazione Obama, sono i “soggetti tangibili” attraverso i quali operano in pratica le azioni del “soggetto concettuale” che noi chiamiamo “imperialismo”. Ma proprio perché l’imperialismo non è tangibile, mentre lo sono tutte queste entità attraverso cui opera, la tendenza è quella di sostituire il termine “imperialismo” con queste altre entità, esattamente nel modo in cui il termine “capitale” tende ad essere sostituito da termini come “multinazionali”,” banche multinazionali” e simili.
Talvolta vengono applicate al posto di “imperialismo” locuzioni come “impero americano” o “impero del male” o “egemonia degli Stati Uniti” o semplicemente “Impero”, che Hardt e Negri usarono nel loro noto lavoro. Mentre il termine “imperialismo” descrive specifiche relazioni, altri termini, come “amministrazione Obama”, si riferiscono semplicemente a particolari entità esistenti e rifiutano di dare qualsiasi suggerimento e collegamento alle tendenze intrinseche del capitale. Il problema tuttavia non è nell’uso di questi termini di per sé, ma nella sostituzione del termine “imperialismo” con questi termini, cioè, nella soppressione della teoria che scaturisce dalla comprensione delle tendenze immanenti del capitale e che pertanto intende il superamento del capitalismo e di conseguenza, di queste tendenze intrinseche del capitale, come condizione per la libertà umana.

Anche in questo caso dal momento che la sinistra deve lavorare insieme a molti gruppi di attivisti militanti su questioni specifiche, per esempio, l’aggressività degli Stati Uniti in tutto il mondo, ma che non sono socialisti e per i quali questi “soggetti concettuali” come “l’imperialismo” derivanti dalle tendenze connaturate al capitale hanno poco significato, si affaccia il pericolo di un sovvertimento dei concetti e quindi, di scivolare inconsapevolmente da un impegno per il socialismo verso una posizione intellettuale liberale progressista.

Non si tratta di disprezzare tali lotte o della necessità per la sinistra – e con questo intendo tutti coloro che vedono la necessità di trascendere al capitalismo – di unirsi ai liberali progressisti nel corso di tutte queste lotte. In effetti i liberali progressisti spesso possono essere più militanti in lotte specifiche che la sinistra. Il punto è che la sinistra non deve mai abbandonare la propria comprensione teorica che si basa su una serie di “soggetti concettuali”.

Corretta comprensione

Non si tratta di aderire a una comprensione per una sorta di lealtà alla memoria di Marx e di Lenin, ma perché questa comprensione è corretta. La prova di questa correttezza sta nel fatto che le lotte specifiche contro “soggetti tangibili”, anche quando hanno successo, portano solo vittorie temporanee che vengono rintuzzate quando si affermano le tendenze intrinseche del capitale. In realtà anche la più massiccia “ingegneria sociale”, a cui è stato costretto il capitalismo dalle lotte della classe operaia nel dopoguerra, che ha visto una “gestione della domanda” keynesiana e che inaugurò anche un periodo definito come “l’età d’oro del capitalismo”, è stata abbandonata con l’emergere del capitale finanziario internazionale (un altro”soggetto concettuale”) come conseguenza delle tendenze immanenti del capitale.

Solo quando attraverso un ricorsivo accumulo di lotte specifiche, viene montata una sfida rivoluzionaria di successo contro questo universo di “soggetti concettuali” nel loro complesso, l’umanità muoverà finalmente oltre queste lotte specifiche. Fino ad allora però la sinistra deve attenersi alla comprensione teorica della società sulla scorta di questi “soggetti concettuali” e stare in guardia contro ogni sovvertimento delle sue basi concettuali.

Contributo del PCM all’Incontro dei Partiti Comunisti, di Lima, Perù Il progressismo è una bandiera estranea ai partiti comunisti e operai, che hanno in ogni momento la responsabilità di rendere cosciente e organizzare la classe operaia in favore della Rivoluzione Socialista.

Contributo del PCM all’Incontro dei Partiti Comunisti, di Lima, Perù

Il progressismo è una bandiera estranea ai partiti comunisti e operai, che hanno in ogni momento la responsabilità di rendere cosciente e organizzare la classe operaia in favore della Rivoluzione Socialista.

Contributo del compagno Ángel Chávez Mancilla, Responsabile Ideologia del Comitato Centrale del Partito Comunista del Messico (PCM) all’Incontro dei Partiti Comunisti e Rivoluzionari realizzato a Lima, Perù, i giorni 26, 27 e 28 Agosto.

Compagni:

A nome del Comitato Centrale del Partito Comunista del Messico salutiamo lo sforzo organizzativo del Partito Comunista Peruviano e del Partito Comunista del Perù Patria Rossa per la realizzazione di questo Incontro dei Partiti Comunisti e Rivoluzionari. In una lettera aperta diretta ai partiti comunisti e operai del Continente, che stiamo distribuendo, esprimiamo le nostre preoccupazioni per un incontro di questa natura, soprattutto perché per “rivoluzionari” si inglobano partiti promotori della gestione progressista, vari di essi socialdemocratici e propulsori della gestione neokeynesiana del capitalismo.

Compagni:

Il Partito Comunista del Messico per decisione del suo V Congresso si è separato dal Forum di San Paolo nel suo XXI Incontro realizzato a Città del Messico lo scorso anno, perché?

Lo abbiamo fatto sulla base dell’evoluzione dell’esperienza delle gestioni progressiste che già da circa 18 anni sono al governo di vari paesi della regione, e anche perché i partiti socialdemocratici messicani membri del Forum di San Paolo, PRD (Partito della Rivoluzione Democratica, ndt), e la sua scissione maggioritaria MORENA, sono direttamente responsabili dell’assassinio di cinque militanti del PCM nello Stato di Guerrero, che governavano nella persona del criminale Ángel Aguirre. Senza ridondare in quello che abbiamo già espresso in quel momento, ma estrarre lezioni generali della gestione progressista oggi in crisi, e non solo per le misure aggressive del centro imperialista nord-americano, per le contraddizioni inter-imperialiste tra USA-UE e i BRICS, ma soprattutto come risultato di non soddisfare le aspirazioni e richieste della classe operaia e i settori popolari.

Ma al di là della retorica e slogan, anche quando hanno cercato rifugio sotto il socialismo, chiamandolo “socialismo del XXI secolo”, ciò che è al centro dell’analisi è che in questi quasi due decadi non hanno portato la minima modificazione del modo di produzione capitalista né dello Stato classista borghese, ma al contrario si sta facendo di tutto per rafforzarli, anche quando sono state lanciate decine di teorie, oggi in disuso, ma tutte esse estranee e contrarie al marxismo-leninismo; non possiamo voltare le spalle al fatto obiettivo che alcune di esse hanno minato ideologicamente vari partiti comunisti e seminato confusione nel movimento operaio.

Anche se in Messico nel governo nazionale ad oggi non ha vinto le elezioni l’opzione neokeynesiana o progressista, essa governa già a Città del Messico e in varie entità, cosa che ci permette di constatare il suo carattere di classe e il suo agire politico dallo Stato e le istituzioni. Sia nel programma, come nella pratica governativa si mostra il suo vincolo a un settore dei monopoli con i quali si riorganizza la dominazione e lo sfruttamento. Nel caso di Città del Messico si è consegnato il Centro Storico al gruppo CARSO di Carlos Slim, proprietario di América Móvil, principale monopolio della telefonia mobile in Messico e America Latina, così come ad altri monopoli immobiliari o della costruzione; nei progetti di sicurezza si è integrato il disegno dell’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, e da allora sono incrementati i meccanismi repressivi antipopolari, con misure come l’incapsulamento delle mobilitazioni operaie, studentesche, politiche, come lo dimostrano le misure di contenimento recenti contro i lavoratori dell’istruzione e quelle adottate contro i comunisti; per attenuare la miseria sono stati adottati programmi assistenzialisti accompagnati da rimbombante pubblicità, questi programmi sono stati orientati alla terza età, alle donne, ai giovani, e iniziarono la loro applicazione nel 1997, ossia stanno completando quasi 20 anni, ed è possibile affermare che non hanno risolto assolutamente nulla alla base, ma hanno alleviato provvisoriamente gli effetti scandalosi della miseria, come si dice, nella ricerca di mascherare il sistema, abbellire il capitalismo. E’ sintomatico che al tempo che si promuovono queste misure populiste, nelle questioni centrali, come la crisi internazionale dell’economia politica, la socialdemocrazia e la nuova socialdemocrazia serrano le file con il partito conservatore (Partito Azione Nazionale, PAN) e con quello liberale (Partito Rivoluzionario Istituzionale, PRI), sostenitori della gestione neoliberista, per le misure destinate a svalorizzare il lavoro, cosiddette riforme strutturali, soprattutto la riforma lavorativa.

E’ certo che la nuova socialdemocrazia (MORENA), portabandiera della gestione progressista in Messico, può con il suo candidato vincere le elezioni presidenziali del 2018, ma il precedente della sua gestione politica conducono a un quadro che ci permette di avanzare la seguente prognosi: il progressismo, con le sue misure neokeynesiane cerca di prolungare il modo di produzione capitalista e la dittatura di classe della borghesia, portando con esso la classe operaia a continuare sotto le bandiere della schiavitù salariata, dello sfruttamento e l’estrazione di plusvalore, della spoliazione di terre e territori ai popoli originari e comunità in favore dei progetti minerari-energetici, e a continuare con la pauperizzazione dei settori popolari, con la repressione.

Il “male minore” non può esser l’opzione che il PCM presenta alla classe operaia e al popolo messicano, quando oggettivamente è il capitalismo responsabile delle sofferenze della classe operaia e i popoli. Per questo consideriamo un approccio teorico erroneo il combattere solo la gestione neoliberale del capitalismo, come se la gestione neokeynesiana sia nella direzione programmatica che dobbiamo assumere noi comunisti, mettendo da parte che preserva, protegge e stimola il capitalismo e le sue conseguenze, prendendo partito per determinati monopoli.

Tuttavia, il progressismo al governo già in vari paesi dell’America, alcuni con importante sviluppo capitalista, ci mostra già generalità che ci indicano che non è un cammino per la soluzione dei problemi profondi dei lavoratori e i popoli, e che inoltre è un fattore di distrazione che cerca di contenere la lotta di classe per evitare rotture rivoluzionarie antimonopoliste, anticapitaliste e antimperialiste che sboccano nel potere operario e popolare e nella costruzione del socialismo-comunismo.

Il rafforzamento del capitalismo nei paesi progressisti

Le politiche “progressiste”, anteponendo la lotta per il socialismo scientifico la lotta per una gestione del capitalismo che cerca di dargli un volto umano, attutendo le turbolenze classiste prodotto della crisi del capitalismo, come sono l’approfondimento delle politiche antipopolari. Nei paesi che applicano queste politiche si allevia il malessere di una parte dei settori operai e popolari e solo momentaneamente, poiché mantenendo intatta la base economica capitalista si viene sottomessi alle leggi di questo e pertanto sono ugualmente flagellati dalla crisi prodotto dell’anarchia della produzione.

Con la consegna di prebende il progressismo ottiene di incorporare forze operaie e popolari nel quadro del capitalismo, rafforzando questa cooptazione di settori operai con l’uso di parole d’ordini sulla necessità di “indipendenza e sovranità” delle nazioni soggiogate dall’”imperialismo nordamericano”. La relativa pace sociale, sottomissione e perfino collaborazione dei lavoratori che ottengono con questo, genera condizioni favorevoli per lo sviluppo del capitalismo, concentrazione di capitali e sviluppo delle forze produttive.

Noi comunisti non possiamo appoggiare un governo borghese con la speranza che generi migliori condizioni per i lavoratori e il socialismo, storicamente questa posizione ha trascinato i comunisti alla coda dei progetti borghesi, così per esempio in Messico l’appoggio che organizzazioni comuniste diedero ad alcuni governi sorti dalla Rivoluzione Messicana, ha fomentato unicamente un arretramento nella presa di coscienza della classe operaia, ha debilitato la lotta per il socialismo e ha fatto dei comunisti un appoggio diretto del progetto di rafforzamento dei monopoli.

L’eterno posticipare la rivoluzione socialista ha fatto sì che lo stato borghese con la nazionalizzazione di imprese rafforzasse lo sviluppo delle forze produttive agendo come “borghesi collettivo”, che ha portato la borghesia nazionale ad essere borghesia monopolista e come tale di carattere internazionale inserita nella piramide imperialista. La nazionalizzazione di imprese non ha implicato realmente che la produzione stesse al servizio dei lavoratori, poiché le imprese erano nelle mani dello Stato e questo in mano della borghesia. Questo senza menzionare che numerose imprese continuarono ad essere direttamente in mano della borghesia hanno continuato ad essere direttamente nelle mani della borghesia.

Riprendendo questa esperienza, noi Partiti Comunisti non possiamo fomentare come una soluzione per migliorare le condizioni della classe operaia e i settori popolari, l’aumento della produttività, l’efficienza e l’efficacia nei processi di produzione, senza prima porre la produzione nelle mani dei lavoratori, ossia senza prima distruggere la proprietà privata sui mezzi di produzione, questo implicherebbe chiedere ai lavoratori che sottomettano i loro interessi agli interessi del nemico di classe e collaborare nel rafforzamento della borghesia.

Così come non diamo il nostro appoggio a governi di gestione borghese, noi partiti comunisti non possiamo dare il nostro appoggio nemmeno a progetti economici regionali o unioni interstatali con base capitalista, poiché questi non sono altro che la collaborazione di borghesie che cercano di generare condizioni appropriate per poter competere con gruppi monopolisti e altri blocchi imperialisti.

Questo avviene con l’unione interstatale per esempio il MERCOSUR, UNASUR o l’ALBA-TCP. L’equazione è semplice, la somma di economie capitaliste dà come risultato un blocco inter-capitalista e non può dare come risultato un’alleanza popolare opposta ai monopoli. Che c’è di alternativo in questo? Veniamo al caso dell’ALBA-TCP che suscita aspettative; la presenza di Cuba, qualitativamente, per il peso economico, per le difficoltà che ha attraversato come risultato del blocco imperialista, non ha un peso economico determinante in relazione agli altri paesi partecipanti che qualitativamente sono paesi capitalisti.

La sua stessa propria base dimostra che si tratta di unioni di Stati capitalisti che indipendentemente da se il governo di uno Stato è liberale o socialdemocratico, indipendentemente da se partecipano Stati con governi che si autoproclamano di “sinistra” e indipendentemente dalla forma di gestione, si basano nei grandi gruppi economici e i loro interessi.

L’appoggio dei Partiti Comunisti a queste alleanze inter-borghesi suole sostenersi affermando il cambio dei rapporti di forza, ma attraverso questo processo si debilitano le agitazioni radicali, si favorisce l’integrazione alle aspirazioni del capitale e si rafforza la posizione della socialdemocrazia, delle forze borghesi in generale.

I paesi che integrano l’ALBA, davanti all’incapacità di competere con le imprese di maggior dimensione, hanno promosso i progetti Grannacional con i quali sommano un capitale maggiore che gli permette di conformare un monopolio per disputare con altri. Così per esempio, nell’impossibilità di competere con un monopolio come CEMEX, stanno investendo in una cementeria con capacità di produzione di 1.000.000 ton/anno. Anche se i progetti Grannacional dicono di aspirare alla soddisfazione delle necessità umane, mentre i paesi integranti hanno una base capitalista, l’unica cosa che si fomenterà in modo sicuro è l’accumulazione di capitale, poiché indipendentemente dalla sua nazionalità, indipendentemente da chi occupa un posto superiore o inferiore, il monopolio è l’essenza del sistema imperialista mondiale.

Nel caso dei cosiddetti governi progressisti non è per nulla casuale che il periodo di tempo in cui osserviamo l’aumento della spesa sociale corrisponde con il periodo di aumento nel prezzo del petrolio e altri energetici. Da luglio 2001 a luglio 2008 questo è passato da 24.8 dollari per barile a 132.55. Ipso facto, quando questi prezzi cominciano a scendere fino a raggiungere il mese passato i 44.22 dollari per barile, abbiamo la spiegazione ai tagli, insufficienze, e fallimenti in tali progetti, insieme con l’insoddisfazione dei popoli e le perdite elettorali. In America Latina, allo stesso che nel mondo ciò che è in crisi è il capitalismo.

Nell’economia capitalista, con la travolgente maggioranza dei mezzi di produzione decisivi nelle mani della borghesia, dedicati allo sfruttamento dei lavoratori per l’accumulazione, se una gestione keynesiana conta come leva per ampliare la spesa sociale con la rendita petrolifera, questa crollerà con tutta la fragilità di questi prezzi. E’ responsabilità dei Partiti Comunisti non permettere che la gestione Keynesiana si chiami socialismo, la si identifichi con il socialismo, se vogliamo sperare che davanti al fallimento del sistema, la nostra classe e i popoli dell’America Latina lottino effettivamente per costruire il socialismo e non per rottamarlo.

Noi comunisti non possiamo circoscrivere il nostro programma alle fluttuazioni delle quotazioni internazionali di Ecopetrol, PDVSA, YPFB, Petroecuador, ecc. Il nostro programma è la socializzazione dei mezzi di produzione, il suo usufrutto e gestione da parte della classe operaia per la soddisfazione di tutte le necessità contemporanee, il rovesciamento del potere statale che si oppone a esso, l’instaurazione di un potere che difenda tale misura centrale, ecc.

Ma non è solo la questione che tali gestioni keynesiane chiamate “di sinistra”, “progressiste” o “post-capitaliste”, avanzano e retrocedono al ritmo dei periodi di espansione e crisi del mercato, ma che durante tali governi la questione fondamentale del potere si è offuscata, mentre gli strumenti necessari per la repressione della classe operaia, per sottomettere questa alla continuità del suo sfruttamento si sono mantenuti e sono stati usati.

Questi processi hanno seminato illusioni, false speranze, poiché alla fine hanno perfezionato la macchina di dominazione statale, oltre a mantenere inalterate le relazioni di produzione capitalista. Per quale ragione i partiti comunisti e operai devono contribuire a rafforzare il sistema?

Gli argomenti non resistono alla prova:

  1. Si dice che sono processi opposti all’imperialismo, esso è parzialmente certo e generalmente incorretto, posto che effettivamente hanno contraddizioni con il centro imperialista nordamericano, ma sono collegati all’Unione Europea e all’alleanza inter-imperialista che esiste tra Russia e Cina, inoltre hanno favorito i monopoli locali, per esempio in Brasile quelli della costruzione e energia, inoltre sono state promosse unioni interstatali di carattere capitalista. Se ci atteniamo alla definizione leninista dell’imperialismo, è la fase del capitalismo dei monopoli, questa è la sua principale caratteristica, e così vediamo come il progressismo lo va rafforzando, al tempo che la diversificazione delle esportazioni sebbene attenua i legami di dipendenza e interdipendenza con il centro imperialista nordamericano simultaneamente li rafforza con la UE o i BRICS, o con il cosiddetto commercio regionale e gli accordi che si vanno forgiando. Lo sviluppo dei monopoli si è dato già in America Latina e esiste in paesi come Brasile, Messico e Argentina che possiedono monopoli di grande dimensione che sfruttano i lavoratori di altri paesi. Le borghesie con base in America Latina sono integrate nel sistema imperialista, passando ad essere borghesie imperialiste di carattere mondiale, e come tali disputano con altre nazioni un gradino più alto nella piramide imperialista. Per questo, è un grave errore restringere la lotta antimperialista alla lotta contro il centro imperialista nordamericano, poiché porta all’abbellimento di altri centri imperialisti.

  2. La logica anti-neoliberista non presuppone una posizione per il rovesciamento delle relazioni capitaliste, anzi probabilmente si concluderà in forme distinte di gestione del capitalismo, umanizzarlo.

  3. Le alleanze interclassiste con obiettivi di sovranità, indipendenza fino ad ora hanno rafforzato le posizioni di settori della borghesia con un saldo molto negativo per l’indipendenza di classe del proletariato.

  4. Le nazionalizzazioni, statalizzazioni, o le imprese pubbliche non costituiscono in sé un antagonismo con le privatizzazioni intanto che il potere statale permane nelle mani della borghesia e dei monopoli. Dopo il trionfo della Rivoluzione Messicana del 1910, e soprattutto con il populismo installato da Lázaro Cárdenas, e fino al 1982, lo Stato messicano sviluppò un processo di nazionalizzazione dell’industria e l’economia, che arrivò a controllare il 70% nelle mani del settore pubblico, percentuale che potrebbe rappresentarsi molto più radicale che qualsiasi dei governi progressisti contemporanei, ma si trattava di un processo di concentrazione e centralizzazione del capitale, che giunto il momento può trasferirsi ai monopoli privati, sotto la conduzione dello stesso Stato, nel contesto dei variabili rapporti di forza internazionali nel contesto della controrivoluzione che rovesciò la costruzione socialista nell’URSS. L’unico cambiamento favorevole ai lavoratori e il popolo sarà con un economia popolare sostenuta nella socializzazione dell’economia, cosa che presuppone il potere operaio, come ha dimostrato l’esperienza di successo della costruzione socialista nel XX secolo.

  5. E’ certo che il Dipartimento di Stato degli USA ha riorientato dall’amministrazione di Obama una politica condotta a recuperare spazi in America Latina, che ha incrementato il suo appoggio a forze controrivoluzionarie; tuttavia sono i popoli ad aver ritirato il loro appoggio alle gestioni progressiste davanti al loro evidente fallimento, corruzione, indefinitezza. Esprimiamo la nostra solidarietà alle forze di classe come il PC del Venezuela (PCV) che lottano per una soluzione rivoluzionaria alla crisi economica e politica che soffre oggi il popolo venezuelano.

In America Latina gestioni capitaliste Keynesiane non devono esser confuse con il socialismo-comunismo, né possono esser collocate dai Partiti Comunisti come bandiere della classe operaia.

Nella base economica di tutti i paesi compresi tra il Rio Bravo e la Patagonia, esiste il mercato, e questo si trova in una crisi dove i Partiti Comunisti hanno l’obbligo di segnalare alla classe operaia il duro cammino per una soluzione a suo favore.

In caso contrario, saremo corresponsabili del carico della storia dove le gestioni socialdemocratiche dell’America Latina hanno aperto democraticamente la porta del potere alla reazione anti-operaia. La polizia nelle mani del governo reazionario dell’Argentina ha represso i maestri nella Terra del Fuoco, la reazione in ascesa in Venezuela minaccia di usare le sue posizioni nel potere legislativo per derogare le conquiste e i diritti conquistati dalla classe operaia, in Brasile Temer dal giorno seguente la sua nomina come presidente ha scatenato la repressione e ha mandato la polizia a sgomberare le scuole dagli studenti medi. O socialismo o caricatura del socialismo.

La necessità dei Partiti comunisti

Attualmente il lavoro dell’organizzazione della classe operaia sotto le bandiere del comunismo, non possiede la forza che richiedono gli shock classisti sempre più frequenti e violenti. Senza l’esistenza di Partiti Comunisti forti le agitazioni sociali non hanno altra uscita che la sconfitta dei lavoratori, poiché noi partiti comunisti siamo il motore insostituibile del cambiamento rivoluzionario verso il socialismo-comunismo.

Noi partiti comunisti necessitiamo di rafforzarci e dispiegare un’azione congiunta, ma unicamente la chiarezza e la coincidenza politica ideologica sono la base per porre una strategia comune e elaborare le nostre proposte programmatiche e politiche per il presente momento. Questo ha come condizione che i Partiti Comunisti recuperino le posizioni ideologiche del marxismo-leninismo. Con questo non vogliamo dire che questo Incontro deve avere come predisposizione l’unità di tutti i Partiti Comunisti in un progetto, che come detto prima, richiede un processo serio di dibattito in cui si converga ideologicamente e politicamente con i fondamenti del marxismo-leninismo.

Sono gravi i problemi della classe operaia del nostro paese, dei contadini poveri, della donna lavoratrice, della gioventù lavoratrice, dei popoli indios, degli strati medi impoveriti come risultato delle politiche aggressive dei monopoli e dei diversi centri imperialisti. Noi partiti comunisti dobbiamo fare grandi sforzi, superare le nostre difficoltà e limiti, per organizzare massivamente la classe, organizzare in ogni centro di lavoro la controffensiva popolare. Non è il momento di isolarsi dalla classe operaia, né di settarismi, né di dottrinarismi, ma di concentrare i nostri sforzi per rovesciare le condizioni di ingiustizia e di oppressione che soffocano i lavoratori e le loro famiglie, che li condannano alla precarietà, alla disoccupazione, alla fame, alla miseria.

Bisogna esser molto chiari al riguardo, noi Partiti Comunisti abbiamo come orizzonte, seguendo i fondatori del Marxismo ne Il manifesto del Partito Comunista e poi in La ideologia tedesca, il socialismo-comunismo e non una società “post-capitalista”, la presa del potere dello stato da parte della classe operaia e l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo socializzando i mezzi di produzione e non una società “post-neoliberista”.

Per questo i Partiti Comunisti necessitano un Incontro in cui la posizione comune sia il rovesciamento del capitalismo, contrariamente ci collocheremo nella variopinta miscela della “sinistra”, che, quali espressioni borghesi socialdemocratiche aspira a che abbandoniamo l’idea del socialismo scientifico e non abbandoniamo l’appoggio di posizioni di sostegno a governi o gestioni borghesi.

La fase imperialista

Per poter avanzare nell’instaurazione di una strategia comune dei PPCC dobbiamo partire dall’analisi della realtà presente, la quale ha come quadro più generale che ci troviamo nell’epoca dell’imperialismo e le rivoluzionaria proletarie. L’imperialismo è la fase superiore e ultima del capitalismo, è il capitalismo dei monopoli.

Ciò nonostante esistono organizzazioni che si trovano nella lotta generale dei popoli, e anche Partiti Comunisti che identificano l’imperialismo con la politica estera di un centro imperialista dato, concretamente con il centro imperialista nordamericano. Questo conduce a vari problemi di strategia, e in conseguenza a vari errori che contribuiscono a sconfitte della classe operaia, della lotta dei popoli e a perpetuare la dominazione imperialista.

Nella nostra epoca la contraddizione principale continua ad essere la relazione capitale/lavoro e non “centro/periferia”, paesi dipendenti o coloniali/centro imperialista; “borghesia nazionale”/borghesia imperialista; o nord/sud, ecc. Il nemico principale dei lavoratori e i popoli è il capitalismo, il dominio dei monopoli qui dove si trova, le grandi imprese monopoliste straniere come le imprese con base nei nostri paesi. Ricordiamo che il piccolo capitale genera grande capitale, e tende allo sviluppo del monopolio, pertanto non c’è pretesto alcuno per appoggiare le gestioni capitaliste progressiste.

Compagni:

Possiamo anticipare che il PCM non condivide i progetti presentati come base per questo Incontro per un Consenso d’America.

Rifiutiamo per principio quello presentato dal PT (Partito del Lavoro) del Messico, un partito sponsorizzato dallo Stato messicano, totalmente disprezzato tra la classe operaia del nostro paese, che parte da premesse estranee al marxismo-leninismo, con un eclettismo tra il cosiddetto “marxismo critico”, il maoismo e il post-modernismo di sinistra, che cerca la riforma dell’istituzione borghese, partendo dalla falsificazione della storia promossa dall’anticomunismo che cerca di occultare le conquiste della costruzione socialista nel XX secolo, e che lava la faccia al capitalismo dei monopoli e i suoi crimini optando per il “capitale produttivo” al posto di quello “finanziario”. Il Partito Comunista del Messico non sottoscriverà tale documento e passerà alla lotta ideologica aperta contro tale concezione opportunista/riformista.

Per quanto riguarda i Progetti per un programma politico della sinistra latinoamericana e caraibica, presentato dal Partito Comunista di Cuba, non condividiamo come meta il post-capitalismo, e ciò che si definisce con esso.

Nel dibattito concreto su questo tema fisseremo la posizione più sviluppata.

Molte grazie.