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Annie Lacroix-Riz :Perché il fascismo? *

http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custgi22-018324.htm

Perché il fascismo?

Annie Lacroix-Riz * | initiative-communiste.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/08/2016

Prima parte

Note contemporanee sull’aspetto non ideologico del fascismo: crisi di sovrapproduzione e guerra ai salari

In un’epoca in cui la “sinistra di governo” pretende di contrastare la spinta dell’estrema destra e grida al lupo mentre maltratta e insulta i salariati, è utile riflettere su quello che è successo in Germania durante la crisi del 1930 e in particolare sulle conseguenze della politica nota come “il male minore”.
Il testo seguente, completato da due documenti d’archivio inediti, è un contributo a questa riflessione.

Il fascismo è spesso presentato come una “contro-rivoluzione preventiva” delle classi dirigenti per impedire il rinnovarsi dei disordini politici e sociali che seguirono la prima guerra mondiale (caso tedesco, novembre 1918-gennaio 1919 e italiano 1919-1920). [1]

Esso fu soprattutto una risposta feroce alla crisi di sovrapproduzione che minacciava di far crollare i profitti. Mi limito qui all’esempio del fascismo tedesco, succeduto a quello italiano (ottobre 1922), ma considerato più “perfetto”: l’allineamento delle classi dirigenti dell’Europa continentale su questo modello e la notevole attrazione che ha esercitato su quelle degli Stati Uniti e del Regno Unito ha avuto le stesse motivazioni socio-economiche.

L’accordo ingannevole tra capitale e lavoro del novembre 1918

Il grande padronato tedesco aveva mal digerito le concessioni pubbliche che aveva dovuto fare il 15 novembre 1918 per soffocare la “rivoluzione” che minacciava di seguire la capitolazione del Kaiser Guglielmo II, il 9 novembre. Il “contratto sociale” della Repubblica di Weimar, si basava su una falsa resa. L’ADGB (Confederazione Generale Sindacale Tedesca), maggioritaria, organicamente legata alla SPD e anche essa contro la rivoluzione sociale, aveva contemporaneamente firmato con i delegati padronali un protocollo segreto liberandoli dai loro impegni: i contratti collettivi sui salari e le condizioni di lavoro non si applicano che “in conformità con le condizioni del settore industriale interessato”; “giornata di 8 ore in tutti i settori” se “le principali nazioni industriali” vi aderiscono.

Questo accordo coperto tra Capitale e Lavoro fu l’equivalente sociale dell’alleanza politica segreta “con le forze del vecchio regime”, stretta nel mese di ottobre-novembre dalla SPD con lo Stato Maggiore del Reichswehr, portavoce nel 1918 delle classi dominanti. Completato da una caccia spietata ai rossi, nella quale si distinsero le future “eccellenze” naziste, questo patto “contro natura” lasciava poche possibilità di sopravvivenza alla “Repubblica di Weimar”. [2]

Debito privato e fallimento della Germania

Odioso patto verso quella Repubblica (per quanto buona figlia fosse) nata dalla loro sconfitta pubblica, aristocrazia e grande borghesia la svuotarono subito della sua immagine ingannevole di “sinistra” iniziale. La base sociale di “Weimar” resistette fino all’uragano del 1930 che ha devastato la Germania. Le aziende, i comuni, lo Stato si erano fortemente indebitati presso le grandi banche internazionali dopo la stabilizzazione del marco del 1923-1924 operata sotto tutela americana, per sviluppare le capacità produttive, in particolare al servizio della rivalsa militare.

Così il Reich divenne il più grande debitore internazionale, verso gli Stati Uniti e tutti i paesi del “centro” imperialista. Il capitale finanziario straniero fu dunque un protagonista principale, come negli anni 1920 verso l’enorme debitore italiano, delle drastiche misure adottate dalla Banca dei Regolamenti Internazionali durante le turbolenze dell’estate del 1931 per prorogare il debito tedesco. I dettami di questo club privato di banche centrali fondato dal Piano Young, antenato (ancora in vita) poco noto delle istituzioni americane di Bretton Woods, prefigurarono esattamente quelli adottati nell’ultima fase acuta della crisi sistemica, sotto la tutela delle grandi banche di ogni paese, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale.

Guerra ai salari e politica del “male minore” della SPD

Il crollo dei mercati e dei profitti e l’imperativo di regolare il “debito privato internazionale” esigeva di “schiantare”, oltre gli stipendi, tutti i redditi non monopolistici: questo obiettivo mobilitò le bieche classi dirigenti e i loro creditori statunitensi, inglesi, francesi, ecc. Tra le condizioni imposte nel mese di luglio 1931, per “salvare” il Reich figurava l’integrazione del NSDAP [Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori], vincitore elettorale nel settembre 1930 [si affermava secondo partito, dopo SPD, ndt] grazie al supporto di lunga data (in particolare dal 1923 e l’occupazione della Ruhr) degli industriali in particolare dell’industria pesante, seguiti dal resto del padronato: questa formula inclusiva della destra permetteva, con i suoi metodi di terrore (e seduzione), di spezzare i salari delle vittime senza temere una reazione.

Prima che la NSDAP assumesse il governo nel febbraio del 1933, a fianco della destra “classica”, la missione era stata affidata a organizzazioni operaie “consensuali”. Esse facevano appello ai loro membri di partecipare ai sacrifici presentati come indispensabili per l’interesse nazionale, riducendo i loro salari: il leader di ultra-destra (SPD) del sindacato del legname e dirigente nazionale dell’ADGB, il deputato dell’SPD (1928) Fritz Tarnow nel 1931 sostenne “un matrimonio di convenienza con i padroni” (“non saremo i medici al capezzale del capitalismo?”). La SPD ha sostenne il suo Cancelliere Hermann Müller, che investito dopo il successo elettorale della sinistra, governò con la destra “classica” e tentò una prima “riforma” (di riduzione) delle indennità di disoccupazione (giugno 1928-marzo 1930).

La SPD inoltre sostenne il successore di Müller, Brüning (maggio 1930-maggio 1932) e la rielezione di Hindenburg alla presidenza del Reich (aprile 1932), rimanendo disarmata davanti al colpo di stato della destra alleata con i nazisti (Goering) in Prussia (luglio 1932), dicendo di contare sulle elezioni generali successive (novembre 1932). Tutto in nome del “male minore” contro Hitler mentre la destra, Bruening e Hindenburg in testa, preparavano apertamente l’ascesa del NSDAP. I fautori del “fronte repubblicano” del 21° secolo dovrebbe riflettere sui risultati politici del 1930.

Sinistra tedesca e nazismo

Le chiacchiere sulla colpevolezza di “estremismo di sinistra” del KPD nasconde le responsabilità schiaccianti, percepite come tali dal 1933, della dirigenza della SPD e delle sue organizzazioni, tra cui ADGB [3]. La passività davanti ai padroni e la loro soluzione nazista, spinta fino all’offerta di servizi, servirà da passaporto per la carriera “occidentale” nel dopoguerra, come nel caso di Tarnow: accondiscendente nel 1933 ma respinto dai nazisti e costretto in esilio, rientrò dalla Svezia nel 1946 su sollecitazione statunitense che lo aveva scelto per guidare, contro il rischio di unione con i comunisti nella Bizona del 1947, in Germania Ovest nel 1949 la vecchia federazione sindacale diventata DGB (Deutscher Gewerkschaftsbund).

Non furono i disordini sociali nel 1933 a determinare l’avvento di Hitler al potere: fu il rifiuto della maggior parte delle classi danneggiate di respingere questo assalto contro il loro reddito o la loro passività di fronte a questa “strategia dello shock”, per riprendere l’espressione di Naomi Klein. Contro questa linea, fissata dalle organizzazioni maggioritarie della “sinistra di governo”, combattivi ma isolati, per lo più operai del KPD e della sua “Organizzazione sindacale rossa” (GERD), lottarono valorosamente, prima e dopo il febbraio 1933, ma invano. È urgente riflettervi di fronte a questa crisi sistemica del capitalismo, dove “il medico [di sinistra alla Tarnow] al capezzale del capitalismo” fa finta di credere alla magia degli incantesimi “antifascisti” [4].

A completamento dell’articolo, Annie Lacroix-Riz propone due testi esemplificativi inediti, da lei scoperti e trascritti. A breve verranno tradotti e pubblicati per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare.

Note

*) Annie Lacroix-Riz, professore emerito di Storia Contemporanea, Università Parigi

[1] Pierre Milza, Les fascismes, Paris, Points Seuil, 1991.

[2] Gerald Feldman, Army, Industry and Labour in Germany, 1914-1918, Princeton, 1966, chef-d’œuvre non traduit en français; Gilbert Badia, Histoire de l’Allemagne contemporaine 1933-1962, Paris, Éditions sociales, 1962, et Les spartakistes, 1918: l’Allemagne en révolution, Paris, Julliard, 1966.

[3] RG Préfecture de police, sur « Les événements d’Allemagne » 8 mai, et RG Sûreté nationale SN JC5. A. 4509, Paris, 18 mai 1933, F7 (police générale), vol. 13430, Allemagne, janvier-juin 1933, Archives nationales, second document publié ci-dessous; et Derbent, La résistance communiste allemande, Bruxelles, Aden, 2008 (et transcription en ligne).

[4] Badia, Histoire de l’Allemagne; Lacroix-Riz, Industrialisation et sociétés (1880-1970). L’Allemagne, Paris, Ellipses, 1997; comparaison fascisme français et allemand, Le Choix de la défaite : les élites françaises dans les années 1930, Paris, Armand Colin, 2010, et De Munich à Vichy, l’assassinat de la 3e République, 1938-1940, Paris, Armand Colin, 2008; sur Tarnow, Scissions syndicales, réformisme et impérialismes dominants, Montreuil, Le Temps des cerises, 2015, p. 172, 207-209 et 232. Le document de 1939 publié ci-dessous montre l’effet ravageur sur les salaires et conditions de vie populaires du triomphe patronal de 1933.

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Contro il revisionismo

 

 

tratto da: http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=25490706263834_282831581821238_886720738_n

Il revisionismo è la forma moderna con cui la borghesia attacca la classe operaia dall’interno, per impadronirsi delle leve di direzione del suo movimento, per subordinare la classe operaia al potere borghese, frenare i suoi movimenti e condurli alla sconfitta. Cos’è il revisionismo? Il revisionismo è una tendenza che, dall’interno delle file operaie, è degenerata verso la borghesia ed è diventata un sistematico modo di intendere borghese deciso a lottare dall’interno delle file operaie contro la classe operaia.
Il revisionismo moderno porta oggi nelle file operaie il suo attacco, come sempre ci sono stati attacchi nelle file operaie da parte della borghesia. Dai tempi della I Internazionale, via via nella storia delle organizzazioni operaie le degenerazioni opportuniste, riformiste, revisioniste, sono state operazioni di tradimento della classe operaia. Ma il revisionismo moderno è un nemico diverso dal riformismo e dal semplice opportunismo; il revisionismo moderno ha corroso con sistematicità, dall’interno, il Partito comunista e la dittatura del proletariato in URSS e i revisionisti sono stati pronti a realizzare il loro colpo di mano dopo la morte del compagno Stalin instaurando la dittatura della borghesia, marciando verso la ricostruzione del capitalismo in Russia. I revisionisti hanno fatto quest’operazione proclamando di riferirsi a Lenin, a Marx, definendosi marxisti-leninisti, continuando a chiamare il partito: Partito comunista.
Il revisionismo è un piano sistematico di revisione dei princìpi del marxismo-leninismo adoperati per tradire il marxismo-leninismo, è innalzare la bandiera del marxismo-leninismo per combattere contro il marxismo-leninismo, è il tentativo di mantenere con l’inganno la propria direzione sulla classe operaia e sulle masse. Cosa fa il revisionismo? Nega al partito la teoria rivoluzionaria, toglie al Partito comunista i princìpi basilari del suo scopo rivoluzionario e, pur mantenendo apparentemente posizioni, princìpi e idee marxiste-leniniste, organizza però la precisa negazione della concezione proletaria del mondo, della necessità della rivoluzione violenta, della necessità dell’instaurazione della dittatura del proletariato, della necessità quindi della via rivoluzionaria al socialismo.
In questo modo il revisionismo corrompe la pratica del partito e la vita interna del partito, togliendo al partito la prospettiva scientifica della rivoluzione, introduce nel partito una pratica quotidiana apparentemente proletaria, in realtà una pratica di continua mistificazione, di inganno, una pratica opportunista, di cedimento, di scivolamento costante verso la borghesia.
Il partito dominato dalla cricca revisionista diventa una scuola di penetrazione del veleno borghese nei militanti operai. Il partito revisionista si caratterizza per un aspetto fondamentale: la restaurazione al suo interno delle idee fondamentali della borghesia, l’individualismo e l’egoismo. La cricca dirigente revisionista educa il partito revisionista e tutti i suoi membri ad una concezione del mondo opposta alla concezione della classe operaia.
I militanti, sottoposti ad un formale statuto, in realtà non realizzano i contenuti della disciplina proletaria perchè non vigilano più contro gli atteggiamenti borghesi, il personalismo, la corruzione, la degenerazione che avvengono nel partito. All’interno del partito revisionista nato dal tradimento e dalla trasformazione del Partito comunista, avviene una putrefazione costante, l’immissione di elementi borghesi e di idee borghesi, fanno degenerare tutto il suo rapporto con la classe. Ma esso mantiene la forma del Partito comunista, cerca di presentarsi alla classe operaia come il Partito comunista, non dice mai a chiare lettere che la rivoluzione non si deve fare, dice sempre che è meglio un’altra via ed incanala tutto il movimento sulla via riformista di alleanza con la borghesia.
Il revisionismo, nei paesi dove ha corroso lo stato proletario e nei Partiti comunisti dove si è impadronito della direzione, lotta per nascondere la teoria marxista-leninista, priva il partito della teoria marxista-leninista e opera al suo interno per corromperlo e farlo degenerare, per eliminare la vigilanza e la direzione proletaria. Esso consegna al partito la linea riformista e riconquista tutte le degenerazioni storiche interne al movimento operaio, le tesi di Kautsky, di tutti gli opportunisti, di Trotski, di tutti i traditori.
La lotta contro il revisionismo, come dice il presidente Mao, è lotta contro l’individualismo e l’egoismo, è lotta per la piena riaffermazione della concezione proletaria del mondo, dei princìpi marxisti-leninisti del Partito comunista, all’interno del quale vige la disciplina, fondata sulla coscienza della concezione proletaria del mondo e dello stile proletario di combattere. Così, nella lotta contro il revisionismo, non basta una battaglia di statuto, non basta scindere, spaccare il partito revisionista e ricostituire il partito, ma è necessario un processo intenso di critica al revisionismo per costruire il Partito comunista e in questo processo affermare un costume, uno stile e un metodo di vita nel partito e di lavoro fra le masse che corrispondano alla concezione proletaria del mondo e che quindi affermino la profonda vigilanza contro la borghesia, le sue idee e il suo stile di lavoro.
Lottando contro il revisionismo, criticando a fondo il revisionismo, si può far risorgere, alla testa della lotta della classe operaia, l’avanguardia comunista cosciente che sottrae il movimento di massa delle lotte dei lavoratori al dominio della cricca riformista e opportunista, ripropone la saldatura della lotta particolare con la prospettiva della rivoluzione e instaura un chiaro programma e una serie di parole d’ordine volte a guidare la crescita della coscienza rivoluzionaria delle masse verso là presa del potere.

 

occorre che le masse popolari organizzino esse stesse la loro vita, smettano di aspettare e di chiedere che lo faccia la borghesia

Lo stravolgimento dei concetti

 

Lo stravolgimento dei concetti

Prabhat Patnaik
04/09/2016

Si considerino queste due affermazioni: “La piccola produzione è stata schiacciata dall’invasione del capitale” e “la piccola produzione è stata schiacciata dall’invasione delle multinazionali”. Molti considererebbero le due proposizioni più o meno identiche, la seconda solo come forma più specifica per esprimere la prima. Ma si sbagliano: c’è una differenza abissale tra queste due affermazioni.

Il capitale come rapporto sociale ha determinate tendenze intrinseche; queste si manifestano attraverso le azioni di agenti economici, ciascuno dei quali è costretto ad agire in modi particolari dalla logica del sistema. Per esempio il fatto che i capitalisti accumulino non significa necessariamente che desiderino farlo, ma è la logica che glielo impone. I capitalisti in breve non sono liberi di fare quello che vogliono, anche loro subiscono la logica del sistema; anche loro sono esseri alienati sotto il capitalismo, interpretano semplicemente una sceneggiatura dettata dal sistema. Karl Marx era giunto al punto di riferirsi al capitalista come capitale personificato.

Sotto questo aspetto le multinazionali sono entità non dissimili dal singolo capitalista. Esse non sono sinonimo del capitale, ma sono agenti attraverso le cui azioni, dettate dalla logica del sistema, si risolvono le tendenze immanenti del capitale. Trattare le multinazionali come incarnazione del “capitale” significa cancellare l’intera concezione del capitale con le sue tendenze intrinseche, spazzare via l’intero discorso sulla logica e sulla “spontaneità” del sistema, operare con una teoria molto differente.

Implicazioni politiche profonde

Ma questo cambiamento di “soggetto” da “soggetto concettuale”, cioè il capitale, a “soggetto tangibile”, vale a dire le multinazionali, non è solo uno spostamento teorico. Ha implicazioni politiche profonde. Se le tendenze intrinseche del capitale, quali la centralizzazione del capitale, la tendenza continua a mercificare tutte le sfere della vita sociale, la distruzione della piccola produzione, la tendenza a produrre ricchezza per un polo della società e povertà per un’altro, devono essere eliminate, il capitale, con le sue tendenze connaturate, deve essere superato come categoria sociale, attraverso un rovesciamento del capitalismo. Riconoscere nel capitale un “soggetto” concettuale delle dinamiche sociali implica necessariamente un ordine del giorno che veda la rivoluzione sociale come condizione per la libertà umana. Limitando però la nostra attenzione alle multinazionali, come “soggetto”, come guida delle dinamiche sociali, ci dà l’impressione che esse possano essere limitate, controllate, addomesticate, blandite e costrette ad agire per il bene (“responsabilità sociale delle imprese”), per migliorare l’esito e la direzione di queste dinamiche. Partire da questo punto di vista consegue la necessità di un programma di riforme, un programma liberale progressista. Un passaggio dal “soggetto concettuale” a un “soggetto tangibile”, pertanto, non è solo un cambiamento teorico; è anche un cambiamento di ordine del giorno: da un programma socialista a un programma liberale progressista.

Naturalmente, nel dibattito quotidiano non ci curiamo di parlare di “capitale”, ma invece di multinazionali, di banche multinazionali, anche di singole case industriali come Tata, Birlas Ambani: entità contro le quali si scatenano le lotte operaie. Questo è come dovrebbe essere, dal momento che i “soggetti concettuali” sono obiettivi difficili, mentre i “soggetti tangibili” rendono tangibile e quindi facile da comprendere, i bersagli. Anche nella prassi, la lotta quotidiana, come ad esempio l’azione sindacale, è sempre contro una particolare entità concreta, contro una “personificazione del capitale”, come Marx aveva detto, piuttosto che contro l’entità concettuale chiamata “capitale” (la lucida comprensione si verifica solo nei periodi di lotta di classe rivoluzionaria). Ma il punto qui è diverso, ossia la sostituzione di un “soggetto concettuale” con un “soggetto tangibile” per convenienza dialettica o a causa della particolarità del contesto della lotta (ad esempio una azione sindacale in una fabbrica di proprietà Ambani) non deve mai comportare una sostituzione nell’ambito della teoria.

Ogni sostituzione teorica di questo tipo o qualsiasi tendenza a restare più o meno confinati a “soggetti materiali” pur riconoscendo formalmente la “questione concettuale”, implica sostituire a tutti gli effetti un programma socialista con un ordine del giorno liberale progressista. Ci sono naturalmente i liberali progressisti che non sono socialisti e che, del tutto coerenti con le loro convinzioni politiche, non riconoscono “soggetti concettuali”. Rifiutano dichiarazioni come “la piccola produzione viene travolta dall’invasione del capitale” di cui si parlava all’inizio, perché esalta qualcosa di mistico chiamato “capitale” elevandolo a “soggetto”. Ma per un socialista sostituire un “soggetto concettuale” con un “soggetto tangibile” nel regno della teoria, equivale ad abbandonare la ragion d’essere della fede socialista.

La propensione a farlo, tuttavia, è particolarmente elevata in questi tempi perché ci sono un gran numero di gruppi di attivisti e organizzazioni non governative, militanti e animati da buone intenzioni ma non socialisti, impegnati intensamente in lotte su questioni specifiche che affliggono le persone e attorno alle quali la sinistra deve fare causa comune. Dal momento che gli obiettivi di queste lotte sono “questioni tangibili”, l’impegno continuo in tali lotte insieme ai summenzionati gruppi e ong da parte della sinistra corre il rischio di spingere la teoria, e con essa tutta una serie di “soggetti concettuali”, in secondo piano. La sinistra, ritengo, deve difendersi da questo se vuole mantenere l’impegno nel suo progetto socialista.

Un secondo concetto che rischia di essere ugualmente travolto è “l’imperialismo”. Il termine “imperialismo” si riferisce a una rete di relazioni che coinvolge paesi capitalisti avanzati e sottosviluppati. Queste relazioni cambiano nel tempo, guidate non solo dalle tendenze intrinseche del capitale, ma anche dalla resistenza delle persone. L’amministrazione Reagan o l’amministrazione Bush o l’amministrazione Obama, sono i “soggetti tangibili” attraverso i quali operano in pratica le azioni del “soggetto concettuale” che noi chiamiamo “imperialismo”. Ma proprio perché l’imperialismo non è tangibile, mentre lo sono tutte queste entità attraverso cui opera, la tendenza è quella di sostituire il termine “imperialismo” con queste altre entità, esattamente nel modo in cui il termine “capitale” tende ad essere sostituito da termini come “multinazionali”,” banche multinazionali” e simili.
Talvolta vengono applicate al posto di “imperialismo” locuzioni come “impero americano” o “impero del male” o “egemonia degli Stati Uniti” o semplicemente “Impero”, che Hardt e Negri usarono nel loro noto lavoro. Mentre il termine “imperialismo” descrive specifiche relazioni, altri termini, come “amministrazione Obama”, si riferiscono semplicemente a particolari entità esistenti e rifiutano di dare qualsiasi suggerimento e collegamento alle tendenze intrinseche del capitale. Il problema tuttavia non è nell’uso di questi termini di per sé, ma nella sostituzione del termine “imperialismo” con questi termini, cioè, nella soppressione della teoria che scaturisce dalla comprensione delle tendenze immanenti del capitale e che pertanto intende il superamento del capitalismo e di conseguenza, di queste tendenze intrinseche del capitale, come condizione per la libertà umana.

Anche in questo caso dal momento che la sinistra deve lavorare insieme a molti gruppi di attivisti militanti su questioni specifiche, per esempio, l’aggressività degli Stati Uniti in tutto il mondo, ma che non sono socialisti e per i quali questi “soggetti concettuali” come “l’imperialismo” derivanti dalle tendenze connaturate al capitale hanno poco significato, si affaccia il pericolo di un sovvertimento dei concetti e quindi, di scivolare inconsapevolmente da un impegno per il socialismo verso una posizione intellettuale liberale progressista.

Non si tratta di disprezzare tali lotte o della necessità per la sinistra – e con questo intendo tutti coloro che vedono la necessità di trascendere al capitalismo – di unirsi ai liberali progressisti nel corso di tutte queste lotte. In effetti i liberali progressisti spesso possono essere più militanti in lotte specifiche che la sinistra. Il punto è che la sinistra non deve mai abbandonare la propria comprensione teorica che si basa su una serie di “soggetti concettuali”.

Corretta comprensione

Non si tratta di aderire a una comprensione per una sorta di lealtà alla memoria di Marx e di Lenin, ma perché questa comprensione è corretta. La prova di questa correttezza sta nel fatto che le lotte specifiche contro “soggetti tangibili”, anche quando hanno successo, portano solo vittorie temporanee che vengono rintuzzate quando si affermano le tendenze intrinseche del capitale. In realtà anche la più massiccia “ingegneria sociale”, a cui è stato costretto il capitalismo dalle lotte della classe operaia nel dopoguerra, che ha visto una “gestione della domanda” keynesiana e che inaugurò anche un periodo definito come “l’età d’oro del capitalismo”, è stata abbandonata con l’emergere del capitale finanziario internazionale (un altro”soggetto concettuale”) come conseguenza delle tendenze immanenti del capitale.

Solo quando attraverso un ricorsivo accumulo di lotte specifiche, viene montata una sfida rivoluzionaria di successo contro questo universo di “soggetti concettuali” nel loro complesso, l’umanità muoverà finalmente oltre queste lotte specifiche. Fino ad allora però la sinistra deve attenersi alla comprensione teorica della società sulla scorta di questi “soggetti concettuali” e stare in guardia contro ogni sovvertimento delle sue basi concettuali.

Contributo del PCM all’Incontro dei Partiti Comunisti, di Lima, Perù Il progressismo è una bandiera estranea ai partiti comunisti e operai, che hanno in ogni momento la responsabilità di rendere cosciente e organizzare la classe operaia in favore della Rivoluzione Socialista.

Contributo del PCM all’Incontro dei Partiti Comunisti, di Lima, Perù

Il progressismo è una bandiera estranea ai partiti comunisti e operai, che hanno in ogni momento la responsabilità di rendere cosciente e organizzare la classe operaia in favore della Rivoluzione Socialista.

Contributo del compagno Ángel Chávez Mancilla, Responsabile Ideologia del Comitato Centrale del Partito Comunista del Messico (PCM) all’Incontro dei Partiti Comunisti e Rivoluzionari realizzato a Lima, Perù, i giorni 26, 27 e 28 Agosto.

Compagni:

A nome del Comitato Centrale del Partito Comunista del Messico salutiamo lo sforzo organizzativo del Partito Comunista Peruviano e del Partito Comunista del Perù Patria Rossa per la realizzazione di questo Incontro dei Partiti Comunisti e Rivoluzionari. In una lettera aperta diretta ai partiti comunisti e operai del Continente, che stiamo distribuendo, esprimiamo le nostre preoccupazioni per un incontro di questa natura, soprattutto perché per “rivoluzionari” si inglobano partiti promotori della gestione progressista, vari di essi socialdemocratici e propulsori della gestione neokeynesiana del capitalismo.

Compagni:

Il Partito Comunista del Messico per decisione del suo V Congresso si è separato dal Forum di San Paolo nel suo XXI Incontro realizzato a Città del Messico lo scorso anno, perché?

Lo abbiamo fatto sulla base dell’evoluzione dell’esperienza delle gestioni progressiste che già da circa 18 anni sono al governo di vari paesi della regione, e anche perché i partiti socialdemocratici messicani membri del Forum di San Paolo, PRD (Partito della Rivoluzione Democratica, ndt), e la sua scissione maggioritaria MORENA, sono direttamente responsabili dell’assassinio di cinque militanti del PCM nello Stato di Guerrero, che governavano nella persona del criminale Ángel Aguirre. Senza ridondare in quello che abbiamo già espresso in quel momento, ma estrarre lezioni generali della gestione progressista oggi in crisi, e non solo per le misure aggressive del centro imperialista nord-americano, per le contraddizioni inter-imperialiste tra USA-UE e i BRICS, ma soprattutto come risultato di non soddisfare le aspirazioni e richieste della classe operaia e i settori popolari.

Ma al di là della retorica e slogan, anche quando hanno cercato rifugio sotto il socialismo, chiamandolo “socialismo del XXI secolo”, ciò che è al centro dell’analisi è che in questi quasi due decadi non hanno portato la minima modificazione del modo di produzione capitalista né dello Stato classista borghese, ma al contrario si sta facendo di tutto per rafforzarli, anche quando sono state lanciate decine di teorie, oggi in disuso, ma tutte esse estranee e contrarie al marxismo-leninismo; non possiamo voltare le spalle al fatto obiettivo che alcune di esse hanno minato ideologicamente vari partiti comunisti e seminato confusione nel movimento operaio.

Anche se in Messico nel governo nazionale ad oggi non ha vinto le elezioni l’opzione neokeynesiana o progressista, essa governa già a Città del Messico e in varie entità, cosa che ci permette di constatare il suo carattere di classe e il suo agire politico dallo Stato e le istituzioni. Sia nel programma, come nella pratica governativa si mostra il suo vincolo a un settore dei monopoli con i quali si riorganizza la dominazione e lo sfruttamento. Nel caso di Città del Messico si è consegnato il Centro Storico al gruppo CARSO di Carlos Slim, proprietario di América Móvil, principale monopolio della telefonia mobile in Messico e America Latina, così come ad altri monopoli immobiliari o della costruzione; nei progetti di sicurezza si è integrato il disegno dell’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, e da allora sono incrementati i meccanismi repressivi antipopolari, con misure come l’incapsulamento delle mobilitazioni operaie, studentesche, politiche, come lo dimostrano le misure di contenimento recenti contro i lavoratori dell’istruzione e quelle adottate contro i comunisti; per attenuare la miseria sono stati adottati programmi assistenzialisti accompagnati da rimbombante pubblicità, questi programmi sono stati orientati alla terza età, alle donne, ai giovani, e iniziarono la loro applicazione nel 1997, ossia stanno completando quasi 20 anni, ed è possibile affermare che non hanno risolto assolutamente nulla alla base, ma hanno alleviato provvisoriamente gli effetti scandalosi della miseria, come si dice, nella ricerca di mascherare il sistema, abbellire il capitalismo. E’ sintomatico che al tempo che si promuovono queste misure populiste, nelle questioni centrali, come la crisi internazionale dell’economia politica, la socialdemocrazia e la nuova socialdemocrazia serrano le file con il partito conservatore (Partito Azione Nazionale, PAN) e con quello liberale (Partito Rivoluzionario Istituzionale, PRI), sostenitori della gestione neoliberista, per le misure destinate a svalorizzare il lavoro, cosiddette riforme strutturali, soprattutto la riforma lavorativa.

E’ certo che la nuova socialdemocrazia (MORENA), portabandiera della gestione progressista in Messico, può con il suo candidato vincere le elezioni presidenziali del 2018, ma il precedente della sua gestione politica conducono a un quadro che ci permette di avanzare la seguente prognosi: il progressismo, con le sue misure neokeynesiane cerca di prolungare il modo di produzione capitalista e la dittatura di classe della borghesia, portando con esso la classe operaia a continuare sotto le bandiere della schiavitù salariata, dello sfruttamento e l’estrazione di plusvalore, della spoliazione di terre e territori ai popoli originari e comunità in favore dei progetti minerari-energetici, e a continuare con la pauperizzazione dei settori popolari, con la repressione.

Il “male minore” non può esser l’opzione che il PCM presenta alla classe operaia e al popolo messicano, quando oggettivamente è il capitalismo responsabile delle sofferenze della classe operaia e i popoli. Per questo consideriamo un approccio teorico erroneo il combattere solo la gestione neoliberale del capitalismo, come se la gestione neokeynesiana sia nella direzione programmatica che dobbiamo assumere noi comunisti, mettendo da parte che preserva, protegge e stimola il capitalismo e le sue conseguenze, prendendo partito per determinati monopoli.

Tuttavia, il progressismo al governo già in vari paesi dell’America, alcuni con importante sviluppo capitalista, ci mostra già generalità che ci indicano che non è un cammino per la soluzione dei problemi profondi dei lavoratori e i popoli, e che inoltre è un fattore di distrazione che cerca di contenere la lotta di classe per evitare rotture rivoluzionarie antimonopoliste, anticapitaliste e antimperialiste che sboccano nel potere operario e popolare e nella costruzione del socialismo-comunismo.

Il rafforzamento del capitalismo nei paesi progressisti

Le politiche “progressiste”, anteponendo la lotta per il socialismo scientifico la lotta per una gestione del capitalismo che cerca di dargli un volto umano, attutendo le turbolenze classiste prodotto della crisi del capitalismo, come sono l’approfondimento delle politiche antipopolari. Nei paesi che applicano queste politiche si allevia il malessere di una parte dei settori operai e popolari e solo momentaneamente, poiché mantenendo intatta la base economica capitalista si viene sottomessi alle leggi di questo e pertanto sono ugualmente flagellati dalla crisi prodotto dell’anarchia della produzione.

Con la consegna di prebende il progressismo ottiene di incorporare forze operaie e popolari nel quadro del capitalismo, rafforzando questa cooptazione di settori operai con l’uso di parole d’ordini sulla necessità di “indipendenza e sovranità” delle nazioni soggiogate dall’”imperialismo nordamericano”. La relativa pace sociale, sottomissione e perfino collaborazione dei lavoratori che ottengono con questo, genera condizioni favorevoli per lo sviluppo del capitalismo, concentrazione di capitali e sviluppo delle forze produttive.

Noi comunisti non possiamo appoggiare un governo borghese con la speranza che generi migliori condizioni per i lavoratori e il socialismo, storicamente questa posizione ha trascinato i comunisti alla coda dei progetti borghesi, così per esempio in Messico l’appoggio che organizzazioni comuniste diedero ad alcuni governi sorti dalla Rivoluzione Messicana, ha fomentato unicamente un arretramento nella presa di coscienza della classe operaia, ha debilitato la lotta per il socialismo e ha fatto dei comunisti un appoggio diretto del progetto di rafforzamento dei monopoli.

L’eterno posticipare la rivoluzione socialista ha fatto sì che lo stato borghese con la nazionalizzazione di imprese rafforzasse lo sviluppo delle forze produttive agendo come “borghesi collettivo”, che ha portato la borghesia nazionale ad essere borghesia monopolista e come tale di carattere internazionale inserita nella piramide imperialista. La nazionalizzazione di imprese non ha implicato realmente che la produzione stesse al servizio dei lavoratori, poiché le imprese erano nelle mani dello Stato e questo in mano della borghesia. Questo senza menzionare che numerose imprese continuarono ad essere direttamente in mano della borghesia hanno continuato ad essere direttamente nelle mani della borghesia.

Riprendendo questa esperienza, noi Partiti Comunisti non possiamo fomentare come una soluzione per migliorare le condizioni della classe operaia e i settori popolari, l’aumento della produttività, l’efficienza e l’efficacia nei processi di produzione, senza prima porre la produzione nelle mani dei lavoratori, ossia senza prima distruggere la proprietà privata sui mezzi di produzione, questo implicherebbe chiedere ai lavoratori che sottomettano i loro interessi agli interessi del nemico di classe e collaborare nel rafforzamento della borghesia.

Così come non diamo il nostro appoggio a governi di gestione borghese, noi partiti comunisti non possiamo dare il nostro appoggio nemmeno a progetti economici regionali o unioni interstatali con base capitalista, poiché questi non sono altro che la collaborazione di borghesie che cercano di generare condizioni appropriate per poter competere con gruppi monopolisti e altri blocchi imperialisti.

Questo avviene con l’unione interstatale per esempio il MERCOSUR, UNASUR o l’ALBA-TCP. L’equazione è semplice, la somma di economie capitaliste dà come risultato un blocco inter-capitalista e non può dare come risultato un’alleanza popolare opposta ai monopoli. Che c’è di alternativo in questo? Veniamo al caso dell’ALBA-TCP che suscita aspettative; la presenza di Cuba, qualitativamente, per il peso economico, per le difficoltà che ha attraversato come risultato del blocco imperialista, non ha un peso economico determinante in relazione agli altri paesi partecipanti che qualitativamente sono paesi capitalisti.

La sua stessa propria base dimostra che si tratta di unioni di Stati capitalisti che indipendentemente da se il governo di uno Stato è liberale o socialdemocratico, indipendentemente da se partecipano Stati con governi che si autoproclamano di “sinistra” e indipendentemente dalla forma di gestione, si basano nei grandi gruppi economici e i loro interessi.

L’appoggio dei Partiti Comunisti a queste alleanze inter-borghesi suole sostenersi affermando il cambio dei rapporti di forza, ma attraverso questo processo si debilitano le agitazioni radicali, si favorisce l’integrazione alle aspirazioni del capitale e si rafforza la posizione della socialdemocrazia, delle forze borghesi in generale.

I paesi che integrano l’ALBA, davanti all’incapacità di competere con le imprese di maggior dimensione, hanno promosso i progetti Grannacional con i quali sommano un capitale maggiore che gli permette di conformare un monopolio per disputare con altri. Così per esempio, nell’impossibilità di competere con un monopolio come CEMEX, stanno investendo in una cementeria con capacità di produzione di 1.000.000 ton/anno. Anche se i progetti Grannacional dicono di aspirare alla soddisfazione delle necessità umane, mentre i paesi integranti hanno una base capitalista, l’unica cosa che si fomenterà in modo sicuro è l’accumulazione di capitale, poiché indipendentemente dalla sua nazionalità, indipendentemente da chi occupa un posto superiore o inferiore, il monopolio è l’essenza del sistema imperialista mondiale.

Nel caso dei cosiddetti governi progressisti non è per nulla casuale che il periodo di tempo in cui osserviamo l’aumento della spesa sociale corrisponde con il periodo di aumento nel prezzo del petrolio e altri energetici. Da luglio 2001 a luglio 2008 questo è passato da 24.8 dollari per barile a 132.55. Ipso facto, quando questi prezzi cominciano a scendere fino a raggiungere il mese passato i 44.22 dollari per barile, abbiamo la spiegazione ai tagli, insufficienze, e fallimenti in tali progetti, insieme con l’insoddisfazione dei popoli e le perdite elettorali. In America Latina, allo stesso che nel mondo ciò che è in crisi è il capitalismo.

Nell’economia capitalista, con la travolgente maggioranza dei mezzi di produzione decisivi nelle mani della borghesia, dedicati allo sfruttamento dei lavoratori per l’accumulazione, se una gestione keynesiana conta come leva per ampliare la spesa sociale con la rendita petrolifera, questa crollerà con tutta la fragilità di questi prezzi. E’ responsabilità dei Partiti Comunisti non permettere che la gestione Keynesiana si chiami socialismo, la si identifichi con il socialismo, se vogliamo sperare che davanti al fallimento del sistema, la nostra classe e i popoli dell’America Latina lottino effettivamente per costruire il socialismo e non per rottamarlo.

Noi comunisti non possiamo circoscrivere il nostro programma alle fluttuazioni delle quotazioni internazionali di Ecopetrol, PDVSA, YPFB, Petroecuador, ecc. Il nostro programma è la socializzazione dei mezzi di produzione, il suo usufrutto e gestione da parte della classe operaia per la soddisfazione di tutte le necessità contemporanee, il rovesciamento del potere statale che si oppone a esso, l’instaurazione di un potere che difenda tale misura centrale, ecc.

Ma non è solo la questione che tali gestioni keynesiane chiamate “di sinistra”, “progressiste” o “post-capitaliste”, avanzano e retrocedono al ritmo dei periodi di espansione e crisi del mercato, ma che durante tali governi la questione fondamentale del potere si è offuscata, mentre gli strumenti necessari per la repressione della classe operaia, per sottomettere questa alla continuità del suo sfruttamento si sono mantenuti e sono stati usati.

Questi processi hanno seminato illusioni, false speranze, poiché alla fine hanno perfezionato la macchina di dominazione statale, oltre a mantenere inalterate le relazioni di produzione capitalista. Per quale ragione i partiti comunisti e operai devono contribuire a rafforzare il sistema?

Gli argomenti non resistono alla prova:

  1. Si dice che sono processi opposti all’imperialismo, esso è parzialmente certo e generalmente incorretto, posto che effettivamente hanno contraddizioni con il centro imperialista nordamericano, ma sono collegati all’Unione Europea e all’alleanza inter-imperialista che esiste tra Russia e Cina, inoltre hanno favorito i monopoli locali, per esempio in Brasile quelli della costruzione e energia, inoltre sono state promosse unioni interstatali di carattere capitalista. Se ci atteniamo alla definizione leninista dell’imperialismo, è la fase del capitalismo dei monopoli, questa è la sua principale caratteristica, e così vediamo come il progressismo lo va rafforzando, al tempo che la diversificazione delle esportazioni sebbene attenua i legami di dipendenza e interdipendenza con il centro imperialista nordamericano simultaneamente li rafforza con la UE o i BRICS, o con il cosiddetto commercio regionale e gli accordi che si vanno forgiando. Lo sviluppo dei monopoli si è dato già in America Latina e esiste in paesi come Brasile, Messico e Argentina che possiedono monopoli di grande dimensione che sfruttano i lavoratori di altri paesi. Le borghesie con base in America Latina sono integrate nel sistema imperialista, passando ad essere borghesie imperialiste di carattere mondiale, e come tali disputano con altre nazioni un gradino più alto nella piramide imperialista. Per questo, è un grave errore restringere la lotta antimperialista alla lotta contro il centro imperialista nordamericano, poiché porta all’abbellimento di altri centri imperialisti.

  2. La logica anti-neoliberista non presuppone una posizione per il rovesciamento delle relazioni capitaliste, anzi probabilmente si concluderà in forme distinte di gestione del capitalismo, umanizzarlo.

  3. Le alleanze interclassiste con obiettivi di sovranità, indipendenza fino ad ora hanno rafforzato le posizioni di settori della borghesia con un saldo molto negativo per l’indipendenza di classe del proletariato.

  4. Le nazionalizzazioni, statalizzazioni, o le imprese pubbliche non costituiscono in sé un antagonismo con le privatizzazioni intanto che il potere statale permane nelle mani della borghesia e dei monopoli. Dopo il trionfo della Rivoluzione Messicana del 1910, e soprattutto con il populismo installato da Lázaro Cárdenas, e fino al 1982, lo Stato messicano sviluppò un processo di nazionalizzazione dell’industria e l’economia, che arrivò a controllare il 70% nelle mani del settore pubblico, percentuale che potrebbe rappresentarsi molto più radicale che qualsiasi dei governi progressisti contemporanei, ma si trattava di un processo di concentrazione e centralizzazione del capitale, che giunto il momento può trasferirsi ai monopoli privati, sotto la conduzione dello stesso Stato, nel contesto dei variabili rapporti di forza internazionali nel contesto della controrivoluzione che rovesciò la costruzione socialista nell’URSS. L’unico cambiamento favorevole ai lavoratori e il popolo sarà con un economia popolare sostenuta nella socializzazione dell’economia, cosa che presuppone il potere operaio, come ha dimostrato l’esperienza di successo della costruzione socialista nel XX secolo.

  5. E’ certo che il Dipartimento di Stato degli USA ha riorientato dall’amministrazione di Obama una politica condotta a recuperare spazi in America Latina, che ha incrementato il suo appoggio a forze controrivoluzionarie; tuttavia sono i popoli ad aver ritirato il loro appoggio alle gestioni progressiste davanti al loro evidente fallimento, corruzione, indefinitezza. Esprimiamo la nostra solidarietà alle forze di classe come il PC del Venezuela (PCV) che lottano per una soluzione rivoluzionaria alla crisi economica e politica che soffre oggi il popolo venezuelano.

In America Latina gestioni capitaliste Keynesiane non devono esser confuse con il socialismo-comunismo, né possono esser collocate dai Partiti Comunisti come bandiere della classe operaia.

Nella base economica di tutti i paesi compresi tra il Rio Bravo e la Patagonia, esiste il mercato, e questo si trova in una crisi dove i Partiti Comunisti hanno l’obbligo di segnalare alla classe operaia il duro cammino per una soluzione a suo favore.

In caso contrario, saremo corresponsabili del carico della storia dove le gestioni socialdemocratiche dell’America Latina hanno aperto democraticamente la porta del potere alla reazione anti-operaia. La polizia nelle mani del governo reazionario dell’Argentina ha represso i maestri nella Terra del Fuoco, la reazione in ascesa in Venezuela minaccia di usare le sue posizioni nel potere legislativo per derogare le conquiste e i diritti conquistati dalla classe operaia, in Brasile Temer dal giorno seguente la sua nomina come presidente ha scatenato la repressione e ha mandato la polizia a sgomberare le scuole dagli studenti medi. O socialismo o caricatura del socialismo.

La necessità dei Partiti comunisti

Attualmente il lavoro dell’organizzazione della classe operaia sotto le bandiere del comunismo, non possiede la forza che richiedono gli shock classisti sempre più frequenti e violenti. Senza l’esistenza di Partiti Comunisti forti le agitazioni sociali non hanno altra uscita che la sconfitta dei lavoratori, poiché noi partiti comunisti siamo il motore insostituibile del cambiamento rivoluzionario verso il socialismo-comunismo.

Noi partiti comunisti necessitiamo di rafforzarci e dispiegare un’azione congiunta, ma unicamente la chiarezza e la coincidenza politica ideologica sono la base per porre una strategia comune e elaborare le nostre proposte programmatiche e politiche per il presente momento. Questo ha come condizione che i Partiti Comunisti recuperino le posizioni ideologiche del marxismo-leninismo. Con questo non vogliamo dire che questo Incontro deve avere come predisposizione l’unità di tutti i Partiti Comunisti in un progetto, che come detto prima, richiede un processo serio di dibattito in cui si converga ideologicamente e politicamente con i fondamenti del marxismo-leninismo.

Sono gravi i problemi della classe operaia del nostro paese, dei contadini poveri, della donna lavoratrice, della gioventù lavoratrice, dei popoli indios, degli strati medi impoveriti come risultato delle politiche aggressive dei monopoli e dei diversi centri imperialisti. Noi partiti comunisti dobbiamo fare grandi sforzi, superare le nostre difficoltà e limiti, per organizzare massivamente la classe, organizzare in ogni centro di lavoro la controffensiva popolare. Non è il momento di isolarsi dalla classe operaia, né di settarismi, né di dottrinarismi, ma di concentrare i nostri sforzi per rovesciare le condizioni di ingiustizia e di oppressione che soffocano i lavoratori e le loro famiglie, che li condannano alla precarietà, alla disoccupazione, alla fame, alla miseria.

Bisogna esser molto chiari al riguardo, noi Partiti Comunisti abbiamo come orizzonte, seguendo i fondatori del Marxismo ne Il manifesto del Partito Comunista e poi in La ideologia tedesca, il socialismo-comunismo e non una società “post-capitalista”, la presa del potere dello stato da parte della classe operaia e l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo socializzando i mezzi di produzione e non una società “post-neoliberista”.

Per questo i Partiti Comunisti necessitano un Incontro in cui la posizione comune sia il rovesciamento del capitalismo, contrariamente ci collocheremo nella variopinta miscela della “sinistra”, che, quali espressioni borghesi socialdemocratiche aspira a che abbandoniamo l’idea del socialismo scientifico e non abbandoniamo l’appoggio di posizioni di sostegno a governi o gestioni borghesi.

La fase imperialista

Per poter avanzare nell’instaurazione di una strategia comune dei PPCC dobbiamo partire dall’analisi della realtà presente, la quale ha come quadro più generale che ci troviamo nell’epoca dell’imperialismo e le rivoluzionaria proletarie. L’imperialismo è la fase superiore e ultima del capitalismo, è il capitalismo dei monopoli.

Ciò nonostante esistono organizzazioni che si trovano nella lotta generale dei popoli, e anche Partiti Comunisti che identificano l’imperialismo con la politica estera di un centro imperialista dato, concretamente con il centro imperialista nordamericano. Questo conduce a vari problemi di strategia, e in conseguenza a vari errori che contribuiscono a sconfitte della classe operaia, della lotta dei popoli e a perpetuare la dominazione imperialista.

Nella nostra epoca la contraddizione principale continua ad essere la relazione capitale/lavoro e non “centro/periferia”, paesi dipendenti o coloniali/centro imperialista; “borghesia nazionale”/borghesia imperialista; o nord/sud, ecc. Il nemico principale dei lavoratori e i popoli è il capitalismo, il dominio dei monopoli qui dove si trova, le grandi imprese monopoliste straniere come le imprese con base nei nostri paesi. Ricordiamo che il piccolo capitale genera grande capitale, e tende allo sviluppo del monopolio, pertanto non c’è pretesto alcuno per appoggiare le gestioni capitaliste progressiste.

Compagni:

Possiamo anticipare che il PCM non condivide i progetti presentati come base per questo Incontro per un Consenso d’America.

Rifiutiamo per principio quello presentato dal PT (Partito del Lavoro) del Messico, un partito sponsorizzato dallo Stato messicano, totalmente disprezzato tra la classe operaia del nostro paese, che parte da premesse estranee al marxismo-leninismo, con un eclettismo tra il cosiddetto “marxismo critico”, il maoismo e il post-modernismo di sinistra, che cerca la riforma dell’istituzione borghese, partendo dalla falsificazione della storia promossa dall’anticomunismo che cerca di occultare le conquiste della costruzione socialista nel XX secolo, e che lava la faccia al capitalismo dei monopoli e i suoi crimini optando per il “capitale produttivo” al posto di quello “finanziario”. Il Partito Comunista del Messico non sottoscriverà tale documento e passerà alla lotta ideologica aperta contro tale concezione opportunista/riformista.

Per quanto riguarda i Progetti per un programma politico della sinistra latinoamericana e caraibica, presentato dal Partito Comunista di Cuba, non condividiamo come meta il post-capitalismo, e ciò che si definisce con esso.

Nel dibattito concreto su questo tema fisseremo la posizione più sviluppata.

Molte grazie.

V.I.Lenin.Op.comp.Vol 25: Lettera alla redazione della Novaia Gizn

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Andrej Zdanov : Rapporto alla I Conferenza dell’Ufficio d’Informazione dei Partiti Comunisti – settembre 1947

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Andrej Zdanov

 

Rapporto alla I Conferenza dell’Ufficio d’Informazione dei Partiti Comunisti – settembre 1947

LA SITUAZIONE MONDIALE DOPO LA GUERRA

La fine della seconda guerra mondiale ha portato cambiamenti essenziali nell’insieme della situazione mondiale. La disfatta militare del blocco degli Stati fascisti, il carattere di liberazione antifascista della guerra, la parte decisiva avuta dall’Unione Sovietica nella vittoria sugli aggressori fascisti,
tutto questo ha modificato profondamente i rapporti di forze tra i due sistemi – socialista e capitalista – in favore del socialismo.
In che consistono queste modificazioni?

Significato della disfatta fascista

I1 risultato principale della seconda guerra consiste nella disfatta militare della Germania e del Giappone i due paesi capitalistici più militaristi e più aggressivi. Gli elementi reazionari imperialistici del mondo intiero, particolarmente in Inghilterra, negli Stati Uniti d’America e in Francia, avevano riposto particolari speranze nella Germania e nel Giappone, e soprattutto nella Germania hitleriana, in primo luogo, come potenza maggiormente capace di dare un tale colpo all’Unione Sovietica che potesse in ogni caso indebolirla e minare la sua influenza se non schiacciarla, e in secondo luogo, come forza capace nella Germania stessa e in tutti i paesi che furono oggetto dell’aggressione hitleriana, di schiacciare il movimento operaio rivoluzionario e democratico e consolidare la situazione generale del capitalismo. Da questo ebbe origine una delle cause principali della politica detta di Monaco di prima della guerra, politica di “distensione” e d’incoraggiamento all’aggressione fascista, conseguentemente condotta dai circoli imperialistici dirigenti dell’Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti di America.
Tuttavia, le speranze che gli imperialisti anglo-franco-americani avevano riposto negli hitleriani non si sono realizzate. Gli hitleriani si dimostrano più deboli, e l’Unione Sovietica e i popoli amanti della libertà più forti di quanto supponessero gli uomini di Monaco. Come risultato della seconda guerra mondiale, le forze principali della reazione fascista internazionale militante sono state disfatte e sono state poste per molto tempo fuori combattimento.

L’indebolimento del sistema capitalista mondiale

Di conseguenza il sistema capitalista mondiale nel suo insieme ha subito un nuovo serio colpo. Se il riu1tato più importante della prima guerra mondiale è stato la rottura del fronte imperialistico e il distacco della Russia dal sistema mondiale del capitalismo, e se, in seguito alla vittoria del regime socialista nell’U.R.S.S., il capitalismo cessò di essere il sistema universale unico nell’economia mondiale, la seconda guerra mondiale, la disfatta del fascismo, l’indebolimento delle posizioni mondiali del capitalismo e il rafforzamento del movimento antifascista hanno portato al distacco di una serie di paesi dell’Europa centrale e dell’Europa del Sud-Est dal sistema imperialista. Nuovi regimi popolari e democratici sono sorti in questi paesi. Il grande esempio della guerra patriottica dell’Unione Sovietica e la funzione liberatrice dell’Esercito Sovietico, si sono uniti allo slancio della lotta di massa di liberazione nazionale dei popoli amanti della libertà contro gli invasori fascisti e i loro complici. Nel corso di questa lotta sono stati smascherati, come traditori degli interessi nazionali, gli elementi filo-fascisti che avevano collaborato Con Hitler e i collaborazionisti: e cioè i grossi capitalisti più potenti, i grandi proprietari fondiari, gli alti funzionari, gli alti ufficiali monarchici. La liberazione dalla schiavitù tedesca e fascista, si è accompagnata nei paesi danubiani, da una parte, all’eliminazione del potere dello strato superiore della borghesia e dei grossi proprietari terrieri, compromessi per la loro collaborazione col fascismo tedesco, e dall’altra parte, all’arrivo al potere di nuove forze del popolo, che avevano fatto la loro prova durante la lotta contro gli oppressori hitleriani. In questi paesi sono giunti al potere i rappresentanti degli operai, dei contadini, degli intellettuali progressivi, e poiché la classe operaia ha manifestato dappertutto il più grande
eroismo, la maggior coerenza e intransigenza nella lotta antifascista, la sua autorità e la sua influenza tra il popolo si sono enormemente accresciute.

Le conquiste dei nuovi regimi democratici

II nuovo potere democratico in Jugoslavia, in Bulgaria, in Romania, in Polonia. in Cecoslovacchia, in Ungheria e in Albania, fondandosi sull’appoggio delle masse popolari, e riuscito a realizzare in breve tempo trasformazioni democratiche progressive tali che la borghesia non è più capace d compiere. La riforma agraria ha dato la terra ai contadini e portato alla liquidazione della classe dei grandi proprietari fondiari. La nazionalizzazione della grande industria e delle banche e la confisca della proprietà dei traditori che avevano collaborato coi tedeschi hanno in questi paesi scalzato in modo radicale le posizioni del capitale monopolistico e liberato le masse dalla servitù imperialistica. Nello stesso tempo sono state gettate le fondamenta della proprietà di Stato di tutto il popolo, è stato creato un nuovo tipo di Stato – la Repubblica popolare – in cui il potere appartiene al popolo, in cui la grande industria, il trasporlo e le banche appartengono allo Stato e in cui la forza dirigente è costituita dal blocco delle classi lavoratrici della popolazione, con alla sua testa la classe operaia. In conclusione i popoli di questi paesi non si sono soltanto liberati dalla morsa imperialistica, ma essi stanno anche costruendo la base per il passaggio alla via dello sviluppo socialista.

Rafforzamento dell’U.R.S.S.

Come risultato della guerra sono aumentate in misura incomparabile l’importanza internazionale e l’autorità dell’URSS. L’URSS è stata la forza dirigente e l’anima dello schiacciamento militare della Germania e del Giappone. Attorno all’URSS si sono raccolte le forze democratiche progressive del mondo intiero. La stato socialista ha superato la terribile prova della guerra ed è uscito vittorioso dal conflitto mortale con il più forte del nemici. La Unione Sovietica è uscita dalla guerra non indebolita, ma rafforzata.

Cambiamenti del mondo capitalista

Anche l’aspetto del mondo capitalistico è cambiato in modo sostanziale. Delle sei cosiddette grandi potenze imperialistiche(Germania, Giappone, Inghilterra, Stati Uniti d’America, Francia e Italia), tre sono state eliminate in conseguenza della loro disfatta militare (Germania, Italia e Giappone). Anche la Francia è stata indebolita e ha perduto la sua antica importanza come grande potenza. In questo modo sono rimaste solo due “grandi” potenze imperialistiche mondiali – gli Stati Uniti e l’Inghilterra; ma le posizioni di uno di questi paesi, dell’Inghilterra, sono state scosse. Durante la guerra l’imperialismo inglese è apparso indebolito militarmente e politicamente. In Europa, l’Inghilterra si è dimostrata impotente di fronte all’aggressione tedesca. In Asia, l’Inghilterra – grande potenza imperialistica – non è riuscita con le proprie forze a salvaguardare i propri possessi coloniali. Perduti temporaneamente i suoi legami con le colonie, le quali rifornivano la metropoli di derrate alimentari e di materie prime e assorbivano una parte considerevole della sua produzione industriale, l’Inghilterra si è trovata a dipendere, economicamente e militarmente, dai rifornimenti industriali e alimentari e dopo la fine della guerra, si nota che la dipendenza economica e finanziaria dell’Inghilterra dagli Stati Uniti d’America è aumentata. Terminata la guerra, l’Inghilterra ha bensì ricuperato le sue colonie, ma ha dovuto urtare contro una più forte influenza dell’imperialismo americano nelle colonie, avendo questo sviluppato la sua attività, durante la guerra, in tutte quelle zone, che prima della guerra erano considerate come sfere di influenza inglese (Oriente arabo, Asia del sud-est). Si è rafforzata l’influenza dell’America nei territori dell’Impero britannico e dell’America del Sud, dove la parte un tempo avuta dall’Inghilterra passa in misura sempre più considerevole agli Stati Uniti d’America.
La crisi del sistema coloniale, accentuatasi in conseguenza della seconda guerra mondiale, si manifesta nel potente slancio del movimento di liberazione nazionale nelle colonie e nei paesi dipendenti. In questo modo si trovano ad essere minacciate le retrovie del sistema capitalistico. I popoli delle colonie non vogliono più vivere come prima. Le classi dirigenti delle metropoli non possono più governare le colonie come prima. I tentativi di schiacciare il movimento nazionale con la forza militare cozzano ora contro la crescente resistenza armata dei popoli delle colonie e scatenano guerre coloniali di lunga durata (0landa-Indonesia; Francia-Vietnam).
La guerra, sorta dallo sviluppo ineguale del capitalismo nei diversi paesi, ha portato una nuova accentuazione di questa ineguaglianza di sviluppo. Di tutte le potenze capitalistiche, una sola – gli Stati Uniti d’ America – è uscita dalla guerra senza essere indebolita, ma considerevolmente rafforzata economicamente e militarmente. I capitalisti americani si sono abbondantemente arricchiti con la guerra. Nello stesso tempo, il popolo americano non ha sofferto le privazioni derivanti dalla guerra né il giogo dell’occupazione, né i bombardamenti aerei, e le vittime umane degli S.U., in confronto a quelle degli altri paesi, non sono state numerose, avendo gli Stati Uniti preso parte di fatto solo all’ultima fase della guerra, quando la sorte di questa era già decisa. Per gli Stati Uniti la guerra ha servito soprattutto come impulso a un vasto sviluppo della produzione industriale a al rafforzamento decisivo dell’esportazione (principalmente in Europa).

I problemi dell’economia americana in funzione
degli interessi monopolistici

La fine della guerra ha posto agli Stati Uniti una serie di nuovi problemi. I monopoli capitalistici si sono sforzati di mantenere il livello elevato dei profitti raggiunto durante la guerra. A questo scopo, essi hanno cercato di fare in modo che la mole delle ordinazioni del tempo di guerra non venisse ridotta. Per raggiungere questo obbiettivo era però necessario che gli S.U. conservassero tutti i mercati esteri che assorbivano durante la guerra la produzione americana e in più conquistassero nuovi mercati, poiché in seguito alla guerra la capacità di acquisto della maggioranza degli Stati è nettamente diminuita. Anche la dipendenza finanziaria – economica di questi Stati dagli Stati Uniti d’America è aumentata. Gli Stati Uniti d’America hanno collocato all’estero crediti per la somma di 19 miliardi di dollari, esclusi gli investimenti nella banca internazionale e nel fondo internazionale delle divise. I principali concorrenti degli Stati Uniti d’America – la Germania e il Giappone – sono scomparsi dal mercato mondiale, circostanza questa che ha creato nuove e grandissime possibilità per gli Stati Uniti.

Il nuovo corso espansionistico dell’imperialismo
americano

Se prima della seconda guerra mondiale, i circoli reazionari più influenti dell’imperialismo americano seguivano una politica isolazionista e si astenevano dall’intervenire attivamente negli affari dell’Europa e dell’Asia, nelle nuove condizioni del dopoguerra i padroni di Wall Street fanno un’altra politica. Essi hanno tracciato un programma di utilizzazione di tutta la potenza americana, non soltanto per conservare e consolidare le posizioni conquistate all’estero durante la guerra, ma anche per estenderle al massimo, sostituendosi sul mercato mondiale alla Germania, al Giappone e all’Italia. L’enorme indebolimento della potenza economica degli Stati capitalistici ha creato la possibilità di sfruttare a scopo di speculazione le difficoltà economiche del dopoguerra poiché queste rendono più facile la sottomissione di questi Stati al controllo degli Stati Uniti. In particolare è stata creata la possibilità di utilizzare le difficoltà economiche del dopoguerra della Gran Bretagna. Gli Stati Uniti d’America hanno proclamato un nuovo corso, apertamente conquistatore ed espansionistico.
Lo scopo che si pone il nuovo corso apertamente espansionistico degli Stati Uniti d’America è quello di stabilire il dominio mondiale americano. Allo scopo di consolidare la situazione di monopolio degli Stati Uniti sui mercati, creatasi in seguito alla scomparsa dei due più grandi concorrenti degli Stati Uniti, la Germania e il Giappone, e allo scopo di indebolire i soci capitalistici degli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia, il nuovo corso della politica degli Stati Uniti si fonda su un vasto programma di misure d’ordine militare, economico e politico, le quali tendono a stabilire in tutti i
paesi che sono oggetto dell’espansione degli Stati Uniti il dominio politico ed economico degli Stati Uniti stessi, a ridurre questi paesi allo stato di satelliti degli Stati Uniti, a stabilire in essi regimi interni tali che tolgano ogni ostacolo da parte del movimento operaio e democratico allo sfruttamento da parte del capitale americano. Questo nuovo corso della loro politica gli Stati Uniti cercano di estenderlo attualmente non soltanto ai nemici di ieri e agli Stati neutrali, ma in misura sempre più grande anche ai loro alleati durante
la guerra.
Un’attenzione speciale viene rivolta allo sfruttamento delle difficoltà economiche dell’Inghilterra, alleata e nello stesso tempo da lunga data rivale e concorrente capitalista degli Stati Uniti. Il piano espansionistico americano ha per punto di partenza la considerazione che non soltanto non bisogna allentare la morsa della dipendenza economica dagli Stati Uniti, nella quale l’Inghilterra è caduta durante la guerra, ma al contrario rafforzare la pressione sull’Inghilterra, al fine di strapparle a poco a poco il controllo sulle colonie, scacciare l’Inghilterra dalle sue sfere di influenza e ridurla alla condizione di potenza vassalla.
Così la nuova politica degli Stati Unti tende a consolidare la loro posizione di monopolio e ad assoggettare e mettere alla loro dipendenza i loro soci capitalisti.

Gli ostacoli sulla strada dell’imperialismo americano

Ma sulla via delle loro aspirazioni al dominio mondiale, gli Stati Uniti urtano contro l’U.R.S.S., con la loro crescente influenza internazionale come bastione della politica antimperialista e antifascista urtano contro i paesi di nuova democrazia, sfuggiti al controllo dell’imperialismo anglo-americano, urtano contro gli operai di tutti i paesi, compresi quelli dell’America stessa, che non vogliono nuove guerre per il rafforzamento dei loro oppressor1. Per questo il nuovo piano espansionistico e reazionario della politica degli Stati Uniti mira alla lotta contro l’U.R.S.S., contro i paesi di nuova democrazia, contro il movimento operaio degli Stati Uniti, contro le forze anti-imperialistiche di liberazione in tutti i paesi.

Il pretesto della difesa contro il comunismo

I reazionari americani, inquieti per i successi del socialismo nell’U.R.S.S., per i successi dei paesi di nuova democrazia e per lo sviluppo del movimento operaio e democratico in tutti i paesi del mondo intiero, dopo la guerra, sono inclini ad assumersi il compito di “salvatori” del sistema capitalistico dal comunismo.
In questo modo il programma schiettamente espansionistico degli Stati Uniti richiama straordinariamente il fallito programma d’avventura degli aggressori fascisti, i quali pure, come noto, pretendevano al dominio su tutto il mondo. Così come gli hitleriani, mentre preparavano le loro aggressioni brigantesche, per assicurarsi la possibilità d’opprimere e d’asservire tutti i popoli e in primo luogo il loro popolo, si coprivano con la maschera dell’anticomunismo, nello stesso modo gli odierni circoli dirigenti degli Stati Uniti, tentano di mascherare la loro politica d’espansione, e persino la loro offensiva contro gli interessi vitali dei loro concorrenti imperialisti divenuti più deboli (Inghilterra), con compiti di sedicente difesa anticomunista. La corsa febbrile degli armamenti, la costruzione di nuove basi belliche e la creazione di punti d’appoggio per le forze armate americane in tutte le parti del mondo, vengono presentate con farisaica ipocrisia come misure di “difesa” contro una immaginaria minaccia militare da parte dell’U.R.S.S. La diplomazia americana, che opera coi metodi della minaccia, della corruzione e del ricatto, strappa facilmente agli altri paesi capitalistici, e in primo luogo all’Inghilterra, il consenso al consolidamento legale delle vantaggiose posizioni americane in Europa e in Asia (nelle zone occidentali della Germania, in Austria, in Italia, in Grecia, in Turchia, in Egitto, nell’Iran, nell’Afghanistan, in Cina, in Giappone, ecc.).

Il fronte contro l’U.R.S.S. per una guerra preventiva

Gli imperialisti americani, i quali considerano se stessi come la forza principale che si oppone all’U.R.S.S., ai paesi di nuova democrazia, al movimento operaio e democratico di tutti i paesi del mondo, come il bastione delle forze reazionarie, antidemocratiche del mondo intiero si sono accinti, letteralmente il giorno dopo ha fine della seconda guerra mondiale, a riorganizzare un fronte ostile all’URSS. e alla democrazia mondiale e ad incoraggiare le forze reazionarie e antipopolari. I capitalisti collaborazionisti dei vecchi paesi europei, liberati dal giogo hitleriano, hanno cominciato a organizzare la loro vita secondo la loro volontà.
I politicanti imperialisti più arrabbiati, perduto ogni equilibrio, hanno incominciato, al seguito di Churchill, a preparare piani allo scopo di organizzare il più rapidamente possibile una guerra preventiva contro l’U.R.S.S., facendo apertamente appello all’utilizzazione contro i popoli sovietici del temporaneo monopolio americano dell’arma atomica. Gli istigatori della nuova guerra tentano di spaventare e ricattare non soltanto l’U.R.S.S., ma anche gli altri paesi, e in particolare la Cina e l’India, rappresentando calunniosamente l’U.R.S.S. come un possibile aggressore, e presentando se stessi come “amici” della Cina e dell’India, come “salvatori” dal pericolo comunista, chiamati ad “aiutare” i più deboli. In questo modo viene assolto il compito di tenere soggette all’imperialismo l’India e la Cina e di prolungare il loro asservimento politico ed economico.

Nuovo schieramento delle forze politiche del dopoguerra e formazione di 2 campi:
imperialista antidemocratico e antimperialista democratico

I profondi cambiamenti avvenuti nella situazione internazionale e nella situazione dei diversi paesi in seguito alla guerra, hanno cambiato tutto il quadro politico mondiale. Si è formato un nuovo schieramento delle forze politiche. Quanto più ci allontaniamo dalla fine della guerra, tanto più nette risultano le due principali direzioni della politica mondiale del dopoguerra, corrispondenti allo schieramento in due campi principali delle forze politiche che operano nell’arena mondiale: da una parte il campo imperialista e antidemocratico e dall’altro il campo antimperialista e democratico.

Il campo imperialista

Gli Stati Uniti sono la principale forza dirigente del campo imperialista. L’Inghilterra e la Francia procedono assieme agli Stati Uniti, e l’esistenza di un governo laburista Attlee-Bevin in Inghilterra e di un nuovo governo socialista Ramadier in Francia, non impediscono all’Inghilterra e alla Francia di procedere, in tutte le questioni principali, nella scia della politica imperialista degli Stati Uniti in qualità di loro satelliti. Il campo imperialista è sostenuto anche dagli Stati coloniali, come il Belgio e l’Olanda, dai paesi a regime reazionario e antidemocratico, come la Turchia e la Grecia, e anche dai paesi dipendenti politicamente ed economicamente dagli Stati Uniti, come il vicino Oriente, l’America del Sud, la Cina.
Lo scopo principale del campo imperialista consiste nel rafforzare l’imperialismo, nel preparare una nuova guerra imperialista, nel lottare contro il socialismo e la democrazia e nel sostenere ovunque i regimi e i movimenti filo-fascisti, reazionari e antidemocratici.
A questo fine, il campo imperialista non esita ad appoggiarsi alle forze reazionarie e antidemocratiche in tutti i paesi ed a sostenere I nemici di guerra di ieri contro i suoi alleati di guerra.

Il campo antimperialista

Le forze antimperialiste formano l’altro campo. L’U.R.S.S. e i paesi di nuova democrazia ne sono i pilastri. Ne fanno parte anche i paesi che hanno rotto con l’imperialismo e che si sono risolutamente posti sulla strada dello sviluppo democratico, come la Romania, l’Ungheria, la Finlandia. Al campo antimperialista aderiscono, l’Indonesia, il Viet-Nam, e con esso simpatizzano l’India, l’Egitto, la Siria. Il campo antimperialista si appoggia al movimento operalo e democratico, ai partiti comunisti fratelli in tutti i paesi, ai combattenti del movimento di liberazione nazionale nelle colonie e nei paesi dipendenti, a tutte le forze progressive democratiche che esistono in ogni paese. Suo scopo è la lotta contro le minacce di nuove guerre e di espansione imperialistica, per il consolidamento della democrazia e per l’eliminazione dei residui del fascismo.
La fine della seconda guerra mondiale ha posto i popoli amanti della libertà davanti all’importantissimo compito di assicurare una pace democratica duratura, consolidando la vittoria sul fascismo. Nell’adempimento di questo compito fondamentale del dopo guerra, spetta all’Unione Sovietica e alla sua politica estera una funzione dirigente. Ciò dipende dalla natura dello Stato Sovietico socialista, profondamente alieno da qualsiasi stimolo all’aggressione e allo sfruttamento, e interessato a creare le condizioni più favorevoli per realizzare la costruzione della società comunista. Una di queste condizioni è la pace.

Funzione dirigente dell’Unione Sovietica

L’Unione Sovietica, incarnazione di un sistema sociale nuovo e superiore, riflette, nella sua politica estera, le speranze di tutta l’umanità progressiva che aspira a una pace duratura e non può essere interessata a una nuova guerra generata dal capitalismo.
L’Unione Sovietica, fedele combattente per la libertà e l’indipendenza di tutti i popoli, è nemica dell’oppressione nazionale e di razza, dello sfruttamento coloniale in qualsiasi forma. Il cambiamento avvenuto, in seguito alla seconda guerra mondiale, nel rapporto delle forze tra il mondo capitalista e il mondo socialista, ha accresciuto ancor più l’importanza della politica estera dello Stato sovietico e ne ha esteso il raggio d’azione.
Di fronte al compito di assicurare una giusta pace democratica si è operato il raggruppamento delle forze del campo antimperialista e antifascista. Su questa base è nata e si è rafforzata la cooperazione amichevole dell’U.R.S.S. con i paesi democratici in tutti i problemi di politica estera.

I paesi di nuova democrazia nel campo antimperialista

Questi paesi, e in primo luogo i paesi di nuova democrazia – Jugoslavia, Polonia, Cecoslovacchia, Albania – che hanno avuto una funzione importante nella guerra di liberazione contro il fascismo, come pure la Bulgaria, la Romania, l’Ungheria, e parzialmente la Finlandia, si sono aggregati al fronte antifascista, e sono divenuti nel dopo-guerra tenaci combattenti per la pace, per la democrazia, per la loro libertà e indipendenza, contro tutti i tentativi fatti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra per farli retrocedere e trascinarli nuovamente sotto il giogo dell’imperialismo.

Prime manovre reazionarie dei circoli imperialistici

I successi e il crescente prestigio internazionale del campo democratico, non sono graditi agli imperialisti. Già durante la seconda guerra mondiale, in Inghilterra e negli Stati Uniti, l’attività delle forze reazionarie era in costante aumento e tendeva a minare l’azione coordinata delle potenze alleate, a trascinare la guerra per le lunghe, a dissanguare totalmente l’U.R.S.S.,e a salvare gli aggressori fascisti dalla disfatta completa.
II sabotaggio del secondo fronte da parte degli imperialisti anglo-americani capeggiati da Churchill rifletteva chiaramente questa tendenza, che è, in fondo, la continuazione della “politica di Monaco” nella mutata situazione. Ma, finché la guerra continuava, i circoli reazionari dell’Inghilterra e degli Stati Uniti non osavano prendere apertamente posizione contro l’Unione Sovietica e i paesi democratici, comprendendo benissimo che, in tutti i paesi, le masse popolari erano senza riserve dalla loro parte. Ma negli ultimi mesi di guerra, la situazione cominciò a modificarsi. Già nel corso delle trattative alla Conferenza delle tre Potenze a Berlino, nel luglio 1945, gli imperialisti anglo-americani manifestarono il loro proposito di non tener conto dei legittimi interessi dell’U.R.S.S. e dei paesi democratici.

La politica dell’U.R.S.S. e degli stati democratici

Nel corso degli ultimi due anni, la politica estera dell’Unione Sovietica e dei paesi democratici è stata una politica di lotta per attuare conseguentemente, nel mondo uscito dalla guerra, i principi democratici. Gli Stati del campo antimperialista sono stati combattenti fedeli e risoluti nella lotta per la realizzazione di questi principi, senza scostarsene di un solo punto. Per questo la politica estera degli Stati democratici, nel dopoguerra ha come compito principale la lotta per una pace democratica, la liquidazione dei resti del fascismo, la lotta per impedire una nuova aggressione imperialista fascista, per il consolidamento dei principi d’uguaglianza dei diritti di tutti i popoli, e per il rispetto della loro sovranità, per la riduzione generale degli armamenti in genere e il divieto delle armi più distruttive, destinate allo sterminio in massa della popolazione pacifica.
Nell’adempimento di tutti questi compiti, la diplomazia Sovietica e la diplomazia degli Stati democratici si sono urtate alla resistenza della diplomazia anglo-americana, che, dopo la guerra, segue costantemente e coerentemente la linea della rinuncia a tutti i principi comuni proclamati dagli Alleati durante la guerra, per la organizzazione della pace, conso1idamnto della democrazia, con una nuova politica diretta alla rottura della pace generale, alla difesa degli elementi fascisti e alla persecuzione della democrazia in tutti i paesi.
L’azione concorde della diplomazia dell’U.R.S.S. e degli Stati democratici diretta a risolvere il problema della riduzione degli armamenti e della proibizione dell’arma più distruttiva – la bomba atomica – ha un’immensa importanza. Per iniziativa dell’Unione Sovietica, è stata presentata all’Organizzazione delle Nazioni Unite una proposta di riduzione generale degli armamenti e di proibizione, di urgenza, della produzione e della utilizzazione dell’energia atomica per scopi di guerra. Questa proposta del Governo sovietico ha cozzato contro la resistenza accanita degli Stati Uniti e dell’Inghilterra. Tutti gli sforzi degli ambienti imperialisti tendevano al sabotaggio di questa decisione, come hanno dimostrato gli infiniti e sterili emendamenti e gli ostacoli e le dilazioni senza fine destinati a impedire qualsiasi misura pratica effettiva.
L’attività dei delegati dell’U.R.S.S. e dei paesi democratici nelle istanze dell’Organizzazione delle Nazioni Unite riveste un carattere di lotta quotidiana, sistematica, tenace, per i principi democratici di cooperazione internazionale e per la denuncia degli intrighi dei cospiratori imperialisti contro la pace e la sicurezza dei popoli.
Ciò si è visto in modo particolarmente chiaro, ad esempio, nell’esame della situazione al1e frontiere settentrionali della Grecia. L’Unione Sovietica e la Polonia sono intervenute energicamente contro il tentativo di utilizzare il Consiglio di Sicurezza per screditare la Jugoslavia, la Bulgaria, l’Albania, falsamente accusate dagli imperialisti di atti di aggressione contro la Grecia.

La coesistenza tra capitalismo e socialismo presupposto
della politica estera Sovietica

La politica estera sovietica ha come presupposto la coesistenza, per un lungo periodo, di quei due sistemi: il capitalismo e il socialismo. Da ciò deriva la possibilità di cooperazione tra l’U.R.S.S. e i paesi che hanno un altro sistema, a condizione che sia rispettato il principio di reciprocità e che gli impegni presi vengano eseguiti. E’ noto che l’U.R.S.S. è sempre stata e rimane fedele agli impegni presi. L’Unione Sovietica ha dimostrato la sua volontà e il suo desiderio di cooperazione.
L’Inghilterra e l’America conducono nell’organizzazione delle Nazioni Unite una politica completamente opposta. Esse fanno di tutto per sottrarsi agli impegni presi anteriormente e aver le mani libere per condurre una nuova politica fondata non sulla collaborazione tra i popoli, ma tendente a metterli gli uni contro gli altri, a violare i diritti e gli interessi dei popoli democratici e a isolare l’U.R.S.S.
La politica sovietica segue la linea di una leale osservanza dei rapporti di buon vicinato con tutti gli Stati che manifestano il desiderio della collaborazione. L’Unione Sovietica è sempre stata, è, e sarà sempre fedele amica e alleata dei paesi che sono suoi veri amici e alleati.
La politica estera sovietica è diretta ad estendere ancora gli aiuti amichevoli dell’U.R.S.S. a questi paesi.
La politica estera dell’U.R.S.S., difendendo la causa della pace respinge le idee di vendetta contro i popoli vinti.
Come è noto, l’U.R.S.S. è per la formazione di una Germania unita, amante della libertà, smilitarizzata, democratica. Definendo la politica sovietica verso la Germania, il compagno Stalin ha detto: ”In breve, la politica della
Unione Sovietica nella questione tedesca si riassume nella smilitarizzazione e la democratizzazione della Germania. La smilitarizzazione e la democratizzazione della Germania sono una delle più importanti condizioni per instaurare una pace
duratura e solida”. Tuttavia, questa politica dello Stato sovietico verso la Germania cozza contro la resistenza accanita degli ambienti imperialisti degli Stati Uniti e dell’Inghilterra.
La Sessione del Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri, tenutasi a Mosca nel marzo-aprile 1947, ha dimostrato che gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia sono pronti non soltanto a far fallire la democratizzazione e la smilitarizzazione della Germania, ma anche a liquidare la Germania, come Stato unico, a smembrarla e a risolvere separatamente il problema della pace.
La realizzazione di questa politica procede nelle nuove condizioni, che si sono create da quando l’America ha rotto con l’antica politica di Roosevelt ed è passata a una nuova politica, a una politica di preparazione di nuove avventure
militari.

IL PIANO AMERICANO D’ASSERVIMENTO
DELL’EUROPA

Politica estera e politica interna dell’imperialismo
americano

Il passaggio dell’imperialismo americano a una politica aggressiva e apertamente espansionistica dopo la fine della seconda guerra mondiale si riflette sia nella politica estera, che nella politica interna degli Stati Uniti. Essi danno un appoggio attivo alle forze antidemocratiche reazionarie, nel mondo intiero, rendono inefficienti le decisioni di Potsdam tendenti alla democratizzazione e alla smilitarizzazione della Germania, proteggono i reazionari giapponesi, intensificando i preparativi militari, accumulano riserve di bombe atomiche e tutto ciò è accompagnato da un’offensiva contro i diritti
elementari e democratici dei lavoratori all’interno degli Stati Uniti.
Benché gli Stati Uniti siano stati relativamente poco colpiti dalla guerra, la schiacciante maggioranza degli americani non vuol saperne di una nuova guerra e dei sacrifici e delle restrizioni che ne derivano. Ciò spinge il capitale monopolistico e i suoi servitori nei circoli dirigenti degli Stati Uniti a cercare mezzi straordinari per spezzare l’opposizione interna alla politica aggressiva ed espansionistica onde avere le mani libere per sviluppare questa pericolosa politica.
Ma la campagna contro il comunismo, proclamata dai circoli dirigenti americani, che si appoggiano ai monopoli capitalistici, ha come conseguenza logicamente inevitabile, la violazione dei diritti e degli interessi vitali dei lavoratori americani, la fascistizzazione interna della vita politica degli Stati Uniti, la diffusione delle più selvagge e inumane “teorie” e concezioni. I gruppi espansionistici americani, che sognano la preparazione di una terza guerra mondiale, sono profondamente interessati a soffocare all’interno del paese ogni resistenza possibile alle avventure esterne, ad avvelenare di sciovinismo e di militarismo le masse politicamente arretrate e poco colte degli americani medi, ad abbrutire il piccolo borghese americano con vari mezzi di propaganda antisovietica, anticomunista, come, ad esempio, il cinema, la radio, la chiesa e la stampa. La politica estera espansionistica, ispirata e guidata dalla reazione americana, prevede un’attività simultanea in tutte le direzioni.

Il piano strategico – militare

1) Misure strategiche militari;
2) Espansione economica;
3) Lotta ideologica.

La realizzazione dei piani strategici militari, per le future aggressioni è legata con la tendenza a utilizzare in pieno l’apparato di produzione militare degli Stati Uniti, che si è accresciuto considerevolmente verso la fine della seconda guerra mondiale.
L’imperialismo americano conduce una politica sistematica di militarizzazione del paese. Negli Stati Uniti, le spese annuali per l’esercito la flotta ammontano a più di 11 miliardi di dollari. Nel 1947-48 gli Stati Uniti hanno destinato al mantenimento delle loro forze armate il 35% del bilancio, vale a dire 11 volte più che nel 1937-38.
All’inizio della seconda guerra mondiale, l’esercito degli Stati Uniti occupava il 17° posto fra gli eserciti dei paesi capitalistici; oggi esso occupa il primo posto. Parallelamente all’accumulazione delle bombe atomiche, gli strateghi americani non si vergognano di dire che negli Stati Uniti si preparano armi batteriologiche.
II piano strategico militare degli Stati Uniti prevede la creazione in tempo di pace di numerose basi e piazze d’armi molto lontane dal continente americano e destinate a essere utilizzate per scopi d’aggressione contro l’U.R.S.S. e i paesi di nuova democrazia. Le basi americane, militari, aeree e navali esistono o sono in via di creazione nell’Alaska, in Giappone, in Italia, nella Corea meridionale, in Cina, in Egitto, nell’Iran, in Turchia, in Grecia, in Austria e nella Germania occidentale. Una missione militare americana opera nell’Afghanistan e anche nel Nepal. Si fanno febbrili preparativi per l’utilizzazione dell’Artico ai fini di una aggressione militare.
Benché la guerra sia finita da molto tempo, l’alleanza militare tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti continua a sussistere e così anche lo Stato Maggiore unificato delle forze armate anglo-americane. Sotto l’insegna di un accordo per la standardizzazione degli armamenti, gli Stati Uniti hanno esteso il loro controllo sulle forze armate e sui piani militari degli altri paesi, in primo luogo dell’Inghilterra e del Canada. Sotto l’insegna della difesa comune dell’emisfero occidentale, i paesi dell’America latina stanno entrando nell’orbita dei piani di espansione militari degli Stati Uniti.

II governo degli Stati Uniti ha annunciato che il suo compito ufficiale era di aiutare la modernizzazione dell’esercito turco. L’esercito del Kuomintang reazionario viene istruito sotto la guida di ufficiali americani e viene dotato di armi e mezzi tecnici americani.
La cricca militare diviene una forza politica attiva negli Stati Uniti, e fornisce su larga scala uomini di Stato e diplomatici, che danno un orientamento militaristico aggressivo a tutta la politica del paese.
L’espansione economica degli Stati Uniti ha una grande importanza nella realizzazione del piano strategico.

Il piano economico

L’imperialismo americano si sforza, come un usuraio, di sfruttare le difficoltà in cui si dibattono, dopo la guerra, paesi europei, e soprattutto la penuria di materie prime, di combustibili e di derrate alimentari nei paesi alleati che hanno maggiormente sofferto della guerra, per imporre loro condizioni schiavistiche di aiuto.
In previsione della crisi economica imminente, gli Stati Uniti si affrettano a trovare nuove sfere monopolistiche per l’investimento dei capitali e per la vendita delle merci. L’“aiuto economico” degli Stati Uniti persegue lo scopo di asservire l’Europa al capitale americano. Quanto più la situazione economica di un paese è grave, tanto più dure sono le condizioni che i monopoli americani si sforzano di imporgli.
Ma il controllo economico porta con sé anche la dipendenza politica dall’imperialismo americano. Cos l’estensione delle sfere d’inf1uenza dei monopoli americani si accompagna, per gli Stati Uniti, con l’acquisto di nuove basi militari per la lotta contro le nuove forze democratiche dell’Europa. I monopoli americani, “salvando” un paese qualunque dalla fame e dalla rovina, pretendono di privarlo di ogni indipendenza. L’”aiuto” americano porta con se quasi automaticamente un cambiamento della linea politica del paese che riceve questo “aiuto”; vanno al potere partiti e personalità obbedienti alle direttive di Washington, pronti a realizzare nella loro politica interna ed estera il programma desiderato dagli Stati Uniti (Francia, Italia, ecc.).

La campagna ideologica

Infine, la tendenza degli Stati Uniti al dominio mondiale e la loro politica antidemocratica, comportano anche una lotta ideologica. La parte ideologica del piano strategico americano ha principalmente il compito di ricattare l’opinione pubblica, diffondere calunnie sulla pretesa aggressività dell’Unione Sovietica e dei paesi di nuova democrazia, al fine di poter così presentare il blocco anglo-sassone nella veste di un preteso blocco difensivo e scaricarlo delle sue responsabilità nella preparazione di una guerra. La popolarità dell’Unione Sovietica all’estero si è considerevolmente accresciuta durante la seconda guerra mondiale. Per la sua lotta eroica, piena di abnegazione, contro l’imperialismo, l’Unione Sovietica ha meritato l’amore e il rispetto dei lavoratori di tutti i paesi. La potenza militare ed economica dello Stato socialista e la forza indistruttibile dell’unità morale e politica della società sovietica sono state chiaramente confermate davanti al mondo intiero. Gli ambienti reazionari degli Stati Uniti e dell’Inghilterra si domandano, con affanno, come dissipare l’impressione incancellabile che l’ordinamento socialista produce sugli operai e i lavoratori del mondo intiero. Gli istigatori di guerra comprendono benissimo che, per avere la possibilità di mandare i loro soldati a battersi contro l’Unione Sovietica, è necessaria una lunga preparazione ideologica.
Nella loro lotta ideologica contro l’U.R.S.S.. gli imperialisti americani, che si orientano male nei problemi politici e danno prova di ignoranza, agitano innanzi tutto l’idea di un’Unione Sovietica che sarebbe una forza antidemocratica, totalitaria, mentre la democrazia sarebbe rappresentata dagli
Stati Uniti, dall’Inghilterra e da tutto il mondo capitalistico.
Questa piattaforma della lotta ideologica – difesa della pseudo-democrazia borghese e accusa di totalitarismo al comunismo – unisce tutti i nemici della classe operaia senza eccezione, dai magnati del capitalismo fino ai capi dei partiti socialisti di destra, i quali, con grande premura, s’impadroniscono di qualsiasi calunnia antisovietica suggerita dai loro padroni imperialisti.
Il punto centrale di questa scaltra propaganda consiste nell’affermare che l’esistenza di più partiti e di una opposizione organizzata della minoranza sarebbe l’indice di una vera democrazia. Su questa base, i laburisti inglesi, che non risparmiano le loro forze per lottare contro il comunismo, vorrebbero scoprire nell’U.R.S.S. classi antagonistiche con la relativa lotta di partiti. Ignoranti in politica, essi non possono riuscire a comprendere che già da molto tempo nell’U.R.S.S. non vi sono più capitalisti e proprietari fondiari, non vi sono più classi antagonistiche, e pertanto non vi sono parecchi partiti. Essi avrebbero voluto avere in U.R.S.S. I partiti cari al loro cuore, i partiti borghesi, ivi compresi i partiti pseudo-socialisti in qualità di agenzie imperialistiche. Ma, per loro sventura, la storia ha condannato a scomparire questi partiti borghesi sfruttatori.
E mentre non risparmiano le parole per diffondere calunnie contro il regime sovietico, i laburisti e gli altri avvocati della democrazia borghese, trovano del tutto normale la sanguinosa dittatura della minoranza fascista sul popolo in
Grecia e in Turchia; chiudono gli occhi sulle numerose, vergognose infrazioni alle norme stesse della democrazia formale nei paesi borghesi; passano sotto silenzio il giogo nazionale e di razza, la corruzione, la sfacciata usurpazione dei diritti democratici negli Stati Uniti.

Contro i principi della sovranità nazionale

Una delle linee della “campagna” ideologica che accompagna i piani di asservimento dell’Europa è l’attacco contro i principi di sovranità nazionale, l’appello all’abbandono dei diritti sovrani del popoli e la contrapposizione a questi principi e diritti dell’idea di un “governo mondiale”. Il senso di questa campagna consiste nel presentar sotto una luce favorevole l’espansione sfrenata dell’imperialismo americano, che colpisce sfrontatamente i diritti sovrani dei popoli, e nel presentare gli Stati Uniti in veste di campioni delle leggi umane, e coloro che resistano alla penetrazione americana in veste di fautori di un nazionalismo “egoistico” e sorpassato. L’idea di un “governo mondiale”, ripresa da intellettuali borghesi sognatori e pacifisti, è utilizzata non soltanto come mezzo di pressione allo scopo di disarmare moralmente i popoli che difendono la loro indipendenza dagli attentati dell’imperialismo americano, ma anche come parola d’ordine particolarmente opposta all’Unione Sovietica, che difende fermamente e sistematicamente il principio della effettiva uguaglianza dei diritti e della salvaguardia dei diritti sovrani di tutti i popoli, grandi e piccoli.
Nelle condizioni attuali, i paesi imperialistici, come gli Stati Uniti, l’Inghilterra e gli Stati che stanno al loro fianco, diventano nemici pericolosi dell’indipendenza nazionale e della auto-decisione dei popoli, mentre l’Unione Sovietica e i paesi di nuova democrazia sono un sicuro baluardo per la difesa dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodecisione nazionale dei popoli.
E’ assai caratteristico che gli avamposti militari e politici americani, tipo Bullit, i capi dei sindacati gialli tipo Green, i socialisti francesi capeggiati da Blum, apologeta patentato del capitalismo, il socialdemocratico tedesco Schumacher e i capi laburisti tipo Bevin, collaborino strettamente alla realizzazione del piano ideologico tracciato dall’imperialismo americano.

COME SI REALIZZA
L’ESPANSIONISMO AMERICANO:
DOTTRINA TRUMAN E PIANO MARSHALL

La “dottrina Truman” e il “piano Marshall” sono, nelle condizioni attuali degli Stati Uniti, l’espressione concreta degli sforzi espansionistici. In fondo, questi due documenti sono l’espressione d’una medesima politica, benché essi si distinguano nella forma in cui è presentata nei due documenti la pretesa americana di asservire 1’Europa.

La dottrina Truman

Per quel che concerne l’Europa, le principali linee della “dottrina Truman” sono le seguenti:
1) creazione di basi americane nella parte orientale del bacino mediterraneo al fine di consolidare il dominio americano in questa zona;
2) appoggio dimostrativo ai regimi reazionari in Grecia e in Turchia, in quanto bastioni dell’imperialismo americano contro la nuova democrazia nei Balcani (aiuto militare e tecnico alla Grecia e alla Turchia, concessioni di prestiti);
3) pressione ininterrotta sugli Stati di nuova democrazia, che si esprime con false accuse di totalitarismo e di tendenze espansionistiche, con attacchi contro le basi del nuovo regime democratico, con una continua ingerenza negli affari interni di questi paesi, con l’appoggio a tutti gli elementi antistatali, antidemocratici all’interno dei singoli paesi, con la rottura dimostrativa dei rapporti economici con questi paesi al fine di creare loro delle difficoltà economiche, di frenare il loro sviluppo economico, di far fallire la loro industrializzazione, ecc.
La “dottrina Truman”, la quale prevede l’offerta di aiuti americani a tutti i regimi reazionari che agiscono attivamente contro i popoli democratici, riveste un carattere apertamente aggressivo. La sua pubblicazione ha provocato un certo impaccio persino negli ambienti dei capitalisti americani abituati a tutto. Negli Stati Uniti e in altri paesi, gli elementi progressivi hanno protestato energicamente contro il carattere provocatorio, apertamente imperialista dell’intervento di Truman.

Il piano Marshall

L’accoglienza sfavorevole che è stata fatta alla “dottrina di Truman” ha reso necessario il “piano Marshall” che è un tentativo più velato di condurre questa stessa politica di espansione.
L’essenza delle formule velate, intenzionalmente ingarbugliate del “piano Marshall” consiste nella formazione di un blocco di Stati legati con regolari impegni agli Stati Uniti e nell’offerta di crediti americani agli Stati europei in pagamento della rinuncia alla loro indipendenza economica e, in seguito, alla loro indipendenza politica. E’ inoltre fondamentale nel “piano Marshall” la ricostruzione delle regioni industriali della Germania occidentale controllate dai monopoli americani.
Dalle riunioni e dagli interventi degli uomini di Stato americani, che si sono susseguiti, risulta che in sostanza il piano Marshall non è un piano di aiuto, in primo luogo, ai paesi vincitori impoveriti, agli alleati dell’America nella lotta contro la Germania, ma un’offerta di aiuto ai capitalisti tedeschi, perché controllino le principali sorgenti di carbone e di metalli, necessari all’Europa e alla Germania, ponendo gli Stati che hanno bisogno di carbone e di metalli sotto la dipendenza della potenza economica tedesca, in via di restaurazione.
Malgrado che il “piano Marshall” preveda la definitiva decadenza dell’Inghilterra, come della Francia, a potenze di secondo ordine, il governo laburista di Attlee in Inghilterra e il governo socialista di Ramadier in Francia, si sono aggrappati al “piano Marshall” come a una tavola di salvezza. Si sa che l’Inghilterra ha già quasi consumato il prestito americano di 3.750 milioni di dollari concessole nel 1946. Si sa inoltre che le condizioni servili di questo prestito hanno legato l’Inghilterra mani e piedi. Il governo laburista dell’Inghilterra, ormai preso al laccio della sua dipendenza finanziaria dagli Stati Uniti, non vede altra via di uscita che quella di ottenere altri prestiti. Per questo ha accolto il “piano Marshall” come una via di scampo dal vicolo cieco economico in cui si è cacciato, come una possibilità di ottenere nuovi crediti.
Inoltre, gli uomini politici inglesi avevano contato di sfruttare la creazione del blocco dei paesi dell’Europa Occidentale – debitori degli Stati Uniti – per tentare di assicurarsi, all’interno del blocco stesso, la parte di principale agente americano, e di poter forse salvarsi a spese dei paesi deboli. La borghesia inglese, va utilizzando il “piano Marshall”, rendendo servizi ai monopoli americani e sottomettendosi al loro controllo; sognava di poter ricuperare le posizioni perdute in certi paesi e, in particolare, di poter ristabilire le sue posizioni sulla regione balcanica e danubiana.
Al fine di dare una maggiore apparenza di “obiettività” alle proteste americane, è stato deciso di includere nelle liste dei promotori della realizzazione del “piano Marshall” anche la Francia, che già aveva mezza sacrificata la sua sovranità nazionale in favore degli Stati Uniti, poiché la concessione del credito alla Francia nel maggio 1947, da parte degli Stati Uniti era stata condizionata all’allontanamento dei comunisti dal governo.
Su direttive di Washington, i governi d’Inghilterra e di Francia avevano invitato l’Unione Sovietica a partecipare all’esame delle proposte Marshall. Questo invito aveva lo scopo di mascherare il carattere ostile all’U.R.S.S. di tali proposte. Ben sapendo in precedenza che l’U.R.S.S. si sarebbe rifiutata di discutere le proposte di soccorso americano sulla base delle condizioni formulate da Marshall, si era calcolato di poterne approfittare per tentare di mettere a carico dell’U.R.S.S. la responsabilità di “non voler contribuire alla ricostruzione economica dell’Europa”, e in questo modo schierare contro l’U.R.S.S. i paesi europei che necessitano realmente di aiuto. Se, al contrario, l’U.R.S.S. avesse accettato di partecipare alle trattative, sarebbe stato facile trascinare alla trappola della “ricostruzione economica dell’Europa con l’aiuto dell’America” i paesi dell’Est e del Sud-Est dell’Europa. Mentre il piano Truman puntava sull’intimazione terroristica contro questi paesi, il “piano Marshall” aveva l’obbiettivo di saggiare la stabilità della loro situazione economica, tentare di lusingarli e di legarli in seguito mediante un “aiuto” in dollari.
Il “piano Marshall” era destinato, in questo caso, a contribuire alla realizzazione di uno dei compiti più importanti del programma americano generale: ristabilire il potere dell’imperialismo sui paesi di nuova democrazia, obbligando questi paesi a rinunciare alla loro cooperazione economica e politica con l’Unione Sovietica.
I rappresentanti dell’U.R.S.S., che hanno consentito ad esaminare a Parigi, assieme ai governi dell’Inghilterra e della Francia, le proposte di Marshall, hanno smascherato, nella risoluzione di Parigi, l’inconsistenza del tentativo di elaborare un programma economico per tutta 1’Europa. Essi hanno scoperto nel tentativo di creare una nuova organizzazione europea sotto l’egida della Francia e dell’Inghilterra, una minaccia d’ingerenza negli affari interni dei paesi europei e di violazione della loro sovranità. Essi hanno dimostrato che il “piano Marshall” è in contraddizione con i principi normali di cooperazione internazionale, porta in sé la scissione dell’Europa, la minaccia di sottomissione di un certo numero di paesi europei agli interessi del capitalismo americano ed è fondato sulla concessione preferenziale, rispetto agli Alleati, di soccorsi ai consorzi e ai monopoli tedeschi ai quali è evidentemente riservata una funzione particolare nell’Europa. Questa chiara posizione dell’Unione Sovietica ha smascherato il piano degli imperialisti americani e dei loro commessi anglo-francesi.

Prime difficoltà del piano Marshall

La Conferenza di Parigi è scandalosamente fallita. Otto Stati europei hanno rifiutato di parteciparvi. Ma vi è stato anche, fra gli Stati che avevano accettato di partecipare all’esame del “piano Marshall” e all’elaborazione delle misure concrete per 1a sua realizzazione, un certo numero di Stati che non hanno fatto un’accoglienza particolarmente entusiastica a questo “piano”, tanto più che si è visto ben presto come fosse pienamente giustificata la supposizione dell’U.R.S.S., che questo piano è lungi dal rappresentare un aiuto effettivo e reale. Si è riscontrato che il governo degli Stati Uniti non ha nessuna fretta di realizzare le promesse di Marshall. Personalità politiche americane del Congresso hanno riconosciuto che il Congresso non discuterà prima del 1948 le nuove somme stanziate per i crediti promessi ad alcuni paesi europei.
Così è risultato che l’Inghilterra, la Francia e gli altri Stati dell’Europa occidentale che hanno accettato lo “schema di realizzazione” del “piano Marshall” elaborato a Parigi, sono caduti vittime essi stessi del ricatto americano.

Contraddizioni interne del blocco Stati Uniti –
Inghilterra – Francia

Ciò non ostante, i tentativi di formare un blocco occidentale sotto l’egida dell’America continuano.
Bisogna notare che la variante americana del blocco occidentale non può non incontrare serie opposizioni anche nei paesi che già dipendono dagli Stati Uniti, come l’Inghilterra e la Francia.
La prospettiva di restaurare l’imperialismo tedesco come forza reale capace di opporsi alla democrazia e al comunismo in Europa, non può sedurre né l’Inghilterra né la Francia. Qui noi ci troviamo in presenza di una delle principali contraddizioni interne del blocco Inghilterra-Stati Uniti-Francia.
Visibilmente, i monopoli americani, come tutta la reazione internazionale, non pensano che Franco o anche i fascisti greci siano un baluardo più o meno sicuro degli Stati Uniti contro l’U.R.S.S. e le nuove democrazie in Europa. Per
questo essi nutrono speranze particolari sulla restaurazione della Germania capitalista, considerando questa come la più importante garanzia di successo della lotta contro le forze democratiche in Europa. Essi non hanno fiducia né nei laburisti in Inghilterra, né nei socialisti in Francia, considerandoli malgrado la loro compiacenza come “semi-comunisti” non sufficientemente meritevoli di fiducia.
Ecco perché la questione tedesca, e in particolare quella del Bacino della Ruhr, base potenziale militare e industriale del blocco ostile all’U.R.S.S., è l’aspetto più importante della politica internazionale ed è causa di litigio tra gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia.
Gli appetiti degli imperialisti americani non possono non suscitare una seria inquietudine in Inghilterra e in Francia. Gli Stati Uniti hanno fatto comprendere in maniera inequivocabile che essi vogliono prendere la Ruhr agli Inglesi. Gli imperialisti americani esigono anche la fusione delle tre zone d’occupazione e l’aperta formazione in entità politica a sé stante della Germania occidentale sotto il controllo americano. Gli Stati Uniti insistono perché il livello di produzione dell’acciaio sia elevato, nei bacini della Ruhr, sulla base del mantenimento delle imprese capitalistiche che sono sotto l’egida degli Stati Uniti. I crediti promessi da Marshall per la ricostruzione dell’Europa sono considerati a Washington soprattutto come un aiuto agli imperialisti tedeschi.
Così il “blocco occidentale” che l’America sta creando, non ricalca il piano Churchill degli Stati Uniti d’Europa, concepito come strumento della politica Inglese, ma è considerato come un protettorato americano nel quale gli Stati sovrani d’Europa, non esclusa la stessa Inghilterra, avranno una funzione che non è molto lontana dal famoso “49° Stato d’America”.
L’imperialismo americano tratta l’Inghilterra e la Francia sempre più insolentemente e cinicamente. Le deliberazioni a due e a tre sui problemi che concernono la determinazione dei livelli di produzione industriale della Germania occidentale (Inghilterra-Stati Uniti-Francia), deliberazioni che infrangono arbitrariamente le decisioni di Potsdam, dimostrano, tra l’altro, che gli Stati Uniti ignorano completamente gli interessi vitali dei loro soci nelle trattative.
L’Inghilterra, e soprattutto la Francia, sono obbligate ad ascoltare il diktat americano e ad accettarlo con rassegnazione. La condotta della diplomazia americana a Londra e a Parigi, ricorda, sotto molti aspetti, quella che osserviamo in Grecia, dove i rappresentanti americani non stimano neppure necessario rispettare le convenienze, nominano e cambiano a loro beneplacito i ministri greci e si comportano da conquistatori.
Così, il nuovo “Piano Dawes” per l’Europa è, in fondo, diretto contro gli interessi fondamentali dei popoli europei; esso è un piano di asservimento e di sottomissione dell’Europa agli Stati Uniti.

Il piano Marshall contro l’indipendenza dei paesi
democratici

Il “Piano Marshall”, è diretto contro l’industrializzazione dei paesi democratici dell’Europa e, per conseguenza, contro le basi della loro indipendenza. Se, a suo tempo, il “Piano Dawes” per l’Europa fu condannato al fallimento, quando le forze che gli si opponevano erano di gran lunga inferiori a quelle attuali, oggi, nell’Europa del dopoguerra, esistono forze più chee sufficienti, senza parlare dell’Unione Sovietica, che dimostrano volontà e decisione, per dare scacco a questo piano di asservimento. Per i popoli dell’Europa è soltanto questione di mostrarsi pronti alla resistenza e di avere la volontà di resistere. Per quanto concerne l’U.R.S.S., essa impiegherà tutte le sue forze affinché questo piano non sia realizzato.
L’apprezzamento che i paesi del campo antimperialista hanno dato del “Piano Marshall” è stato interamente confermato dal corso degli avvenimenti. Il campo dei paesi democratici, di fronte al “Piano Marshall” ha dimostrato di essere una potente forza che veglia alla salvaguardia dell’indipendenza e della sovranità di tutti i popoli europei, una forza che non si lascia influenzare dalle false manovre della diplomazia del dollaro.

Crediti e ricostruzione

Il governo sovietico non ha mai fatto obiezioni alla utilizzazione di crediti stranieri, in particolare americani; di crediti in quanto mezzi capaci di accelerare il processo della ricostruzione economica. Ciò non ostante, l’Unione Sovietica è sempre partita dalla premessa che le condizioni di credito non devono avere carattere di asservimento, non devono condurre all’asservimento economico e politico dello Stato debitore a quello creditore. Ferma in questo orientamento politico, l’Unione Sovietica ha sempre sostenuto che i crediti stranieri non devono essere il mezzo principale della costruzione dell’economia del paese. La condizione fondamentale e decisiva della ricostruzione economica, deve consistere nell’utilizzazione delle risorse interne di ogni paese e nella creazione di una propria industria. Soltanto su questa base può essere assicurata l’indipendenza del paese contro gli attentati del capitale straniero, che manifesta costantemente la tendenza a utilizzare il credito come strumento di asservimento politico ed economico.
Tale è precisamente il “Piano Marshall” che è diretto contro l’industrializzazione dei paesi europei e mira, per conseguenza, a scalzare la loro indipendenza.

Carattere democratico della politica commerciale
dell’U.R.S.S.

L’Unione Sovietica sostiene instancabilmente che i rapporti politici ed economici reciproci tra i diversi Stati devono erigersi esclusivamente sui principi dell’uguaglianza dei diritti di ogni Stato e nel rispetto reciproco della loro sovranità. La politica estera sovietica e, in particolare i rapporti economici sovietici con gli Stati stranieri, sono basati sul principio dell’uguaglianza dei diritti, che, negli accordi conclusi, assicura vantaggi bilaterali. I trattati con l’U.R.S.S. costituiscono accordi reciprocamente vantaggiosi per le parti contraenti. Essi non contengono nulla che possa nuocere all’indipendenza dello Stato, alla sovranità nazionale delle parti contraenti. Questa caratteristica fondamentale degli accordi tra l’U.R.S.S. e gli altri Stati, balza nettamente agli occhi, sopratutto adesso, alla luce degli accordi ingiusti, basati sull’ineguaglianza dei diritti, che gli Stati Uniti concludono e preparano. La politica commerciale estera sovietica non conosce accordi fondati sull’ineguaglianza dei diritti. Inoltre, lo sviluppo delle relazioni economiche dell’U.R.S.S. con tutti gli Stati che vi hanno interesse, indica su quale base devono stabilirsi normali rapporti tra gli Stati. Basta ricordare i trattati che l’U.R.S.S. ha concluso recentemente con la Polonia, la Jugoslavia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Bulgaria e la Finlandia. In questo modo l’U.R.S.S. indica chiaramente le vie sulle quali l’Europa può trovare un’uscita dalla difficile situazione economica. L’Inghilterra potrebbe avere un trattato di questo genere, se il governo laburista non avesse subito la pressione dall’esterno e lasciato cadere l’accordo in preparazione con l’U.R.S.S.

La concessione dei crediti necessaria all’America
per evitare la crisi

Lo smascheramento del piano americano d’asservimento economico dei paesi europei è un merito indiscutibile della politica estera dell’U.R.S.S. e dei paesi di nuova democrazia.
Bisogna inoltre ricordare che l’America stessa si trova minacciata da una crisi economica. La generosità ufficiale di Marshall ha le sue ragioni. Se i paesi europei non ricevessero crediti americani, la richiesta di merci americane da parte di questi paesi diminuirebbe e ciò contribuirebbe ad accelerare e ad aggravare la crisi economica che si avvicina negli i Stati Uniti. Perché, se i paesi europei danno prova della necessaria fermezza e della volontà di resistere alle condizioni servili di credito, l’America potrebbe vedersi costretta a mollare.

I COMPITI DEl PARTITI COMUNISTI

La funzione del Comintern è stata positiva, ma è
ormai esaurita

Lo scioglimento del Comintern, rispondente alle esigenze dello sviluppo del movimento operaio e alle condizioni della nuova situazione storica, ha esercitato una funzione positiva. Lo scioglimento del Comintern ha messo fine per sempre alla calunnia, propalata dagli avversari del comunismo e del movimento operaio, che Mosca si ingerisse nella vita interna degli altri Stati e che i partiti comunisti dei diversi paesi non agissero nell’interesse del loro popolo, ma secondo ordini dall’esterno.
Il Comintern era stato fondato dopo la prima guerra mondiale, quando i partiti comunisti erano deboli, i collegamenti tra le classi operaie dei diversi paesi erano pressoché inesistenti e i partiti comunisti non avevano ancora dirigenti del movimento operaio universalmente riconosciuti. E’ stato merito del Comintern l’aver stabilito e consolidato i legami tra i lavoratori dei diversi paesi, elaborato le questioni teoriche del movimento operaio nelle nuove condizioni del suo sviluppo, dopo la guerra, l’aver fissato norme comuni per la
propaganda e l’agitazione dell’idea del comunismo e l’aver facilitato la formazione dei dirigenti del movimento operaio. In questo modo si sono create le premesse per la trasformazione dei giovani partiti comunisti in partiti operai di massa. Ma con la trasformazione dei giovani partiti comunisti in partiti operai di massa la direzione di questi partiti, da parte di un unico centro, diveniva impossibile e inadeguata. Perciò il Comintern, che era stato un fattore dello sviluppo dei partiti comunisti, si andava trasformando in un organismo che
frenava questo sviluppo. La nuova fase di sviluppo dei partiti comunisti esigeva nuove forme di collegamento tra i partiti. Queste circostanze hanno determinato la necessità di sciogliere il Comintern e di organizzare nuove forme di collegamento tra i partiti.

Il rafforzamento dei partiti comunisti

Nei quattro anni trascorsi dopo lo scioglimento del Comintern si è prodotto un considerevole rafforzamento dei partiti comunisti, un aumento della loro influenza in quasi tutti i paesi d’Europa e dell’Asia. L’influenza dei partiti comunisti è aumentata non soltanto nei paesi dell’Europa orientale, ma anche in quasi tutti i paesi d’Europa che hanno subito la dominazione fascista, e anche nei paesi che hanno subito, come la Francia, la Finlandia, ecc., l’occupazione fascista tedesca. L’influenza dei comunisti si è rafforzata particolarmente nei paesi di nuova democrazia, dove i partiti comunisti sono diventati i partiti più potenti negli Stati rispettivi.

Deficienze del movimento comunista

Tuttavia, nella situazione attuale dei partiti comunisti, vi sono anche delle deficienze. Alcuni compagni avevano creduto che lo scioglimento del Comintern significasse la liquidazione di tutti i collegamenti e di ogni contatto tra i partiti comunisti fratelli. Frattanto l’esperienza ha dimostrato che un simile isolamento dei partiti comunisti non è giusto, è nocivo e sostanzialmente innaturale. Il movimento comunista si sviluppa nella cornice nazionale, ma nello stesso tempo vi sono compiti e interessi comuni ai partiti comunisti dei diversi paesi. Abbiamo di fronte a noi un quadro ben strano: i socialisti, che sputano veleno per dimostrare che il Comintern detterebbe direttive da Mosca ai comunisti di tutti i paesi, hanno ricostruito la loro Internazionale, mentre i comunisti si astengono persino dall’incontrarsi e, tanto più, dal consultarsi reciprocamente sulle questioni che li interessano, per timore della calunnia dei nemici circa la “mano” di Mosca . I rappresentanti delle diverse attività – gli scienziati, i cooperatori, i militanti sindacali, i giovani, gli studenti – ritengono possibile mantenere tra loro contatti internazionali, scambiarsi le loro esperienze e consultarsi sulle questioni concernenti il loro lavoro, organizzare conferenze e riunioni internazionali, e i comunisti, anche di quei paesi che hanno rapporti di alleanza, si sentono impacciati a stabilire fra di loro relazioni di amicizia. Non c’è dubbio che una simile situazione, se si prolungasse sarebbe gravida di conseguenze molto nocive per lo sviluppo del lavoro dei partiti fratelli. Questa esigenza di consultarsi e di coordinare volontariamente l’azione dei diversi partiti è maturata soprattutto adesso, che il protrarsi di questo isolamento potrebbe condurre a un
indebolimento della comprensione reciproca e talvolta anche a seri errori.

Funzione storica dei partiti comunisti

Poiché la maggior parte dei dirigenti dei partiti socialisti (soprattutto i laburisti inglesi e i socialisti francesi) si comportano come agenti dei circoli imperialistici degli Stati Uniti d’America, spetta ai partiti comunisti la funzione storica specifica di mettersi alla testa della resistenza al piano americano di asservimento dell’Europa e di smascherare risolutamente tutti gli ausiliari interni dell’imperialismo americano. Nello stesso tempo i comunisti devono appoggiare tutti gli elementi veramente patriottici che non vogliono lasciar oltraggiare la loro Patria, che vogliono lottare contro l’asservimento della loro Patria al capitale straniero e per la salvaguardia della sovranità nazionale del loro paese.
I comunisti devono essere la forza dirigente che trascina tutti gli elementi antifascisti amanti della libertà alla lotta contro i nuovi piani americani di espansione e di asservimento dell’Europa.

E’ possibile sventare i piani degli aggressori

Bisogna tener presente che tra il desiderio degli imperialisti di scatenare una nuova guerra e la possibilità di organizzarla, c’è un’immensa distanza. I popoli del mondo non vogliono la guerra. Le forze che vogliono la pace sono così
grandi e importanti, che se esse saranno ferme e tenaci nella lotta per la difesa della pace, se esse daranno prova di costanza e di fermezza, i piani degli aggressori saranno condannati a un completo fallimento. Non bisogna dimenticare che il chiasso degli agenti imperialisti circa i pericoli di guerra ha lo scopo di spaventare la gente indecisa o debole di nervi e di ottenere, a mezzo del ricatto, concessioni all’aggressore.

Non sottovalutare le forze della classe operaia

II pericolo principale per la classe operaia consiste attualmente nella sottovalutazione delle proprie forze e nella sopravvalutazione delle forze dell’avversario. Come nel passato la politica di Monaco ha incoraggiato l’aggressione hitleriana, anche oggi le concessioni alla nuova politica degli Stati Uniti d’America e del campo imperialista, possono rendere i suoi ispiratori ancora più insolenti e aggressivi. Perciò, i partiti comunisti devono mettersi alla testa della resistenza ai piani imperialisti d’espansione e d’aggressione in tutti i campi: governativo, politico, economico, ideologico. Essi devono serrare le file, unire i loro sforzi sulla base di una piattaforma antimperialista e democratica comune e raccogliere attorno a sé tutte le forze democratiche e patriottiche del popolo.

La difesa dell’indipendenza nazionale compito particolare
dei partiti comunisti

Ai partiti comunisti fratelli della Francia, dell’Italia, dell’Inghilterra e di altri paesi spetta un compito particolare. Essi devono prendere nelle loro mani la bandiera della difesa dell’indipendenza nazionale e della sovranità dei rispettivi paesi. Se i partiti comunisti resteranno saldi sulle loro posizioni, se non si lasceranno intimidire e ricattare, se staranno coraggiosamente a guardia di una pace solida e della democrazia popolare, a guardia della sovranità nazionale, della libertA e dell’indipendenza dei loro paesi, se nella loro lotta contro i tentativi di asservimento economico e politico dei loro paesi sapranno mettersi alla testa di tutte le forze, pronte a difendere la causa dell’onore e dell’indipendenza nazionale, nessun piano di asservimento dell’Europa potrà essere realizzato.

Nel suo Rapporto Segreto, Chruscev disse…

Hitlers-allies

http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=42839866

(di Giovanni Apostolou)

“Esisteva una pratica viziosa, quando nel NKVD venivano compilate delle LISTE degli individui i cui casi erano da considerarsi alla valutazione presso il Collegio Militare, e per essi veniva predeterminata a priori la misura di punizione.
Tali ELENCHI venivano inviati a Stalin personalmente da Ezov per l’autorizzazione delle sanzioni proposte.
Nel 1937-1938, a Stalin furono inviate 383 di tali ELENCHI su migliaia di funzionari del partito, sui cittadini sovietici, sui giovani del Komsomol, sui militari e sui lavoratori nelle sfere per la gestione dell’economia nazionale, e avevano ricevuto la loro sanzione” (si veda: http://stalin.memo.ru/spiski/pg05245.htm: non c’è niente di strano che il Procuratore arrivava in sede giudicante, avendo a portata di mano non solo le prove della colpevolezza dell’accusato, ma anche le raccomandazioni sulle misure della condanna, nel caso di riconoscimento della colpevolezza; come viene notato, al livello archivistico, all’esame venivano forniti le LISTE soltanto dei membri del partito, e mai di quelli che non ne appartenevano).
Gli originali di tali ELENCHI esistono.
Sono stati preparati per la stampa e pubblicati prima nei Compact Disk e inseguito emesse in Internet come “LE LISTE DELLE FUCILAZIONI DI STALIN” (si veda: http://stalin.memo.ru/images/intro1.htm).
Ahimè, il nome stesso è impreciso e tendenzioso, in quanto le LISTE, generalmente parlando, non erano state “di fucilazioni”.
Gli storici antistalinisti (alias anti-comunisti) descrivono le LISTE come delle condanne fabbricate in anticipo.
Tuttavia, proprio i loro studi-ricerche-commenti dimostrano tutta la inconsistenza di tali accuse.
In realtà, negli ELENCHI veniva citato il Verdetto di massima pena, che poteva essere imposto dalla Corte Giudicante in caso di condanna dell’accusato, vale a dire che lì veniva indicata la massima misura possibile di condanna per un preciso reato in quanto tale, e non il Verdetto vero e proprio.
Ci sono casi in cui gli individui esistenti nelle LISTE non venivano condannati o il Verdetto della condanna era assai meno grave della pena massima per un reato indicata nell’ELENCO (che alla fin fine e salvava queste persone dalla fucilazione).
Ad esempio, citato nella RELAZIONE di Khruscev e che ha vissuto fino al XX congresso, A. V. Snegov era finito per due volte negli ELENCHI (prima volta nell’ELENCO del 7 Dicembre 1937 per la Regione di Leningrado e per la seconda volta nell’ELENCO del 6 Settembre 1940 (si veda: http://stalin.memo.ru/spiski/pgl3026.htm) ).
In ambedue i casi, Snegov era stato segnalato come l’appartenente alla “CATEGORIA 1” di condanna, vale a dire che nel suo caso si sarebbe potuta applicare anche la pena capitale (la fucilazione).
Al secondo ELENCO in cui c’è il nome di Snegov è allegata una sintesi delle prove accusatorie, e si sente che di queste prove c’è ne erano molte di più.
Tuttavia Snegov non fu condannato a morte, ma era stato condannato a una lunga detenzione in un campo di lavoro.
Così, Khrusciov sapeva che Stalin non pronunciava le “condanne”, ma prendeva in visione gli ELENCHI per possibili obiezioni.
A Khrusciov questo era sicuramente noto, in quanto vi è rimasta conservata una lettera a lui indirizzata dal Ministro degli Affari Interni dell’URSS, del 3 Febbraio 1954.
In questa lettera, del fatto sui “verdetti fabbricati a priori” non c’è una sola parola, invece si afferma esplicitamente che “negli Archivi del Ministro degli Affari Interni dell’URSS vi sono trovate 383 LISTE delle persone, che debbono essere sottoposte al giudizio del Collegio Militare della Corte Suprema dell’URSS”.
Queste LISTE (ELENCHI) erano stati redatti negli anni 1937-1938, dalla NKVD, e nello stesso periodo (allora) anche presentate al Comitato Centrale del VKB (per l’esame).
Khrusciov aveva nascosto il fatto che non era stato Stalin, ma fu lui stesso (in modo diretto) coinvolto nel redigere degli ELENCHI con l’indicazione raccomandata della categoria di punizione.
Khrusciov fa riferimento alla NKVD, indicando che gli ELENCHI sono stati redatti proprio lì.
Ma egli accuratamente cela che la NKVD operava fianco a fianco con la dirigenza locale del VKB e che il numero considerevole di persone in quelle LISTE, probabilmente anche la maggioranza e maggiormente che nelle altre località dell’URSS, abitasse esattamente là, dove in quel periodo spadroneggiava Khrusciov.
Fino al Gennaio 1938, Khrusciov fu il Primo Segretario dei Comitati di Partito Regionale, nonché cittadino di Mosca, e più tardi il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista (Bolscevico) di Ucraina.
La sua lettera a Stalin, con la richiesta di fucilazione di 6.500 persone, porta la data:
10 Luglio 1937.
Ma la stessa data è posta sulle “LISTE DELLE FUCILAZIONI DI MOSCA” di Mosca e della Regione di Mosca.
Nella lettera a Stalin, Khrusciov conferma la propria partecipazione alla “Troika” (al trio), cui ebbe il potere di selezionare individui soggetti alle repressioni.
Dello stesso “trio” facevano parte:
S. F. Redens (il capo della NKVD nella Regione di Mosca) e K. I. Maslov che era il Sostituto Procuratore della Regione di Mosca (Khrusciov ammette (acconsente?) che “nei casi necessari” egli sarebbe stato potuto essere sostituito dal Secondo Segretario, A. A. Volkov).
Volkov rimase in carica di Secondo Segretario del MK-VKP (B) soltanto sino all’inizio del mese di Agosto dell’anno 1937, e così smise di essere subordinato a Khrusciov, il fatto che probabilmente gli salvò la vita (Volkov, l’11 Agosto 1937, è stato eletto Primo Segretario del Partito Comunista (Bolscevico) di Bielorussia, e dall’Ottobre 1938 al Febbraio 1940 occupò la carica del Primo Segretario del Comitato Regionale del VKP (B); a giudicare da tutto, morì di morte naturale nel 1941 o nel 1942; un dettagliato racconto su Volkov vi era pubblicato nel giornale LA BIELORUSSIA SOVIETICA del 21 Aprile 2001; si veda anche: http://sb.by/article.php?articleID=4039; Maslov è rimasto in carica di Procuratore per la Regione di Mosca sino al Novembre del 1937: nel 1938 fu arrestato e nel Marzo 1939 fu giustiziato con l’accusa di sovversione controrivoluzionaria; la stessa sorte toccò K. I. Mamontov, cui dapprima ha preso il posto di Maslov, e poi fu fucilato con egli nello stesso giorno; non sfuggì alla pena capitale neppure Redens: nel Novembre del 1938 fu arrestato come partecipante ad un “gruppo sovversivo e di spionaggio polacco”, e fu processato e per il Verdetto della Corte fu giustiziato il 21 Gennaio 1940; sulle pagine del loro libro, Jansen e Petrov menzionano Redens come uno degli “uomini di Ezhov”; durante il cosiddetto “disgelo”, Redens, su insistenza di Khrusciov, fu riabilitato, ma con tale flagranti violazioni delle normative legislative che nel 1988 fecero in modo che la riabilitazione di Redens era stata abolita (revocata) ).
In altre parole, ad eccezione di Volkov, tutti i più stretti collaboratori di Khrusciov cui presero parte nelle repressioni a Mosca e nella Regione di Mosca, ebbero le pene (punizioni) degne delle loro azioni.
Ma in quale modo riuscì a sfuggire la punizione a Khrusciov?
Mistero …
Disse ancora Chruscev nel RAPPORTO SEGRETO:
“E’ noto il risanamento che nelle organizzazioni del partito apportarono le disposizioni del Comitato Centrale del VKB al Plenum del Gennaio (1938).
Tuttavia le repressioni continuavano anche nel 1938”.
Qui Khrusciov fa soltanto allusione (ma più chiaramente articola il suo pensiero più tardi) che il volano delle repressioni veniva azionato proprio da Stalin.
Ma le attestazioni (gli elementi di prova) documentate, al contrario, ci stanno ostinatamente dicendo che le repressioni venivano gonfiate da Ezov e da un gruppo dei Primi Segretari, a cui Khrusciov prese parte come uno dei principali “repressori”.
Stalin e la parte della Direzione Centrale del VKB (che non fu coinvolta nella cospirazione) cercava di ridurre e mettere sotto controllo tutto lo svolgere delle repressione.
Alla fine, sono riusciti a ottenere pene severe per coloro contro cui sono stati ottenuti prove del coinvolgimento nella fabbricazione dei casi atti ad eliminazione delle persone innocenti.
Getty e Naumov fecero un’esauriente analisi della documentazione (dei materiali) del Plenum del VKB del Gennaio 1938.
Dalla loro approfondita ricerca, risulta che Stalin e i leader del Comitato Centrale del Partito Comunista (Bolscevico) furono estremamente preoccupati per il problema delle repressioni incontrollate.
Proprio per questo motivo, e in sede di questo plenum, Postyshev era stato rimosso dal suo incarico.
Un esame approfondito di questa materia si trova nel libro di R. Thurston (Uspebskij in quanto ricercato per tutta l’URSS fu arrestato soltanto il 14 Aprile del 1939; secondo alcune informazioni, Ezov aveva origliato una conversazione telefonica fra Stalin e Khrusciov, dopo di che avvertì Uspenskij; indipendentemente dal fatto in che cosa consistette il reato personale di Uspenskij, la responsabilità per la fabbricazione delle accuse contro le persone innocenti, lui le deve condividere con Khrusciov in quanto ambedue erano i membri della stessa “Trojka”; nei materiali (nei documenti) degli interrogatori di molti arrestati vi è detto che, seguendo le istruzioni di Ezov, Uspenskij falsificava i DOSSIER su vasta scala) in cui si conferma il fatto che Stalin stesse cercando di tenere a freno i Primi segretari, l’NKVD e le stesse repressioni in quanto tali.
Al Plenum del Gennaio 1938, Malenkov ovviamente, facendo eco a Stalin, fece una RELAZIONE sulle espulsioni non autorizzate in massa dal Partito Comunista dei compagni nella Regione di Kuibyshev.
Bisogna considerare soltanto che la colpa di questi atti era stata scaricata su Postyshev.
La RISOLUZIONE del Comitato Centrale del VKB del 9 Gennaio 1938 accusò egli di “errori”, per cui ricevette la nota di biasimo ed era stato sollevato dai suoi incarichi del Primo Segretario del Comitato Regionale di Kuibyshev.
I. A. Benediktov, che ebbe incarichi chiave negli anni 1938-1958, nella gestione dell’agricoltura dell’URSS (Commissario del Popolo per l’Agricoltura, e dopo Ministro dell’Agricoltura) che spesso partecipò alle riunioni del Comitato Centrale e del Politburo, sottolinea, riferendosi al Plenum di Gennaio, che Stalin cominciò a correggere le illegalità commesse nel corso delle repressioni.
Nel Gennaio del 1938, a capo del Commissariato del Popolo degli Affari Interni della Repubblica Socialista di Ucraina (RSS Ucraina), ebbe la carica A. I. Uspenskij, ma entro la fine dello stesso anno a Mosca era divenuto noto come criminale.
Avvertito da Ezov, il 14 Novembre del 1938, Uspenskij sfuggì all’arresto che incombeva sulla sua testa, finse il suicidio e passò in clandestinità.
Infine disse Chruscev nel RAPPORTO SEGRETO:
“Quando Stalin diceva che qualcuno dove essere arrestato si doveva prendere per fede che questo era un “nemico del popolo”.
Mentre la banda di Berija, che spadroneggiava nella NKVD, usciva dalla pelle per dimostrare la colpevolezza delle persone arrestate e la correttezza dei materiali (accusatori) da esso fabbricati”.
È una bugia.
R. Thurston scrive dettagliatamente del fatto di come Khrusciov aveva travisato il senso di quello che era effettivamente accaduto quando Berija divenne il capo del NKVD.
Il suo arrivo (nel NKVD), secondo le parole dello storico, generò “l’impressionante liberalismo” : cessarono le torture ai prigionieri, furono restituiti i loro legittimi diritti legislativi.
I complici di Ezov persero i loro incarichi, molti di essi furono accusati ed ebbero dei processi da cui vennero giudicati come dei colpevoli per aver effettuato delle repressione illegali.
In conformità con la RELAZIONE della Commissione a capo di Pospelov, gli arresti scesero bruscamente: negli anni 1939-1940, il loro numero era sceso al più del 90 % rispetto agli anni 1937-1938.
Il numero delle esecuzioni nel 1939-1940 era sceso al di sotto dell’1 % al confronto degli anni 1937-1938.
Berija prese su di sé la gestione del Commissariato del Popolo per gli Affari Interni nel Novembre 1938 e, quindi, il suindicato lasso di tempo combacia perfettamente col periodo in cui tutte le redini del governo “degli organi di sicurezza” (NKVD?) sono state concentrate nelle sue mani.
Krusciov aveva usato la RELAZIONE della Commissione di Pospelov
per il suo “RAPPORTO SEGRETO”, e quindi non poteva non sapere questi fatti, ma decise di non farne alcun riferimento in modo da non dare all’auditorio un benché minimo motivo di dubitare nella interpretazione proposta da lui di questi eventi storici.
Proprio mentre Berija era stato a capo della NKVD vi ebbero luogo dei processi a carico di quelli che furono accusati di illeciti repressioni, di esecuzioni in massa, di torture e di falsificazioni delle cause penali.
Krusciov lo sapeva, ma anche questo lo tenne nascosto.
Nuove e importanti informazioni riguardano poi le vittime.
Gli storici russi Zemskov, Dugin e Klevniuk hanno potuto disporre dei dati di archivio, e comunicarli in numerosi articoli e libri.
Specialmente informato e rigoroso il primo (membro dell’Istituto di Storia dell’Accademia delle Scienze Russa) : egli ha pubblicato le sue ricerche nei primi anni 90, alla fine e dopo il crollo dell’URSS, avendo accesso agli Archivi del Ministero dell’Interno (MVD-KGB), del precedente Commissariato del Popolo agli Interni (NKVD), della Polizia di Stato (OGPU-NKVD), degli Organi Giudiziari.
Le cifre complessive furono pubblicate da Zemskov, Getty e Rittesporn in AMERICAN HISTORICAL REVIEW (21 Giugno 1994).
Dal 1921 al 1953 furono condannate per attività controrivoluzionaria circa 4.000.000 di persone, delle quali 780.000 furono fucilate.
Nei Campi di Lavoro, Colonie Penali e prigioni morirono 600.000 detenuti politici.
Si possono calcolare pertanto in 1.400.000 i morti per motivi politici nell’URSS dalla fine della guerra civile alla morte di Stalin.
Sono come è evidente cifre pesanti, ma ben lontane da quelle riferite dai vari Conquest, Medvedev, Solzhenitzin, che oscillano tra 10.000.000 e 40.000.000 milioni di esecuzioni.
Nel Sistema Penale sovietico i condannati potevano, nei casi più gravi, essere inviati nei Campi di Lavoro Forzato (GULAG), per reati meno gravi nelle Colonie di Lavoro, dove i condannati erano impiegati nelle fabbriche o nell’agricoltura e percepivano un regolare salario, o in particolari zone di residenza con proibizione di risiedere in alcune città, in genere Mosca o Leningrado.
In quest’ultimo caso godevano in genere dei diritti politici.
In attesa della sentenza gli accusati erano tenuti nelle prigioni.
Il totale dei condannati nei GULAG oscillò tra un minimo di 510.000 nel 1930 a un massimo di 1.711.202 nel 1952.
I condannati presenti nei GULAG, Colonie di Lavoro e prigioni oscillarono fra 1.335.032 del 1944 e 2.56.351 del 1950.
Mancano i dati complessivi fino al 1939, quando si raggiunse la cifra generale di 2.000.000.
Le cifre, drammatiche, ma di gran lunga inferiori a quelle proposte da “storici” di parte e privi di documentazione, debbono essere completate dai dati sulla mortalità e meritano qualche commento.
La mortalità generalmente oscillante intorno al 3 % annuo toccò punte elevate nel 1942 e 1943, 17 % , durante il periodo bellico, quando anche le condizioni alimentari, igieniche, di salute della popolazione civile peggiorarono drammaticamente.
Al tempo stesso la popolazione dei GULAG diminuì drasticamente, perché molti condannati furono arruolati nell’esercito.
Il forte incremento degli anni postbellici è in parte da attribuire alla presenza di prigionieri di guerra, condannati per diserzione e collaborazione con gli occupanti tedeschi.
E’ comunque interessante notare che la popolazione detenuta nel suo complesso arrivò a toccare al massimo il 2,4 % della popolazione adulta.
Nel 1996 erano detenuti negli USA 5.500.000 persone cioè il 2,8 % della popolazione adulta.
E’ appena il caso di sottolineare che si tratta di due situazioni completamente diverse: da una parte un paese uscito da una guerra mondiale e civile, combattute sul suo territorio, sede di un drammatico rivolgimento sociale, impegnato in una lotta mortale per la sopravvivenza, prima con un gigantesco sforzo di edificazione economica e culturale, poi in una guerra vittoriosa a prezzo di immense perdite materiali e umane.
Dall’altra il paese più ricco e tecnologicamente del mondo, che pur partecipando alle due guerre mondiali non ebbe un centimetro quadrato toccato dal nemico, soffrì perdite umane di gran lunga inferiori e trasse non pochi vantaggi economici dalle guerre stesse.
Le statistiche, finalmente disponibili, ci dicono anche che la grande maggioranza dei condannati (80-90 %) nei GULAG riceveva pene inferiori a 5 anni, meno del 1 % superiori a 10.
Vanno anche ricordati i provvedimenti di Amnistia, i più larghi dei quali, che interessarono oltre un milione di detenuti, nel 1945 e nel 1953.
Credo che qualunque paragone con i campi di concentramento nazisti sia un offesa alla verità.
Li i deportati erano destinati, se ebrei, rom o di razze considerate inferiori, a morte certa.
Nessun Tribunale aveva decretato la loro condanna.
Le pene non prevedevano un termine, non c’erano Amnistie.
Non c’era la possibilità di revisione della condanna e di riabilitazione, come anche in epoca staliniana avvenne per non pochi condannati: per quanto dure potessero essere le condizioni nei GULAG (e mi riferisco alle memorie di Ginsburg, Larina, Corneli, Solzhenitsin e ad una infinita memorialistica sull’argomento), non erano paragonabili a quelle dei lager nazisti.
Non era infrequente che condannati che avevano scontato la pena restassero a lavorare come liberi nelle strutture produttive dei campi o nelle Colonie di Lavoro.
Infine i politici rappresentarono costantemente non più del 25-30 % dei condannati.
Nel 1934 gli internati politici nei GULAG erano tra i 127.000 e i 170.000 e non 5 milioni.
Il numero esatto di tutti i detenuti nei campi di lavoro, ossia i detenuti politici e comuni insieme, era di 510.307.
Sull’insieme dei detenuti, non c’era che tra il 25 % e il 33 % di politici, e non 4.850.000.
Il numero dei detenuti politici oscillò tra un minimo di 127.000 nel 1934 e un massimo di 500.000 durante i due anni di guerra, nel 1941 e nel 1942.
Si trovavano in media tra 236.000 e 315.000 detenuti politici.
Dal 1936 al 1939, il numero dei detenuti nei campi aumentò di 477.789 persone (passando da 839.406 a 1.317.195) e non ci furono, come insinua la storiografia anticomunista, 7 milioni di detenuti politici.
I decessi nei GULAG in due anni furono 115.922 e non 2.000.000:
116.000 persone erano morte per cause naturali e non morirono perché, come dice la propaganda storiografica anticomunista, ci fu oltre un milione di esecuzioni.
Ai tempi rivoluzionari di Stalin, nel 1951 (anno che vide il maggior numero di detenuti nei GULAG) c’erano 1.948.158 detenuti comuni.
Il numero reale di detenuti politici era allora di 579.878 e non dai 12 ai 13 milioni di persone.
La maggior parte dei “politici” erano individui che avevano collaborato coi nazisti:
334.538 erano stati condannati per tradimento.
Un gran baccano velenoso viene sollevato artatamente sul numero dei detenuti nei GULAG, sposando cifre fantasiose di decine e decine di milioni avanzate da controrivoluzionari e anticomunisti storici russi e non solo.
In realtà nel 1921 erano 70 mila su una popolazione di oltre 135 milioni e nel momento della massima espansione, all’inizio degli anni 50, i detenuti furono all’incirca 2 milioni e mezzo su una popolazione di più di 200 milioni.
Basti pensare che dopo l’implosione dell’URSS nel 1991 il numero dei detenuti delle Colonie Penitenziarie non ha smesso di aumentare e supera oggi il milione nella sola Federazione Russa, assai meno popolata dell’URSS socialista nell’epoca di Stalin.
I borghesi e gli anticomunisti non prendono volutamente in considerazione che dal 27 Giugno 1929 il Politbjuro dell’URSS adottò il significativo provvedimento per cui tutti i detenuti condannati a una pena superiore ai tre anni sarebbero stati trasferiti, da quel momento in avanti, nei Campi di Lavoro Collettivi.
E nemmeno che la collettivizzazione socialista delle campagne e la relativa lotta di classe contro i Kulaki, portò nel 1930 300.000 contadini ricchi antisovietici nei GULAG.
Secondo V. N. Zemskov (un ricercatore russo contemporaneo fortemente anticomunista) sembra che il numero dei contadini borghesi esiliati o fatti allontanare dalle loro case originali, non ha superato il milione e mezzo di Unità.
Le ricerche sulle “repressioni staliniane” hanno constatato che le repressioni di massa non esistettero per niente !
Può suonare strana adesso questa affermazione, ma è proprio così !
Nel 1938, secondo gli ARTICOLI DI LEGGE PER I REATI DI ATTIVITÀ CONTRORIVOLUZIONARIA, dagli organi del NKVD furono arrestate 52.372 persone.
Durante l’inquisitoria e i processi da parte degli organi giudiziari a queste persone, sono state condannate:
2731 persone di cui furono condannate alla pena capitale per fucilazione 89 persone e 41.641 furono assolte da ogni accusa.
Questa grande quantità di gente assolta dimostrò che Jezov e altri della sua cricca, come anche le spie insinuatasi negli organi di sicurezza, in tanti casi arrestavano gente innocente.
Il loro intento fu di sbarazzarsi dei migliori quadri dello Stato, e per questo furono fucilati !
Da dove allora si è arrivati al numero di un milione e mezzo di arrestati, ecct.?
Questo è il risultato della diretta falsificazione !
Khruscjov creò una Commissione presso il Politburo, sotto la guida dal cosiddetto Svernik, membro del Politburo, il quale commise un falso.
Egli mischiò gli arrestati per motivi politici con i delinquenti comuni.
Così si arrivò a quel numero !
Se si controllasse quale era la percentuale nei GULAG dei detenuti per motivi politici, si ha un quadro del tutto differente.
Peraltro tre aspiranti russi al Dottorato in Scienze della Storia, tre Colonnelli, si sono occupati di uno scrupolosissimo studio su questa questione.
Gli stessi loro risultati erano stati pubblicati in uno dei numeri della rivista “LA STORIA MILITARE”.
Nel corso della purga del 1937-1938 furono fucilate circa 700.000 persone ed espulsi oltre 100.000 membri del partito, in buona parte finiti davanti al Plotone di Esecuzione.
E’ falso il fatto che nella Grande Purga la vecchia guardia bolscevica fu colpita: dei 24.000 iscritti nel Partito Bolscevico prima del 1917 ne sopravvivevano 12.000 nel 1922, 8.000 nel 1927, meno di 5.000 (cioè tra 4.500 e 5.000) nel 1939, dopo la Grande Purga.
Dei 420.000 membri del Partito Bolscevico nel 1920 ne rimanevano 225.000 nel 1922, 115.000 nel 1927, 90.000 nel 1939.
182.600 furono gli iscritti al Partito Bolscevico prima del 1920, dei quali 125.000 erano presenti nel 1939.
Secondo lo storico russo anticomunista Brzezinski nel 1934 c’erano 182.600 “vecchi bolscevichi” nel partito, cioè membri che vi avevano aderito al più tardi nel 1920.
Nel 1939 se ne contavano 125.000.
La grande maggioranza, il 69 % , era quindi rimasta nel partito.
C’era stata, durante quei cinque anni, una perdita di 57.000 persone, cioè il totale di 31 % .
Alcuni erano morti per cause naturali, altri erano stati espulsi, altri ancora giustiziati.
E’ chiaro che i “vecchi bolscevichi” cadevano, durante l’epurazione, non perché fossero “vecchi bolscevichi”, ma a causa del loro comportamento politico revisionista, controrivoluzionario e antisocialista.
Il numero dei Delegati e dei membri del Partito Bolscevico al XVII congresso che sono stati giustiziati sono stati 98 su un totale di 139, ma ci sono una serie di diverse categorie di questi Delegati che sono stati condannati:
– Alcuni di questi Delegati sono stati condannati per reati gravi nei processi pubblici di Mosca (Bucharin, Iagoda, Tukhachevsky e altri), ma si ha più documentazione sui loro casi che su tutti gli altri.
– Alcuni sono stati condannati, ma le prove di accusa non erano state presentate nei processi pubblici: per la maggior parte di questi si ha una documentazione scarsissima, in alcuni casi praticamente nulla.
– Alcuni erano responsabili per le repressioni di massa:
Ezhov, Kosarev e altri insieme a Ezhov ed Eiche e Postyshev erano tra gli altri, ma ci sono alcune prove (anche se non abbondanti) su alcuni di questi, ma ci sono più elementi di prova circa Ezhov.
– E’ possibile che alcuni sono stati giustiziati a causa di accuse false di Ezhov: può essere possibile, ma però non si può dimostrare, perché ancora una volta i documenti sono stati tenuti segreti.
Tra il 1937 e il 1938, durante la “Grande Purga”, furono espulse dal partito 278.818 persone, un numero molto inferiore rispetto agli anni precedenti.
Nel 1933 ci furono 854.30 espulsioni, nel 1934 se ne contarono 342.294, nel 1935 il numero fu di 281.872 e nel 1936 ce ne furono 95.145.
Bisogna sottolineare il carattere specifico delle epurazioni nei differenti periodi presi in considerazione: a differenza delle epurazioni normali, la “Grande Purga” colpì soprattutto i quadri all’interno del partito.
Dal Novembre 1936 al Marzo 1939, ci furono meno di 180.000 espulsioni dal partito: questa cifra tiene conto del numero di persone reintegrate.
Prima della Riunione Plenaria del Gennaio 1938, ci furono 53.700 APPELLI contro le espulsioni, nell’Agosto 1938 erano stati registrati 101.233 nuovi APPELLI: in quel momento, su un totale di 154.933, i Comitati del VKB ne avevano già esaminati 85.273, il 54 % dei quali era stato accolto: perciò è falso il fatto che l’epurazione fu “organizzata ciecamente e deliberatamente da un dittatore”.
Nel suo libro del 1968, dal titolo “I MEMBRI DEL PARTITO COMUNISTA IN URSS. 1917-1967”, T. H. Rigby ha calcolato che il numero massimo di membri del partito che avrebbero potuto essere “eliminati”, tra il Novembre 1936 e il Marzo 1939, era di circa 180.000.
Questo include quanti si sono dimessi o sono stati espulsi per qualche ragione (la passività, l’analfabetismo politico, ecct.) così come coloro che sono stati arrestati e processati.
Oleg Mozokhin, un ricercatore per l’FSB (il successore del KGB), ha pubblicato i dati relativi al numero dei membri e dei candidati del partito e del Komsomol, l’organizzazione giovanile del partito, per il 1937 e il 1939:
– 1937:
1) Ex membri e Candidati Membri del partito tratti in arresto:
55.428.
2) Ex membri e candidati del Komsomol tratti in arresto:
8.211.
3) Totale:
63.639.
– 1939:
1) Ex membri e Candidati Membri del partito tratti in arresto:
5.387.
2) Ex membri e candidati del Komsomol tratti in arresto:
3.517.
3) Totale:
8.904.
Mozokhin non propone alcuna analisi dettagliata del partito per il 1938.
Dal momento che il numero totale di esecuzioni nel 1937 e nel 1938 è stato simile, si può supporre che il totale per quell’anno era in linea con quello del 1937.
Ciò suggerirebbe un numero totale di membri ed ex membri, candidati ed ex candidati, tanto del partito quanto del Komsomol, di 136.000 arrestati, nella quale cifra sono inclusi tutti gli arresti, indipendentemente dalla loro motivazione, nel corso del triennio 1937-1939, cioè gli anni della “Ezhovshchina” ( = “i brutti tempi di Ezhov”), per il quale Conquest ha inventato il soprannome “il terrore”.
Queste cifre corrispondono abbastanza bene a quelle proposte da Rigby per quanto riguarda le espulsioni, dal momento che molti degli espulsi non vennero arrestati.
Disponibili per noi oggi sono le “LISTE STALIN”, che riguardano soprattutto i membri del partito con le cifre corrette: eliminando i nomi duplicati, si contano circa 40.000 nomi, di cui non tutti vennero giustiziati.
Se la mitologia anticomunista storiografica fosse stata corretta, ciò avrebbe significato che almeno due terzi di un milione di membri del partito sarebbero stati giustiziati durante il triennio 1936-1939 (dato che questo è il periodo considerato).
In realtà, grazie allo studio di Mozokhin (pubblicato nel 2005), abbiamo i numeri totali di tutte le persone arrestate:
– 1936: numero totale di persone arrestate:
131.168.
– 1937: numero totale di persone arrestate:
936.750.
– 1938: numero totale di persone arrestate:
638.509.
– 1939: numero totale di persone arrestate:
145.407.
– Totale persone delle arrestate nel1936-1939:
851.834.
Questi i numeri delle persone giustiziate durante gli anni indicati:
– 1936: numero totale di persone giustiziate:
1.118.
– 1937: numero totale di persone giustiziate:
353.074.
– 1938: numero totale di persone giustiziate:
328.618.
– 1939: numero totale di persone giustiziate:
2.601.
– 1940: numero totale di persone giustiziate:
1.863.
– Totale delle persone giustiziate nel 1936-1940:
687.27.
Ciò significa un totale di 685.411 persone che sono state condannate per essere giustiziate durante il periodo 1936-1939.
Questa cifra totale non riguarda solo i membri del partito, ma tutti i giustiziati.
Il totale per il 1937-1938 è di 681.692.35.
Sulla base delle fonti attualmente disponibili (probabilmente incomplete) si può dire che con l’ORDINE NUMERO 0447, oltre a successivi aumenti dei limiti noti, Mosca ha dato il permesso di fucilare circa 236.000 condannati.
Sono abbastanza certo che circa 386.798 persone sono state effettivamente fucilate, e che altre 151.716 lo sono state senza però che al momento sia stata documentata la loro approvazione da parte dell’NKVD o del Politburo.
La discrepanza tra le cifre di Mozokhin e quelle che io ho riportato può dipendere dalle cifre dell’NKVD per il 1937 e 1938, mentre quelle che ho riportato io provengono dall’ORDINE NUMERO 00447, emanato il 30 Luglio 1937, ma che era parte di un’Operazione per legalizzare la repressione iniziata attorno al 3 Luglio 1937.
Io mi riferisco a questo ordine come al NUMERO 00447, che rimase in vigore fino al 17 Novembre 1938, quando l’ORDINE NUMERO 00447 venne revocato, ma che, in pratica, restò valido ancora per qualche tempo.
Altre Operazioni, specialmente quelle che riguardavano le “nazionalità”, Operazioni in cui Ezhov ed i suoi uomini uccisero un enorme numero di persone, non entrano nel conteggio come parte del totale dell’ORDINE NUMERO 00447.
In ogni caso, anche le cifre fornite da Mozokhin, le più alte di queste due serie, si applicano a tutti i cittadini dell’URSS piuttosto che ai soli membri del partito.
Tutti i dati dimostrano che le affermazioni degli anticomunisti sull’argomento sono ampiamente esagerate.
Anche se tutte le quarantamila persone del cosiddetto “ELENCO DELLE PERSONE DA FUCILARE” fossero stati membri del partito e fossero state tutte uccise (e si sa che molti non lo furono) esse rappresenterebbero ancora solo il 6 % dei 2-3 milioni indicati nella storiografia dominante.
Nel libro RUSSIA. DALLA RIVOLUZIONE ALLA CONTRORIVOLUZIONE (AC Editoriale Coop, Milano, 1998), a pag. 177 aveva scritto il defunto trozkista Ted Grant:
“(…).
Del Comitato Centrale del Partito Bolscevico del 1917, nel 1940 rimaneva soltanto un superstite, oltre Stalin”.
C’è un link archivistico (www.knowbysight.info/2_KPSS/07179.asp) dove sono contenuti tutti i nomi e i cognomi dei membri del Comitato Centrale del Partito Bolscevico eletti al 6° congresso, svoltosi clandestinamente tra il 26 Luglio e il 3 Agosto 1917.
Questo link archivistico dimostra la falsità dell’affermazione di Grant, perchè:
– Lomov, Stasova, e Ioffe sono stati eletti come Membri Candidati, di cui sono stati eletti altri cinque.
– E. Stasova è stata anche eletta come una dei cinque membri del Segretariato del Comitato Centrale.
– Otto membri del Comitato Centrale (CC) del Partito Bolscevico (VKB) del 1917 (Uritsky, Shaumian (non “Shomyan”), Sverdlov, Artem (Sergeev), Noghin, e Ioffe) erano morti nel 1938.
Stalin non aveva nulla a che fare con le loro morti.
– Lenin morì di morte naturale il 21 Gennaio 1924, mentre Dzerzhinski morì di morte naturale il 20 Luglio 1926.
– M. S. Uritsky è stato assassinato dai Socialisti Rivoluzionari di Sinistra il 30 Agosto 1918.
– Stepan (Suren) Shaumian è stato fucilato dagli inglesi il 20 Settembre 1918, come uno dei “26 Commissari di Baku “.
P. A. Dzhaparidze, uno degli altri dei Commissari di Baku, fu anche lui fucilato dagli inglesi.
– Iakov Sverdlov morì il 16 Marzo 1919 di tubercolosi.
– Artem morì il 4 Febbraio 1921 in un incidente aereo.
Stalin aveva ospitato suo figlio in casa sua.
Negli anni ’80, il figlio di Artem aveva pubblicato un libro di memorie su com’era cresciuto nella famiglia di Stalin, che è estremamente favorevole a Stalin e getta luce su alcuni eventi, come il suicidio del 21 Giugno 1932 della seconda moglie di Stalin, su cui sono circolate molte voci anti-staliniste ossia anti-comuniste (cfr. S. Artem – E. Glushik, CONVERSATIONS ABOUT STALIN, Krymskii Most-9D, Moscow, 2006).
– Nogin era morto di morte naturale il 13 Maggio 1924.
– A. A. Ioffe, un seguace di Trotsky, si suicidò il 17 Novembre 1927.
– I tre che hanno più vissuto a lungo dopo il 1938 furono:
1) A. M. Kollontaj, morta di morte naturale il 9 Marzo 1952.
2) M. K. Muranov, morto di morte naturale il 9 Dicembre 1959.
3) E. D. Stasova, morta di morte naturale il 31 Dicembre 1966.
I recenti studi accademici-archivistici smontano in maniera strettamente documentaria l’accusa anti-comunista secondo cui durante le Grandi Purghe nell’Armata Rossa restarono vivi solo cinque Ufficiali.
Questi studi archivistici dimostrano:
– Che il numero di persone a capo dell’Armata Rossa (gli Ufficiali e i Commissari Politici), sono stati 144.300 nell’anno 1937, raggiungendo la cifra di 282.300 nell’anno 1939.
– Che durante le Grandi Purghe del biennio 1937-1938, 34.300 (numero totale) di Ufficiali e Commissari Politici erano stati espulsi per motivi politici e nel mese di Maggio del 1940, 11.596 sono stati riabilitati e restituiti ai loro posti.
– Che durante le Grandi Purghe del 1937-1938, 22.705 Ufficiali e Commissari Politici sono stati arrestati (13.000 Ufficiali, 4.700 Ufficiali della Armata Rossa e 5000 Commissari Politici): ossia il 7,7 % di tutti gli Ufficiali e Commissari Politici, non il 50 % come sostenuto nell’attuale storiografia dominante e di questi 7,7 % , alcuni sono stati condannati come traditori, ma la stragrande maggioranza (il 65 %), come mostrato negli studi sull’argomento, sono tornati alla vita civile svolgendo anche un ruolo di primo piano nella epica battaglia di Stalingrado.
– Che la purga investì l’esercito, ma non nella misura indicata nell’attuale storiografia dominante: dei 144.300 Ufficiali e Commissari dell’Armata Rossa, 34.300 furono espulsi per ragioni politiche: di questi 11.586 il 20 Maggio 1940 furono reintegrati nel posto e nel grado.
– Che i repressi della purga nell’esercito furono pertanto 22.705, cioè il 7,7 % del totale.
– Che durante le Grandi Purghe nell’Armata Rossa il numero di quadri epurati decresce in maniera verticale man mano che si discendono i gradi gerarchici (ridotti a 50), ossia man mano che si procede dal grado di Generale (ridotti a 30) a quello di Capitano (elevati a 200), per annullarsi al livello dei Tenenti (elevati a 350).
– Che la Grande Purga nell’Armata Rossa consente di far venire avanti tutta la nuova leva di 3000 Ufficiali, formatisi a partire dal 5 Maggio 1922 e provenienti dalle fila operaie e contadine.
– Che l’origine e l’appartenenza di classe erano requisiti indispensabili per accedere all’Accademia Militare e ricoprire i gradi nell’Armata Rossa nell’epoca socialista di Stalin.
– Un’altra mostruosa frottola su Stalin è che lui avrebbe fatto arrestare e fucilare oltre 40.000 militari esperti, il cui il risultato fu che l’Armata Rossa rimase senza il Comando di Combattimento, e perciò gli hitleriani recarono così grande danno all’Armata Rossa …
Quando si è cominciato a studiare per verificare questo fatto, risultò che questi militari furono messi in congedo.
E’ vero che prima dell’inizio della guerra quasi 40.000 dei Comandanti sono stati congedati per svariati motivi.
Ma congedare non significa fucilare.
Recenti studi accademici-archivistici dimostrano che è falsa l’accusa a Stalin (ripetuta da vari storici anticomunisti anche di estrazione trockysta) secondo cui “nelle Grandi Purghe vennero eliminati fisicamente tutti i membri del Comitato Esecutivo Internazionale Comunista (CEIC) del KOMINTERN”.
Questi studi archivistici dimostrano invece che su 394 membri da cui era costituito il CEIC del KOMINTERN nel Gennaio 1936, nell’Aprile 1938 c’è ne erano 290: solo una minima parte (il 14 % ) non c’era più a causa del fatto che erano stati imprigionati nei GULAG per la loro attività contro-rivoluzionaria (tra questa minima percentuale (in buona parte amnistiata nel 1941) ci furono cospiratori di paesi diversi: tedeschi, austriaci, yugoslavi, italiani, bulgari, finlandesi, baltici, persino inglesi e francesi).
Sull’ “Operazione Polonia” ci sono un sacco di fonti primarie (in tutto 9.000).
Ezhov ha davvero ucciso un gran numero di persone di origine polacca (in tutto 6000), o le persone i cui nomi “sembravano” polacchi (in tutto 2000).
Il numero dei prigionieri sovietici finiti nei campi nazisti polacchi (durante la Seconda Guerra Mondiale) furono 165.550.
Di questi ne tornarono in patria 75.699.
Degli altri 89.851, qualcuno evase (furono 2000 gli evasi), altri passarono ai polacchi (furono 3000) ma la stragrande maggioranza morì (il 70 %) : morì di fame, di malattie, di freddo, di maltrattamenti e di esecuzioni arbitrarie.
In Bielorussia, in Volinia e nell’Ucraina Occidentale, sotto il controllo polacco, si attuò una politica imperialista di “polonizzazione” con arresti arbitrari e uccisioni di comunisti, sindacalisti, contadini e cittadini ucraini, bielorussi ed ebrei.
A questi polacchi, implicati in crimini, le autorità sovietiche presentarono il conto.
Non vennero fucilati tutti: fu esaminato ogni singolo caso e solo coloro che risultarono colpevoli dei reati più gravi furono fucilati.
Gli altri furono internati in campi correzionali di lavoro.
A questo riguardo, ad esempio L. M. Kaganovich ebbe a dichiarare che, nella Primavera del 1940, il governo sovietico aveva dovuto prendere una decisione difficile: la fucilazione di 3.196 cittadini polacchi che si erano macchiati di crimini.
Questi crimini non riguardavano solo i casi che ho elencato sopra ma si estendevano anche al periodo seguente all’occupazione sovietica di quelle terre.
L. M. Kaganovich disse letteralmente: ”(…) gli stupratori, i banditi e gli assassini”.
Solo in alcuni casi vennero punite le famiglie dei prigionieri (in tutto le famiglie deportate furono 3.000): a seconda del loro grado di coinvolgimento.
Furono trasferiti all’interno dell’URSS (nella parte Nord) e questo fu la salvezza di molti polacchi, infatti la maggior parte di coloro (che furono in tutto 9000) che rimasero in Bielorussia, Volinia e Ucraina furono uccisi dai nazisti e dai collaborazionisti ucraini dell’UPA di Stepan Bandera.
Questi furono i soli polacchi a essere fucilati nella Primavera del 1940 dalle autorità sovietiche.
La Germania e l’Unione Sovietica firmarono il PATTO il 23 Agosto 1939, e gran parte del territorio etnicamente polacco finì sotto il controllo della Germania, mentre le aree annesse dall’URSS contenevano popoli diversi etnicamente, con un territorio suddiviso in diverse aree, alcune delle quali avevano una maggioranza non-polacca (come gli ucraini al Sud (gli ucraini erano la maggioranza della popolazione nel Voivodato di Stanislawòw, Ternopil’ e Leopoli, che costituivano la Galizia Orientale; se si considera anche il territorio del Voivodato di Volinia (70 % ucraino), la presenza ucraina nell’area diventa una maggioranza schiacciante) ).
Le parti orientali della Polonia furono divise in tre zone da Nord a Sud.
Nel Sud risiedeva una maggioranza ucraina, tranne in alcune aree dove il numero dei polacchi li eguagliava.
Nella parte centrale, in Polesia e Volinia, vi era una minoranza polacca che si confrontava con una classe contadina prevalentemente ortodossa.
Nella parte settentrionale, nei Voivodati di Bialystok, Vilnius e Nowogródek, i polacchi erano la maggioranza.
Gli ebrei costituivano la principale minoranza nelle aree urbane, e molti di essi si sentivano alienati nella Polonia interbellica nazionalista.
Questo gruppo etnico sperò pertanto nell’arrivo dei sovietici.
I polacchi comprendevano il maggiore gruppo etnico nei territori annessi dai sovietici (nella popolazione dei territori orientali, circa il 38 % erano polacchi, il 37 % ucraini, il 14,5 % bielorussi, l’8,4 % ebrei, lo 0,9 % russi e lo 0,6 % tedeschi).
Tra gli stessi storici polacchi si dibatte non solo delle dimensioni della tragedia che si è consumata negli anni Quaranta in Volinia e nell’ex Galizia Orientale, ma anche in base agli stessi accordi fino al 3 Ottobre 1946 dove vennero evacuati, in senso contrario, dalla Polonia verso la RSS Ucraina, 500 mila ucraini, 200 dei quali trascorsero la loro vita in Siberia lavorando come falegnami (e dove nello stesso periodo vennero imprigionati anche 3000 reazionari polacchi tra cui 1000 noti criminali di guerra anti-semiti).
Le persone realmente giustiziate in Polonia (negli anni della Ezovscina) si attestano a 10 mila persone.
E’ per certo (siccome si hanno a disposizione i DOSSIER di ciascun giustiziato in questione) che la maggior parte di queste persone erano innocenti, dal momento che il Responsabile dell’NKVD ha fatto delle confessioni in merito.
Dopo che Ezhov ha dato le dimissioni nel Novembre 1938 sono cominciate le indagini, e presto si è scoperto il fatto che Ezhov e i suoi uomini avevano fatto uccidere un gran numero di persone polacche, allo scopo di fomentare una rivolta contro il governo sovietico.
Sotto Beria, nel 1939-1941, moltissime persone polacche (allo stato attuale della documentazione se ne contano 2 milioni) sono state liberate dai campi (GULAG) situati a Danzica, molte accuse sono state riviste, e sono saltate fuori molte prove di uomini dell’NKVD che si sono resi responsabili di questi efferati crimini.
Nel 1938 ci fu il drammatico scioglimento del Partito Comunista di Polonia, e dopo la sua eliminazione fisica di un terzo dei membri del CC del Partito Comunista di Polonia (recenti studi archivistici polacchi parlano di 600 membri giustiziati) che erano esuli in URSS e che furono giustiziati durante le tremende purghe di Ezov: alla luce dell’attuale documentazione archivistica russa e dell’ex KOMINTERN, anche questo tragico fatto è da considerare parte della vasta trama cospirativa antisovietica (alias anticomunista).
Negli anni della Seconda Guerra Mondiale, il governo bolscevico dell’URSS ha evacuato una parte di tartari, e di calmucchi, ma le persone di buon senso hanno difeso giustamente la politica dei bolscevichi di quegli anni.
Adesso si discute sull’argomento umanitario, tacendo che l’intero battaglione dei nazionalisti ceceni erano passati dalla parte degli hitleriani.
Nelle fosse comuni del Parco “Astrahan” vi è seppellito più di 2000 reclute mandati sin dalla scuola in aiuto all’assediamento di Stalingrado, ma uccisi dai traditori calmucchi.
Soltanto in un accampamento di tartari a Balaklava sono stati dilaniati 500 marinai.
Hanno bruciato vivi dei patrioti nei forni dei Sovhoz della Crimea di nome “Krasnji”.
Secondo i dati degli archivi, con i tartari della Crimea sono stati annientati 8.6000 pacifici abitanti, 84.000 funzionari di partito, 57.000 militari.
I nazionalisti della Lituania hanno fatto morire 700.000 patrioti, quelli della Lettonia 340.000 attivisti sovietici, e dell’Estonia 125.000.
I banderovzy ucraini (banditi nazionalisti che durante la Seconda Guerra Mondiale operavano nella regione di Zakarpatskaja (Ucraina) ) e gli ounovzy (gli ounovzy erano membri della OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) e il loro capo era Stepan Bandera) nel Settembre 1941 a Babe Jar hanno eliminato 200.000 ebrei.
Dal 1944 al 1953 hanno compiuto 5099 atti terroristici e di sabotaggio con omicidi e incendi.
I tartari di Crimea vennero deportati in massa.
Molti documenti attinenti la loro deportazione, da archivi ex sovietici un tempo segretati, vennero pubblicati in Russia da ricercatori anticomunisti, i cui commenti sono parecchio tendenziosi.
I documenti stessi, nondimeno, sono molto interessanti ! : nel 1939 c’erano 218.000 tartari di Crimea.
Questo starebbe a significare circa 22.000 uomini in età da Servizio Militare, il 10 % della popolazione.
Nel 1941, da dati statistici contemporanei si evince che 20.000 soldati tartari della Crimea disertarono dall’Armata Rossa.
A partire dal 1944, 20.000 soldati tartari di Crimea si unirono alle forze naziste e combatterono contro l’Armata Rossa: così l’accusa di una massiccia collaborazione viene confermata.
Il governo sovietico decise di deportare tutta la nazionalità in Asia Centrale, cosa che fu fatta nel 1944.
Fu concessa loro della terra e qualche anno di esenzione dalla tassazione.
La nazione tartara rimase intatta e crebbe di grandezza a partire dai tardi anni 50.
I tartari di Crimea, che nella Seconda Guerra Mondiale si misero dalla parte dei nazisti, furono salvati dalla magnanimità di Stalin, che li trasferì dalla Crimea per sottrarli alla furia dei soldati sovietici rientrati dalla guerra.
Il governo bolscevico dell’URSS trasferì i tartari in nuove residenze dando loro tutto il necessario per una vita dignitosa.
Il 40 % dei tartari di Crimea venne reclutato dai nazisti.
Non tutti i tartari si unirono alle forze naziste.
Il 40 % degli uomini in Cecenia e Inguscezia vennero chiamati nel 1942 per essere reclutati dai nazisti.
Nel Febbraio del 1943 i nazionalisti filo-nazisti ceceni hanno promosso una grande rivolta a favore della Germania nazista.
Il numeri dei tartari di Crimea deportati (che fu di 15.1720) che morirono durante la deportazione fu di 191: ossia il 0,13 % .
I treni che l’NKVD organizzò per le deportazioni contennero 493.269 persone cecene, ingusce e di altre nazionalità.
50 persone morirono durante il viaggio e 1.272 riuscirono a fuggire: il totale fu dello 0,26 % delle perdite e ciò è accaduto in Inverno durante i feroci rastrellamenti nazisti: un tasso di perdita molto più basso di quello dei civili sovietici uccisi nelle zone occupate.
Nel caso della Cecenia, della Inguscezia e dei tartari della Crimea, la collaborazione con i nazisti è stata massiccia, e ha coinvolto gran parte della popolazione (una buona parte: il 60 % ).
Altri recenti studi archivistici (dopo 20 anni di ricerche d’archivio sull’argomento) dimostrano invece che la consegna da parte degli organi della giustizia rivoluzionaria del paese dei Soviet alla Ghestapo di quei 350 tedeschi esuli in URSS era la consegna di soggetti, nessuno escluso, che erano ex membri del KPD che cospirarono (dal 1932) con l’Opposizione Unificata di Destra e di Sinistra assieme ai nazisti (in questa trama cospirativa contro-rivoluzionaria furono coinvolti anche quadri del Partito Comunista di Palestina (PCP), molti dei quali erano emigrati in Polonia).
Cittadini tedeschi che sono stati arrestati per reati gravi sono stati consegnati alla Germania invece di essere imprigionati in URSS.
Non c’era una sorta di trattato per uno scambio reciproco di prigionieri.
Il governo bolscevico dell’URSS con questa manovra militare ottenne il rllascio di 400 comunisti del KPD imprigionati a Dachau.
Bucharin, che si prostra ai piedi del Partito Bolscevico (VKB) dicendo di aver confessato tutti i suoi crimini, non svela però che il Ministro degli Interni dell’epoca, Ezhov (che ricoprì questa carica dal 1937 al 1939), faceva parte della congiura trotskista.
Lo storico Grover Furr (dell’Università di Montclair nel New Jersey che, rovistando negli archivi statali di Mosca che sono stati via via desecretati, ha trovato e tradotto in inglese (dal russo) una serie di documenti di straordinaria importanza e finora sconosciuti, che smentiscono tutte (sottolineo tutte) le infamanti accuse che Krusciov ha rivolto a Stalin nel famigerato RAPPORTO “SEGRETO” passato alla CIA prima ancora che ai partiti “fratelli”) ha tradotto gli interrogatori di Ezhov che portarono alla sua condanna a morte.
Si trovano nel sito : http://msuweb.montclair.edu/~f…/research/ezhov042639eng.html.
Nel commentare l’operato di Ezhov, lo storico statunitense Grover Furr conclude che in effetti le cosiddette “Grandi Purghe” non furono opera di Stalin ma di Bucharin, il quale anche sul punto di morire si rifiutò di rivelare la vera identità politica di Ezhov il quale poté quindi compiere, prima di essere scoperto, la sua scellerata opera di assassino, dall’alto della carica pubblica che ricopriva.
Ezov svolgeva una personale attività cospirativa contro il governo sovietico e la leadership del partito.
Ezhov era stato reclutato dai servizi segreti tedeschi.
Come il gruppo della “destra” e i trotzkisti, Ezhov ed i suoi uomini migliori dell’NKVD facevano affidamento su un’invasione dalla Germania, dal Giappone, o da un altro grande paese capitalista.
Hanno torturato molte persone innocenti per spingerli a confessare crimini passibili di pena capitale in modo da fucilarli.
Sottoposero a esecuzioni sommarie un gran numero di persone utilizzando prove falsificate o addirittura senza alcuna prova.
Ezhov sperava che queste esecuzioni di massa di persone innocenti avrebbe fatto schierare gran parte della popolazione sovietica contro il governo.
Questo avrebbe creato le basi per lo scoppio di ribellioni interne contro il governo sovietico nel caso di attacco da parte della Germania o del Giappone.
Ezhov mentì a Stalin, al partito e ai capi del governo.
Le esecuzioni di massa veramente orribili del 1937- 1938 di 680.000 persone, sono state in gran parte ingiustificate esecuzioni di innocenti effettuate deliberatamente da Ezhov e dai suoi uomini migliori per seminare il malcontento tra la popolazione sovietica.
Anche se Ezhov fece fucilare un numero molto elevato di persone innocenti, è chiaro che, dalle prove ora disponibili, vi erano anche vere e proprie cospirazioni.
Il governo russo continua a conservare ogni cosa ma purtroppo alcuni documenti utili per questa investigazione rimangono top -secret.
Non si può sapere con certezza esattamente le dimensioni delle cospirazioni reali senza tali prove.
Pertanto, non si sa quante di queste 680.000 persone erano cospiratori reali e quanti sono state vittime innocenti.
Come è stato documentato Stalin e la direzione del partito cominciarono a sospettare già dall’Ottobre 1937 che la maggior parte della repressione fosse effettuata in modo illegale.
All’inizio nel 1938, quando Pavel Postiscev fu aspramente criticato, poi rimosso dal Comitato Centrale, poi espulso dal partito, processato e giustiziato per l’ingiustificata repressione di massa, questi sospetti crebbero.
Quando Lavrentii Berja venne nominato come il Vice di Ezhov, quest’ultimo e i suoi uomini compresero che Stalin e la direzione del partito non si fidavano più di loro.
Fecero un ultimo complotto per assassinare Stalin il 7 Novembre 1938, in occasione della celebrazione del 21° anniversario della rivoluzione bolscevica.
Ma gli uomini di Ezhov furono arrestati in tempo.
Ezhov venne convinto a dimettersi.
Un’intensa attività investigativa venne avviata e un enorme numero di abusi del NKVD vennero scoperti.
Un gran numero di casi di coloro che furono giudicati o puniti a causa di Ezhov vennero rivisti.
Alcune delle prove più evidenti e impressionanti pubblicate a partire dal 2005, sono le confessioni di Ezhov e di Mikhail Frinovsky, il secondo in comando di Ezhov.
Si ha anche un gran numero di confessioni e gli interrogatori, per lo più parziali, di Ezhov, in cui fa molte altre confessioni: questi sono stati pubblicati nel 2007 in un semi-ufficiale account da Aleksei Pavliukov.
Ora a 80 anni di distanza si può affermare che, senza i Processi di Mosca che la propaganda anticomunista si ostina a dire inventati da Stalin per consolidare il suo potere, l’URSS attaccata dalla Germania nazista avrebbe dovuto affrontare un tradimento interno dalle conseguenze disastrose.
La repressione, tuttavia, non si limitò a colpire gli esponenti di vertice ma colpì anche la base del complotto per cui gli arresti, i processi, le condanne ai lavori forzati e di morte coinvolsero, secondo le stime di storici veri e non buffoni anticomunisti, da 450.000 a 680.000 persone nell’annata 1937-1938 quando alla direzione del NKVD fu posto Ezhov.
Infatti, Ezhov sperava che queste esecuzioni di massa di persone innocenti avrebbero fatto schierare gran parte della popolazione sovietica contro il governo.
Con l’avvento di Berja al Ministero degli Interni oltre 100.000 persone vennero rilasciate dal carcere e dai campi.
Molti uomini della NKVD vennero arrestati e confessarono di aver torturato, processato e giustiziato persone innocenti.
Molti altri membri della NKVD furono condannati al carcere o licenziati.
Sotto Berja il numero delle esecuzioni nel 1938 e il 1940 scese a meno dell’1 % del numero raggiunto sotto il comando di Ezhov nel 1937 e 1938.
E molti di quelli giustiziati erano uomini della NKVD, tra cui Ezhov stesso, colpevoli di una massiccia repressione ingiustificata e di aver sottoposto ad esecuzione persone innocenti.
E’ evidente che quello che fu definito dagli “storici” anticomunisti il “terrore staliniano” non fu opera di Stalin e non coinvolse decine di milioni di persone come viene affermato.
In malafede, questi scribacchini uniscono 2 fenomeni storici, la repressione del complotto e il tentativo di riordino e verifica degli iscritti al Partito Comunista (proverka: in russo significa verifica e non purga), che si svolse negli stessi anni che, come storici veri e non propagandisti anticomunisti hanno appurato esaminando gli archivi di Smolensk, portò all’espulsione di una ridicola percentuale di membri.
Un aspetto schifoso della questione è che Nikolai Bukharin, leader del gruppo di destra, era al corrente dell’ “Ezhovshchina” (la repressione condotta da Ezhov detta in lingua russa) e la lodò in una lettera che scrisse dal carcere a Stalin.
Bukharin sapeva che Ezhov era membro della cospirazione della Destra.
Senza dubbio è per questo che accolse con favore la nomina di Ezhov a capo della NKVD (orientamento registrato dalla vedova di Bucharin, Anna Larina, nelle sue memorie).
Nella sua prima confessione, nella sua ormai famosa lettera a Stalin del 10 Dicembre 1937 e al suo processo nel Marzo 1938, Bucharin sostenne che era completamente “disarmato” e di aver detto tutto quello che sapeva.
In realtà Bukharin sapeva che Ezhov era un membro di spicco del complotto della Destra, ma non disse nulla.
Secondo Mikhail Frinovsky, braccio destro di Ezhov, probabilmente Ezhov gli promise di adoperarsi affinché non fosse eseguita la sentenza di morte, se avesse taciuto della partecipazione di Ezhov.
Se Bucharin avesse detto la verità, se avesse rivelato, infatti, le informazioni su Ezhov, gli omicidi di massa ad opera di quest’ultimo avrebbero potuto essere fermati all’inizio.
Si sarebbero potute salvare le vite di centinaia di migliaia di persone innocenti.
Ma Bucharin rimase fedele ai suoi compagni cospiratori.
Andò all’esecuzione, esecuzione che, giurò, meritava “dieci volte”, senza rivelare la partecipazione di Ezhov alla cospirazione.
Questo punto non potrà mai essere sottolineato troppo: il sangue delle centinaia di migliaia di persone innocenti massacrati da Ezhov e dai suoi uomini durante il 1937-1938, ricade su Bucharin e non su Stalin.