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Lettera di Stalin al compagno Ivanov-Lettera di Ivanov al compagno Stalin

Lettera di Stalin al compagno Ivanov
Lettera di Ivanov al compagno Stalin
AL COMPAGNO STALIN da porte di Ivanov, propagandista
titolare del Comitato di Settore della Gioventù comunista leninista dell’URSS
a Manturov (regione di Kursk).
Caro compagno Stalin,
Vi prego caldamente di chiarirmi la questione seguente: qui da noi, sul posto, come anche nel Comitato regionale della Gioventù Comunista, esistono due maniere di concepire la vittoria definitiva del socialismo nel nostro paese, si confonde cioè, il primo gruppo di contraddizioni con il secondo. Nelle vostre opere sui destini del socialismo nell’Unione
Sovietica si parla di due gruppi di contraddizioni: quelle interne e quelle esterne.
Quanto al primo gruppo di contraddizioni, è chiaro che le abbiamo risolte: il socialismo nell’interno del paese ha trionfato.
Vorrei avere una risposta circa il secondo gruppo di contraddizioni, e cioè quelle esistenti tra il paese del socialismo e i paesi capitalistici. Voi indicate che la vittoria definitiva del socialismo significa la soluzione delle contraddizioni esterne, la completa garanzia contro 1’intervento e, di conseguenza, contro l’instaurazione del capitalismo. Ma questo gruppo di contraddizioni può essere risolto solo mediante gli sforzi degli operai di tutti i paesi.
E anche il compagno Lenin ci insegnava che “si può vincere definitivamente solo su scala
mondiale, solo mediante gli sforzi uniti degli operai di tutti i paesi” .
Al corso per i propagandisti titolari presso il Comitato regionale della Gioventù Comunista leninista dell’U.R.S.S. io ho detto, basandomi sulle vostre opere, che la vittoria del socialismo può essere definitiva solo su scala mondiale; ma i militanti del Comitato regionale, Urogenko (primo segretario del Comitato regionale della Gioventù Comunista) e Kazelkcov (istruttore alla propaganda)
qualificano il mio intervento di uscita trotzkista.
Ho dato loro lettura di citazioni di vostre opere su questa questione ma Urogenko mi ha detto di chiudere il mio volume, affermando che “il compagno Stalin lo diceva nel 1926, mentre ora siamo
già nel 1938; allora non avevamo ancora la vittoria definitiva, mentre ora l’abbiamo, e non si tratta punto ora per noi di pensare all’intervento e alla restaurazione”. Inoltre egli dice: “Noi abbiamo ora la vittoria definitiva del socialismo e abbiamo la piena garanzia contro l’intervento e contro la restaurazione del capitalismo”. Così mi hanno considerato complice del trotzkismo, mi hanno tolto dal lavoro di propaganda, e hanno posto la questione di sapere se posso restare nella Gioventù Comunista.
Vi prego, compagno Stalin, di spiegarmi se abbiamo la vittoria definitiva del socialismo o se non l’abbiamo ancora. Forse non ho trovato finora la documentazione complementare d’attualità su questa questione, in rapporto con i recenti cambiamenti?
Io considero anche come antibolscevica la dichiarazione di Urogenko, che pretende che le opere di Stalin su questa questione sono un po’ invecchiate. E i militanti del Comitato regionale hanno poi avuto ragione di considerarmi un Trotzkista? Ciò mi mortifica molto e mi offende.
Vi prego, compagno Stalin, di volermi rispondere al seguente indirizzo: Ivan Filippovic Ivanov, Soviet del villaggio Pervi Zassiem, distretto di Manturov, regione di Kursk.
18-1-38 Firmato: U. lvanov.

Lettera di Stalin al compagno Ivanov
Al compagno Ivan Filippovic Ivanov,
Voi avete naturalmente ragione, compagno Ivanov, e sono i vostri avversari ideologici, cioè i compagni Urogenko e Kazelkov, che hanno torto. Ed ecco perché. E’ fuor di dubbio che la questione della vittoria del socialismo in un solo paese, in questo caso nel
nostro, ha due diversi aspetti.
Il primo aspetto della questione della vittoria del socialismo nel nostro paese abbraccia il problemadei rapporti tra le classi all’interno del nostro paese. Questo è il campo dei rapporti interni. Può la classe operai del nostro paese sormontare le contraddizioni con i nostri contadini e stabilire con essi un’alleanza, una collaborazione? Può la classe operaia del nostro paese, in alleanza con i contadini, battere la borghesia del nostro paese, strapparle la terra, le officine, le miniere, ecc., e costruire con le sue proprie forze una nuova società senza classi, una compiuta società socialista?
Questi sono i problemi legati al primo aspetto della questione della vittoria del socialismo nel nostro paese.
Il leninismo risponde a questi problemi affermativamente. Lenin insegna che “noi abbiamo tutto ciò che è necessario per l’edificazione di una compiuta società socialista”. Noi possiamo e dobbiamo dunque, con le nostre proprie forze, vincere la nostra
borghesia e costruire la società socialista. Trotzki, Zinoviev, Kamenev e simili messeri, divenuti in seguito spie e agenti del fascismo, negavano la possibilità di edificare il socialismo nel nostro paese senza che prima la rivoluzione socialista avesse vinto negli altri paesi, nei paesi capitalistici. Questi messeri, in sostanza, volevano riportare il nostro paese indietro sulla via dello sviluppo borghese, coprendo la loro apostasia con falsi argomenti sulla “vittoria della rivoluzione” negli altri paesi. E’ proprio su questo punto che si è svolta la discussione nel nostro partito con questi signori.
L’ulteriore andamento dello sviluppo del nostro paese ha mostrato che il Partito aveva ragione, e che Trotzki e compagnia avevano torto.
Infatti, nel frattempo siamo riusciti a liquidare la nostra borghesia, a stabilire una fraterna
collaborazione con i contadini ed a costruire, nell’essenziale, la società socialista, sebbene la rivoluzione socialista non abbia vinto negli altri paesi.
Così stanno le cose per quel che riguarda il primo aspetto della questione della vittoria del
socialismo nel nostro paese.
Io penso, compagno Ivanov, che la vostra controversia coi compagni Urogenko e Kazelkov non riguardi questo aspetto della questione.
Il secondo aspetto della questione della vittoria del socialismo nel nostro paese abbraccia il
problema dei rapporti del nostro paese con gli altri paesi, con i paesi capitalistici, il  problema dei rapporti della classe operai del nostro paese con la borghesia degli altri paesi. Questo è il campo dei rapporti esterni internazionali. Può il socialismo vincere in un paese, che è circondato da potenti paesi capitalistici, considerarsi completamente garantito dal pericolo di un’invasione armata (intervento) e, di conseguenza dal tentativo di restaurazione del capitalismo del nostro paese?
Possono la nostra classe operaia e i nostri contadini con le loro forze, senza un serio aiuto della classe operaia dei paesi capitalistici, vincere la borghesia degli altri paesi, così come hanno vinto la propria borghesia? In altre parole: si può considerare la vittoria del socialismo nel nostro paese definitiva, cioè liberata del pericolo di un’aggressione militare e di tentativi di restaurazione del capitalismo, mentre la vittoria del socialismo esiste solo in un paese, mentre continua ad esistere l’accerchiamento capitalistico.
Tali sono i problemi che si ricollegano al secondo aspetto della questione della `vittoria del
socialismo nel nostro paese. Il leninismo risponde a questi problemi negativamente. Il leninismo  insegna che e la vittoria definitiva del socialismo nel senso di una piena garanzia contro la restaurazione dei rapporti borghesi è possibile solo su scala internazionale (vedi la nota risoluzione della 14.a conferenza del Partito Comunista dell’U.R.S.S.). Ciò significa che il serio aiuto del proletariato internazionale è quella forza senza la quale non può essere risolto il problema della vittoria definitiva del socialismo in un solo paese. Ciò non significa, naturalmente, che noialtri dobbiamo starcene con le braccia incrociate ad aspettare un aiuto dal di fuori. Al contrario, l’aiuto del proletariato internazionale deve essere congiunto col nostro lavoro per il rafforzamento
dell’Esercito Rosso e della Flotta Rossa per la mobilitazione di tutto il paese per la lotta contro l’aggressione militare ai tentativi di restaurazione dei rapporti borghesi.
Ecco quel che, a questo proposito, scrive Lenin: “Noi viviamo non solo in uno Stato, ma in un sistema di Stati, e l’esistenza della Repubblica
Sovietica accanto agli Stati imperialisti per un periodo di tempo non è concepibile. Alla fine, o l’unoo l’altro deve vincere. E nell’attesa che giunga questa fine una serie di scontri terribili tra la Repubblica Sovietica e gli Stati borghesi è inevitabile. Ciò significa che la classe dominante, il proletariato se vuole dominare e dominerà, deve dimostrarlo anche con la sua organizzazione militare” (Vol 24 pagina 122 ediz. russa).
E più in là: “Noi siamo circondati da uomini, da classi, da governi che esprimono apertamente il loro odiocontro di noi. Noi dobbiamo ricordare che siamo sempre a un capello da un’invasione”. (Vol. 27,pag. 117).Ciò è detto con acutezza e con forza, ma onestamente e schiettamente, senza fronzoli, come sapeva parlare Lenin.
Sulla base di queste premesse, nelle questioni di leninismo di Stalin è detto:“La vittoria definitiva del socialismo è la piena garanzia contro i tentativi di intervento, e, quindi di
restaurazione, poiché un tentativo un po’ serio di restaurazione può aver luogo solo con il serio appoggio dal di fuori, solo con l’appoggio del capitale internazionale. Perciò il sostegno della nostra rivoluzione da parte di tutti gli operai dei paesi, e tanto più la vittoria di questi operai, se non altro in alcuni paesi, è la condizione necessaria per la piena garanzia del primo passo vittorioso contro i tentativi di intervento e di restaurazione, la condizione necessaria per la vittoria definitiva del socialismo” (Questioni di leninismo, 1937, pag. 134). Infatti sarebbe ridicolo e sciocco chiudere gli occhi sul fatto dell’accerchiamento capitalistico e pensare che i nostri nemici esterni, ad esempio i fascisti, non tenteranno all’occasione, di compiere un’aggressione armata contro l’U.R.S.S. Possono pensare così solamente dei ciechi fanfaroni e i nemici nascosti, che vogliono addormentare il popolo. Non sarebbe meno ridicolo negare che nel caso di minimo successo dell’intervento militare, gli interventisti tenderebbero, nelle zone da essi
occupate, di distruggere il regime sovietico e di restaurare il regime borghese. Denikin e Kolciak non hanno forse restaurato il regime borghese nelle zone da essi occupate? In che cosa i fascisti sono migliori di Denikin e Kolciak? Negare il pericolo di un intervento militare e di tentativi di restaurazione mentre esiste l’accerchiamento capitalistico, possono farlo solo i confusionari e i nemici nascosti che vogliono nascondere con delle fanfaronate la propria ostilità o che cercano di smobilitare il popolo. Ma è possibile considerare la vittoria del socialismo in un solo paese definitiva se questo paese ha intorno a sé un accerchiamento capitalistico, e se esso non è garantito pienamente contro la minaccia di un intervento e di restaurazione? E’ chiaro che non è possibile.
Così stanno le cose per quel che riguarda la questione della vittoria del socialismo in un solo paese. Ne deriva che questa questione contiene due problemi differenti.
a) il problema dei rapporti interni del nostro paese, cioè il problema della vittoria sulla nostra borghesia e dell’edificazione del socialismo integrale;
b) il problema dei rapporti esterni del nostro paese, cioè il problema della piena garanzia del nostro paese contro i pericoli di un intervento militare e di restaurazione.
Il primo problema è già stato da noi risolto, poiché la nostra borghesia è già liquidata e il socialismo è già edificato nell’essenziale. Questo, da noi, si chiama vittoria del socialismo o, più esattamente, vittoria dell’edificazione socialista in un solo paese. Noi potremmo dire che questa vittoria è definitiva, se il nostro paese si trovasse su un’isola, e se intorno ad esso non vi fossero numerosi altri paesi, dei paesi capitalistici. Ma poiché noi viviamo non su un’isola ma in un “sistema di stati” di cui una parte considerevole è ostile al paese del socialismo, creando così il pericolo di un intervento ed una restaurazione, noi diciamo apertamente a onestamente che la vittoria del socialismo nel nostro paese non è ancora definitiva. Ma da questo consegue che il secondo problema non è ancora risolto e che bisognerà risolverlo. Più ancora: non è possibile risolvere il secondo problema nello stesso modo in cui è stato risolto il primo problema cioè mediante i soli sforzi del nostro paese.
Il secondo problema lo si può risolvere soltanto mediante l’unione dei seri sforzi del proletariato internazionale con gli sforzi ancora più seri di tutto il nostro popolo sovietico. Bisogna rafforzare e consolidare i legami proletari internazionali della classe operaia dell’U.R.S.S. con la classe operaia dei paesi borghesi, bisogna organizzare l’aiuto politico della classe operaia dei paesi borghesi alla classe operaia del nostro paese per il caso di un’aggressione militare, contro il nostro paese, così come bisogna organizzare ogni sorta di aiuto della classe operaia del nostro paese alla classe operaia dei paesi borghesi; bisogna rafforzare e consolidare con tutti i mezzi il nostro Esercito Rosso, la nostra Flotta Rossa, la nostra Aviazione Rossa, la nostra Società d’incoraggiamento alla difesa aero-chimica. Bisogna tenere tutto il nostro popolo in uno stato di mobilitazione perché sia pronto a fare fronte al pericolo di un’aggressione militare, perché “nessun caso” e nessuna manovra
dei nostri nemici esterni ci possa cogliere alla sprovvista…
Dalla Vostra lettera risulta che il compagno Urogenko ha un altro punto di vista, non del tutto leninista. Egli, infatti, afferma che “noi non abbiamo adesso la vittoria definitiva del socialismo e abbiamo la piena garanzia contro l’intervento e contro la restaurazione del capitalismo”. Non vi può essere dubbio che il compagno Urogenko ha fondamentalmente torto. Una simile affermazione del compagno Urogenko può essere spiegata solo con una incomprensione della realtà che ci circonda e con l’ignoranza dei princìpi elementari del leninismo, oppure con la sterile vanteria di un giovane burocrate infatuato della sua persona. Se veramente “abbiamo la piena garanzia contro la restaurazione del capitalismo” abbiamo noi bisogno di un potente Esercito Rosso, d’una Aviazione
Rossa, d’una potente Società d’incoraggiamento della difesa aereo-chimica, del rafforzamento e del consolidamento dei legami proletari internazionali? Non sarebbe meglio adoperare i miliardi che spendiamo per rafforzare l’Esercito Rosso, per altri scopi e ridurre al minimo l’Esercito Rosso o anche scioglierlo del tutto? Persone come il compagno Urogenko anche se soggettivamente sono devote alla nostra causa, oggettivamente sono pericolose per la nostra causa, poiché con la loro vanteria, volontariamente o involontariamente,(è lo stesso) addormentano il nostro popolo, smobilitano gli operai e i contadini e aiutano i nemici a coglierci alla sprovvista nel caso di complicazioni internazionali.
Per quel che riguarda il fatto, compagno Ivanov, che a quanto pare “vi hanno tolto dal lavoro di propaganda e hanno posto la questione di sapere se potete restare nella Gioventù Comunista” non dovete preoccuparvi. Se gli uomini del Comitato regionale della Gioventù Comunista vogliono veramente assomigliare al sottufficiale Priscibeiev, il noto personaggio di Cechov, si può essere certi che ci perderanno. Nel nostro paese i Priscibeiev non piacciono. Adesso potete giudicare se è invecchiato il noto passo del libro “Questioni di leninismo”, a proposito della vittoria del socialismo in un solo paese. Vorrei molto io stesso fosse invecchiato,perché al mondo non vi fossero più cose così spiacevoli come l’accerchiamento capitalistico, il pericolo di una aggressione armata, il pericolo della restaurazione del capitalismo, e così via. Ma purtroppo, queste cose spiacevoli seguitano a esistere.
12-2-l938 STALIN

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Annie Lacroix-Riz :Perché il fascismo? *

http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custgi22-018324.htm

Perché il fascismo?

Annie Lacroix-Riz * | initiative-communiste.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/08/2016

Prima parte

Note contemporanee sull’aspetto non ideologico del fascismo: crisi di sovrapproduzione e guerra ai salari

In un’epoca in cui la “sinistra di governo” pretende di contrastare la spinta dell’estrema destra e grida al lupo mentre maltratta e insulta i salariati, è utile riflettere su quello che è successo in Germania durante la crisi del 1930 e in particolare sulle conseguenze della politica nota come “il male minore”.
Il testo seguente, completato da due documenti d’archivio inediti, è un contributo a questa riflessione.

Il fascismo è spesso presentato come una “contro-rivoluzione preventiva” delle classi dirigenti per impedire il rinnovarsi dei disordini politici e sociali che seguirono la prima guerra mondiale (caso tedesco, novembre 1918-gennaio 1919 e italiano 1919-1920). [1]

Esso fu soprattutto una risposta feroce alla crisi di sovrapproduzione che minacciava di far crollare i profitti. Mi limito qui all’esempio del fascismo tedesco, succeduto a quello italiano (ottobre 1922), ma considerato più “perfetto”: l’allineamento delle classi dirigenti dell’Europa continentale su questo modello e la notevole attrazione che ha esercitato su quelle degli Stati Uniti e del Regno Unito ha avuto le stesse motivazioni socio-economiche.

L’accordo ingannevole tra capitale e lavoro del novembre 1918

Il grande padronato tedesco aveva mal digerito le concessioni pubbliche che aveva dovuto fare il 15 novembre 1918 per soffocare la “rivoluzione” che minacciava di seguire la capitolazione del Kaiser Guglielmo II, il 9 novembre. Il “contratto sociale” della Repubblica di Weimar, si basava su una falsa resa. L’ADGB (Confederazione Generale Sindacale Tedesca), maggioritaria, organicamente legata alla SPD e anche essa contro la rivoluzione sociale, aveva contemporaneamente firmato con i delegati padronali un protocollo segreto liberandoli dai loro impegni: i contratti collettivi sui salari e le condizioni di lavoro non si applicano che “in conformità con le condizioni del settore industriale interessato”; “giornata di 8 ore in tutti i settori” se “le principali nazioni industriali” vi aderiscono.

Questo accordo coperto tra Capitale e Lavoro fu l’equivalente sociale dell’alleanza politica segreta “con le forze del vecchio regime”, stretta nel mese di ottobre-novembre dalla SPD con lo Stato Maggiore del Reichswehr, portavoce nel 1918 delle classi dominanti. Completato da una caccia spietata ai rossi, nella quale si distinsero le future “eccellenze” naziste, questo patto “contro natura” lasciava poche possibilità di sopravvivenza alla “Repubblica di Weimar”. [2]

Debito privato e fallimento della Germania

Odioso patto verso quella Repubblica (per quanto buona figlia fosse) nata dalla loro sconfitta pubblica, aristocrazia e grande borghesia la svuotarono subito della sua immagine ingannevole di “sinistra” iniziale. La base sociale di “Weimar” resistette fino all’uragano del 1930 che ha devastato la Germania. Le aziende, i comuni, lo Stato si erano fortemente indebitati presso le grandi banche internazionali dopo la stabilizzazione del marco del 1923-1924 operata sotto tutela americana, per sviluppare le capacità produttive, in particolare al servizio della rivalsa militare.

Così il Reich divenne il più grande debitore internazionale, verso gli Stati Uniti e tutti i paesi del “centro” imperialista. Il capitale finanziario straniero fu dunque un protagonista principale, come negli anni 1920 verso l’enorme debitore italiano, delle drastiche misure adottate dalla Banca dei Regolamenti Internazionali durante le turbolenze dell’estate del 1931 per prorogare il debito tedesco. I dettami di questo club privato di banche centrali fondato dal Piano Young, antenato (ancora in vita) poco noto delle istituzioni americane di Bretton Woods, prefigurarono esattamente quelli adottati nell’ultima fase acuta della crisi sistemica, sotto la tutela delle grandi banche di ogni paese, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale.

Guerra ai salari e politica del “male minore” della SPD

Il crollo dei mercati e dei profitti e l’imperativo di regolare il “debito privato internazionale” esigeva di “schiantare”, oltre gli stipendi, tutti i redditi non monopolistici: questo obiettivo mobilitò le bieche classi dirigenti e i loro creditori statunitensi, inglesi, francesi, ecc. Tra le condizioni imposte nel mese di luglio 1931, per “salvare” il Reich figurava l’integrazione del NSDAP [Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori], vincitore elettorale nel settembre 1930 [si affermava secondo partito, dopo SPD, ndt] grazie al supporto di lunga data (in particolare dal 1923 e l’occupazione della Ruhr) degli industriali in particolare dell’industria pesante, seguiti dal resto del padronato: questa formula inclusiva della destra permetteva, con i suoi metodi di terrore (e seduzione), di spezzare i salari delle vittime senza temere una reazione.

Prima che la NSDAP assumesse il governo nel febbraio del 1933, a fianco della destra “classica”, la missione era stata affidata a organizzazioni operaie “consensuali”. Esse facevano appello ai loro membri di partecipare ai sacrifici presentati come indispensabili per l’interesse nazionale, riducendo i loro salari: il leader di ultra-destra (SPD) del sindacato del legname e dirigente nazionale dell’ADGB, il deputato dell’SPD (1928) Fritz Tarnow nel 1931 sostenne “un matrimonio di convenienza con i padroni” (“non saremo i medici al capezzale del capitalismo?”). La SPD ha sostenne il suo Cancelliere Hermann Müller, che investito dopo il successo elettorale della sinistra, governò con la destra “classica” e tentò una prima “riforma” (di riduzione) delle indennità di disoccupazione (giugno 1928-marzo 1930).

La SPD inoltre sostenne il successore di Müller, Brüning (maggio 1930-maggio 1932) e la rielezione di Hindenburg alla presidenza del Reich (aprile 1932), rimanendo disarmata davanti al colpo di stato della destra alleata con i nazisti (Goering) in Prussia (luglio 1932), dicendo di contare sulle elezioni generali successive (novembre 1932). Tutto in nome del “male minore” contro Hitler mentre la destra, Bruening e Hindenburg in testa, preparavano apertamente l’ascesa del NSDAP. I fautori del “fronte repubblicano” del 21° secolo dovrebbe riflettere sui risultati politici del 1930.

Sinistra tedesca e nazismo

Le chiacchiere sulla colpevolezza di “estremismo di sinistra” del KPD nasconde le responsabilità schiaccianti, percepite come tali dal 1933, della dirigenza della SPD e delle sue organizzazioni, tra cui ADGB [3]. La passività davanti ai padroni e la loro soluzione nazista, spinta fino all’offerta di servizi, servirà da passaporto per la carriera “occidentale” nel dopoguerra, come nel caso di Tarnow: accondiscendente nel 1933 ma respinto dai nazisti e costretto in esilio, rientrò dalla Svezia nel 1946 su sollecitazione statunitense che lo aveva scelto per guidare, contro il rischio di unione con i comunisti nella Bizona del 1947, in Germania Ovest nel 1949 la vecchia federazione sindacale diventata DGB (Deutscher Gewerkschaftsbund).

Non furono i disordini sociali nel 1933 a determinare l’avvento di Hitler al potere: fu il rifiuto della maggior parte delle classi danneggiate di respingere questo assalto contro il loro reddito o la loro passività di fronte a questa “strategia dello shock”, per riprendere l’espressione di Naomi Klein. Contro questa linea, fissata dalle organizzazioni maggioritarie della “sinistra di governo”, combattivi ma isolati, per lo più operai del KPD e della sua “Organizzazione sindacale rossa” (GERD), lottarono valorosamente, prima e dopo il febbraio 1933, ma invano. È urgente riflettervi di fronte a questa crisi sistemica del capitalismo, dove “il medico [di sinistra alla Tarnow] al capezzale del capitalismo” fa finta di credere alla magia degli incantesimi “antifascisti” [4].

A completamento dell’articolo, Annie Lacroix-Riz propone due testi esemplificativi inediti, da lei scoperti e trascritti. A breve verranno tradotti e pubblicati per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare.

Note

*) Annie Lacroix-Riz, professore emerito di Storia Contemporanea, Università Parigi

[1] Pierre Milza, Les fascismes, Paris, Points Seuil, 1991.

[2] Gerald Feldman, Army, Industry and Labour in Germany, 1914-1918, Princeton, 1966, chef-d’œuvre non traduit en français; Gilbert Badia, Histoire de l’Allemagne contemporaine 1933-1962, Paris, Éditions sociales, 1962, et Les spartakistes, 1918: l’Allemagne en révolution, Paris, Julliard, 1966.

[3] RG Préfecture de police, sur « Les événements d’Allemagne » 8 mai, et RG Sûreté nationale SN JC5. A. 4509, Paris, 18 mai 1933, F7 (police générale), vol. 13430, Allemagne, janvier-juin 1933, Archives nationales, second document publié ci-dessous; et Derbent, La résistance communiste allemande, Bruxelles, Aden, 2008 (et transcription en ligne).

[4] Badia, Histoire de l’Allemagne; Lacroix-Riz, Industrialisation et sociétés (1880-1970). L’Allemagne, Paris, Ellipses, 1997; comparaison fascisme français et allemand, Le Choix de la défaite : les élites françaises dans les années 1930, Paris, Armand Colin, 2010, et De Munich à Vichy, l’assassinat de la 3e République, 1938-1940, Paris, Armand Colin, 2008; sur Tarnow, Scissions syndicales, réformisme et impérialismes dominants, Montreuil, Le Temps des cerises, 2015, p. 172, 207-209 et 232. Le document de 1939 publié ci-dessous montre l’effet ravageur sur les salaires et conditions de vie populaires du triomphe patronal de 1933.

Contro il revisionismo

 

 

tratto da: http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=25490706263834_282831581821238_886720738_n

Il revisionismo è la forma moderna con cui la borghesia attacca la classe operaia dall’interno, per impadronirsi delle leve di direzione del suo movimento, per subordinare la classe operaia al potere borghese, frenare i suoi movimenti e condurli alla sconfitta. Cos’è il revisionismo? Il revisionismo è una tendenza che, dall’interno delle file operaie, è degenerata verso la borghesia ed è diventata un sistematico modo di intendere borghese deciso a lottare dall’interno delle file operaie contro la classe operaia.
Il revisionismo moderno porta oggi nelle file operaie il suo attacco, come sempre ci sono stati attacchi nelle file operaie da parte della borghesia. Dai tempi della I Internazionale, via via nella storia delle organizzazioni operaie le degenerazioni opportuniste, riformiste, revisioniste, sono state operazioni di tradimento della classe operaia. Ma il revisionismo moderno è un nemico diverso dal riformismo e dal semplice opportunismo; il revisionismo moderno ha corroso con sistematicità, dall’interno, il Partito comunista e la dittatura del proletariato in URSS e i revisionisti sono stati pronti a realizzare il loro colpo di mano dopo la morte del compagno Stalin instaurando la dittatura della borghesia, marciando verso la ricostruzione del capitalismo in Russia. I revisionisti hanno fatto quest’operazione proclamando di riferirsi a Lenin, a Marx, definendosi marxisti-leninisti, continuando a chiamare il partito: Partito comunista.
Il revisionismo è un piano sistematico di revisione dei princìpi del marxismo-leninismo adoperati per tradire il marxismo-leninismo, è innalzare la bandiera del marxismo-leninismo per combattere contro il marxismo-leninismo, è il tentativo di mantenere con l’inganno la propria direzione sulla classe operaia e sulle masse. Cosa fa il revisionismo? Nega al partito la teoria rivoluzionaria, toglie al Partito comunista i princìpi basilari del suo scopo rivoluzionario e, pur mantenendo apparentemente posizioni, princìpi e idee marxiste-leniniste, organizza però la precisa negazione della concezione proletaria del mondo, della necessità della rivoluzione violenta, della necessità dell’instaurazione della dittatura del proletariato, della necessità quindi della via rivoluzionaria al socialismo.
In questo modo il revisionismo corrompe la pratica del partito e la vita interna del partito, togliendo al partito la prospettiva scientifica della rivoluzione, introduce nel partito una pratica quotidiana apparentemente proletaria, in realtà una pratica di continua mistificazione, di inganno, una pratica opportunista, di cedimento, di scivolamento costante verso la borghesia.
Il partito dominato dalla cricca revisionista diventa una scuola di penetrazione del veleno borghese nei militanti operai. Il partito revisionista si caratterizza per un aspetto fondamentale: la restaurazione al suo interno delle idee fondamentali della borghesia, l’individualismo e l’egoismo. La cricca dirigente revisionista educa il partito revisionista e tutti i suoi membri ad una concezione del mondo opposta alla concezione della classe operaia.
I militanti, sottoposti ad un formale statuto, in realtà non realizzano i contenuti della disciplina proletaria perchè non vigilano più contro gli atteggiamenti borghesi, il personalismo, la corruzione, la degenerazione che avvengono nel partito. All’interno del partito revisionista nato dal tradimento e dalla trasformazione del Partito comunista, avviene una putrefazione costante, l’immissione di elementi borghesi e di idee borghesi, fanno degenerare tutto il suo rapporto con la classe. Ma esso mantiene la forma del Partito comunista, cerca di presentarsi alla classe operaia come il Partito comunista, non dice mai a chiare lettere che la rivoluzione non si deve fare, dice sempre che è meglio un’altra via ed incanala tutto il movimento sulla via riformista di alleanza con la borghesia.
Il revisionismo, nei paesi dove ha corroso lo stato proletario e nei Partiti comunisti dove si è impadronito della direzione, lotta per nascondere la teoria marxista-leninista, priva il partito della teoria marxista-leninista e opera al suo interno per corromperlo e farlo degenerare, per eliminare la vigilanza e la direzione proletaria. Esso consegna al partito la linea riformista e riconquista tutte le degenerazioni storiche interne al movimento operaio, le tesi di Kautsky, di tutti gli opportunisti, di Trotski, di tutti i traditori.
La lotta contro il revisionismo, come dice il presidente Mao, è lotta contro l’individualismo e l’egoismo, è lotta per la piena riaffermazione della concezione proletaria del mondo, dei princìpi marxisti-leninisti del Partito comunista, all’interno del quale vige la disciplina, fondata sulla coscienza della concezione proletaria del mondo e dello stile proletario di combattere. Così, nella lotta contro il revisionismo, non basta una battaglia di statuto, non basta scindere, spaccare il partito revisionista e ricostituire il partito, ma è necessario un processo intenso di critica al revisionismo per costruire il Partito comunista e in questo processo affermare un costume, uno stile e un metodo di vita nel partito e di lavoro fra le masse che corrispondano alla concezione proletaria del mondo e che quindi affermino la profonda vigilanza contro la borghesia, le sue idee e il suo stile di lavoro.
Lottando contro il revisionismo, criticando a fondo il revisionismo, si può far risorgere, alla testa della lotta della classe operaia, l’avanguardia comunista cosciente che sottrae il movimento di massa delle lotte dei lavoratori al dominio della cricca riformista e opportunista, ripropone la saldatura della lotta particolare con la prospettiva della rivoluzione e instaura un chiaro programma e una serie di parole d’ordine volte a guidare la crescita della coscienza rivoluzionaria delle masse verso là presa del potere.

 

occorre che le masse popolari organizzino esse stesse la loro vita, smettano di aspettare e di chiedere che lo faccia la borghesia

Lo stravolgimento dei concetti

 

Lo stravolgimento dei concetti

Prabhat Patnaik
04/09/2016

Si considerino queste due affermazioni: “La piccola produzione è stata schiacciata dall’invasione del capitale” e “la piccola produzione è stata schiacciata dall’invasione delle multinazionali”. Molti considererebbero le due proposizioni più o meno identiche, la seconda solo come forma più specifica per esprimere la prima. Ma si sbagliano: c’è una differenza abissale tra queste due affermazioni.

Il capitale come rapporto sociale ha determinate tendenze intrinseche; queste si manifestano attraverso le azioni di agenti economici, ciascuno dei quali è costretto ad agire in modi particolari dalla logica del sistema. Per esempio il fatto che i capitalisti accumulino non significa necessariamente che desiderino farlo, ma è la logica che glielo impone. I capitalisti in breve non sono liberi di fare quello che vogliono, anche loro subiscono la logica del sistema; anche loro sono esseri alienati sotto il capitalismo, interpretano semplicemente una sceneggiatura dettata dal sistema. Karl Marx era giunto al punto di riferirsi al capitalista come capitale personificato.

Sotto questo aspetto le multinazionali sono entità non dissimili dal singolo capitalista. Esse non sono sinonimo del capitale, ma sono agenti attraverso le cui azioni, dettate dalla logica del sistema, si risolvono le tendenze immanenti del capitale. Trattare le multinazionali come incarnazione del “capitale” significa cancellare l’intera concezione del capitale con le sue tendenze intrinseche, spazzare via l’intero discorso sulla logica e sulla “spontaneità” del sistema, operare con una teoria molto differente.

Implicazioni politiche profonde

Ma questo cambiamento di “soggetto” da “soggetto concettuale”, cioè il capitale, a “soggetto tangibile”, vale a dire le multinazionali, non è solo uno spostamento teorico. Ha implicazioni politiche profonde. Se le tendenze intrinseche del capitale, quali la centralizzazione del capitale, la tendenza continua a mercificare tutte le sfere della vita sociale, la distruzione della piccola produzione, la tendenza a produrre ricchezza per un polo della società e povertà per un’altro, devono essere eliminate, il capitale, con le sue tendenze connaturate, deve essere superato come categoria sociale, attraverso un rovesciamento del capitalismo. Riconoscere nel capitale un “soggetto” concettuale delle dinamiche sociali implica necessariamente un ordine del giorno che veda la rivoluzione sociale come condizione per la libertà umana. Limitando però la nostra attenzione alle multinazionali, come “soggetto”, come guida delle dinamiche sociali, ci dà l’impressione che esse possano essere limitate, controllate, addomesticate, blandite e costrette ad agire per il bene (“responsabilità sociale delle imprese”), per migliorare l’esito e la direzione di queste dinamiche. Partire da questo punto di vista consegue la necessità di un programma di riforme, un programma liberale progressista. Un passaggio dal “soggetto concettuale” a un “soggetto tangibile”, pertanto, non è solo un cambiamento teorico; è anche un cambiamento di ordine del giorno: da un programma socialista a un programma liberale progressista.

Naturalmente, nel dibattito quotidiano non ci curiamo di parlare di “capitale”, ma invece di multinazionali, di banche multinazionali, anche di singole case industriali come Tata, Birlas Ambani: entità contro le quali si scatenano le lotte operaie. Questo è come dovrebbe essere, dal momento che i “soggetti concettuali” sono obiettivi difficili, mentre i “soggetti tangibili” rendono tangibile e quindi facile da comprendere, i bersagli. Anche nella prassi, la lotta quotidiana, come ad esempio l’azione sindacale, è sempre contro una particolare entità concreta, contro una “personificazione del capitale”, come Marx aveva detto, piuttosto che contro l’entità concettuale chiamata “capitale” (la lucida comprensione si verifica solo nei periodi di lotta di classe rivoluzionaria). Ma il punto qui è diverso, ossia la sostituzione di un “soggetto concettuale” con un “soggetto tangibile” per convenienza dialettica o a causa della particolarità del contesto della lotta (ad esempio una azione sindacale in una fabbrica di proprietà Ambani) non deve mai comportare una sostituzione nell’ambito della teoria.

Ogni sostituzione teorica di questo tipo o qualsiasi tendenza a restare più o meno confinati a “soggetti materiali” pur riconoscendo formalmente la “questione concettuale”, implica sostituire a tutti gli effetti un programma socialista con un ordine del giorno liberale progressista. Ci sono naturalmente i liberali progressisti che non sono socialisti e che, del tutto coerenti con le loro convinzioni politiche, non riconoscono “soggetti concettuali”. Rifiutano dichiarazioni come “la piccola produzione viene travolta dall’invasione del capitale” di cui si parlava all’inizio, perché esalta qualcosa di mistico chiamato “capitale” elevandolo a “soggetto”. Ma per un socialista sostituire un “soggetto concettuale” con un “soggetto tangibile” nel regno della teoria, equivale ad abbandonare la ragion d’essere della fede socialista.

La propensione a farlo, tuttavia, è particolarmente elevata in questi tempi perché ci sono un gran numero di gruppi di attivisti e organizzazioni non governative, militanti e animati da buone intenzioni ma non socialisti, impegnati intensamente in lotte su questioni specifiche che affliggono le persone e attorno alle quali la sinistra deve fare causa comune. Dal momento che gli obiettivi di queste lotte sono “questioni tangibili”, l’impegno continuo in tali lotte insieme ai summenzionati gruppi e ong da parte della sinistra corre il rischio di spingere la teoria, e con essa tutta una serie di “soggetti concettuali”, in secondo piano. La sinistra, ritengo, deve difendersi da questo se vuole mantenere l’impegno nel suo progetto socialista.

Un secondo concetto che rischia di essere ugualmente travolto è “l’imperialismo”. Il termine “imperialismo” si riferisce a una rete di relazioni che coinvolge paesi capitalisti avanzati e sottosviluppati. Queste relazioni cambiano nel tempo, guidate non solo dalle tendenze intrinseche del capitale, ma anche dalla resistenza delle persone. L’amministrazione Reagan o l’amministrazione Bush o l’amministrazione Obama, sono i “soggetti tangibili” attraverso i quali operano in pratica le azioni del “soggetto concettuale” che noi chiamiamo “imperialismo”. Ma proprio perché l’imperialismo non è tangibile, mentre lo sono tutte queste entità attraverso cui opera, la tendenza è quella di sostituire il termine “imperialismo” con queste altre entità, esattamente nel modo in cui il termine “capitale” tende ad essere sostituito da termini come “multinazionali”,” banche multinazionali” e simili.
Talvolta vengono applicate al posto di “imperialismo” locuzioni come “impero americano” o “impero del male” o “egemonia degli Stati Uniti” o semplicemente “Impero”, che Hardt e Negri usarono nel loro noto lavoro. Mentre il termine “imperialismo” descrive specifiche relazioni, altri termini, come “amministrazione Obama”, si riferiscono semplicemente a particolari entità esistenti e rifiutano di dare qualsiasi suggerimento e collegamento alle tendenze intrinseche del capitale. Il problema tuttavia non è nell’uso di questi termini di per sé, ma nella sostituzione del termine “imperialismo” con questi termini, cioè, nella soppressione della teoria che scaturisce dalla comprensione delle tendenze immanenti del capitale e che pertanto intende il superamento del capitalismo e di conseguenza, di queste tendenze intrinseche del capitale, come condizione per la libertà umana.

Anche in questo caso dal momento che la sinistra deve lavorare insieme a molti gruppi di attivisti militanti su questioni specifiche, per esempio, l’aggressività degli Stati Uniti in tutto il mondo, ma che non sono socialisti e per i quali questi “soggetti concettuali” come “l’imperialismo” derivanti dalle tendenze connaturate al capitale hanno poco significato, si affaccia il pericolo di un sovvertimento dei concetti e quindi, di scivolare inconsapevolmente da un impegno per il socialismo verso una posizione intellettuale liberale progressista.

Non si tratta di disprezzare tali lotte o della necessità per la sinistra – e con questo intendo tutti coloro che vedono la necessità di trascendere al capitalismo – di unirsi ai liberali progressisti nel corso di tutte queste lotte. In effetti i liberali progressisti spesso possono essere più militanti in lotte specifiche che la sinistra. Il punto è che la sinistra non deve mai abbandonare la propria comprensione teorica che si basa su una serie di “soggetti concettuali”.

Corretta comprensione

Non si tratta di aderire a una comprensione per una sorta di lealtà alla memoria di Marx e di Lenin, ma perché questa comprensione è corretta. La prova di questa correttezza sta nel fatto che le lotte specifiche contro “soggetti tangibili”, anche quando hanno successo, portano solo vittorie temporanee che vengono rintuzzate quando si affermano le tendenze intrinseche del capitale. In realtà anche la più massiccia “ingegneria sociale”, a cui è stato costretto il capitalismo dalle lotte della classe operaia nel dopoguerra, che ha visto una “gestione della domanda” keynesiana e che inaugurò anche un periodo definito come “l’età d’oro del capitalismo”, è stata abbandonata con l’emergere del capitale finanziario internazionale (un altro”soggetto concettuale”) come conseguenza delle tendenze immanenti del capitale.

Solo quando attraverso un ricorsivo accumulo di lotte specifiche, viene montata una sfida rivoluzionaria di successo contro questo universo di “soggetti concettuali” nel loro complesso, l’umanità muoverà finalmente oltre queste lotte specifiche. Fino ad allora però la sinistra deve attenersi alla comprensione teorica della società sulla scorta di questi “soggetti concettuali” e stare in guardia contro ogni sovvertimento delle sue basi concettuali.

Contributo del PCM all’Incontro dei Partiti Comunisti, di Lima, Perù Il progressismo è una bandiera estranea ai partiti comunisti e operai, che hanno in ogni momento la responsabilità di rendere cosciente e organizzare la classe operaia in favore della Rivoluzione Socialista.

Contributo del PCM all’Incontro dei Partiti Comunisti, di Lima, Perù

Il progressismo è una bandiera estranea ai partiti comunisti e operai, che hanno in ogni momento la responsabilità di rendere cosciente e organizzare la classe operaia in favore della Rivoluzione Socialista.

Contributo del compagno Ángel Chávez Mancilla, Responsabile Ideologia del Comitato Centrale del Partito Comunista del Messico (PCM) all’Incontro dei Partiti Comunisti e Rivoluzionari realizzato a Lima, Perù, i giorni 26, 27 e 28 Agosto.

Compagni:

A nome del Comitato Centrale del Partito Comunista del Messico salutiamo lo sforzo organizzativo del Partito Comunista Peruviano e del Partito Comunista del Perù Patria Rossa per la realizzazione di questo Incontro dei Partiti Comunisti e Rivoluzionari. In una lettera aperta diretta ai partiti comunisti e operai del Continente, che stiamo distribuendo, esprimiamo le nostre preoccupazioni per un incontro di questa natura, soprattutto perché per “rivoluzionari” si inglobano partiti promotori della gestione progressista, vari di essi socialdemocratici e propulsori della gestione neokeynesiana del capitalismo.

Compagni:

Il Partito Comunista del Messico per decisione del suo V Congresso si è separato dal Forum di San Paolo nel suo XXI Incontro realizzato a Città del Messico lo scorso anno, perché?

Lo abbiamo fatto sulla base dell’evoluzione dell’esperienza delle gestioni progressiste che già da circa 18 anni sono al governo di vari paesi della regione, e anche perché i partiti socialdemocratici messicani membri del Forum di San Paolo, PRD (Partito della Rivoluzione Democratica, ndt), e la sua scissione maggioritaria MORENA, sono direttamente responsabili dell’assassinio di cinque militanti del PCM nello Stato di Guerrero, che governavano nella persona del criminale Ángel Aguirre. Senza ridondare in quello che abbiamo già espresso in quel momento, ma estrarre lezioni generali della gestione progressista oggi in crisi, e non solo per le misure aggressive del centro imperialista nord-americano, per le contraddizioni inter-imperialiste tra USA-UE e i BRICS, ma soprattutto come risultato di non soddisfare le aspirazioni e richieste della classe operaia e i settori popolari.

Ma al di là della retorica e slogan, anche quando hanno cercato rifugio sotto il socialismo, chiamandolo “socialismo del XXI secolo”, ciò che è al centro dell’analisi è che in questi quasi due decadi non hanno portato la minima modificazione del modo di produzione capitalista né dello Stato classista borghese, ma al contrario si sta facendo di tutto per rafforzarli, anche quando sono state lanciate decine di teorie, oggi in disuso, ma tutte esse estranee e contrarie al marxismo-leninismo; non possiamo voltare le spalle al fatto obiettivo che alcune di esse hanno minato ideologicamente vari partiti comunisti e seminato confusione nel movimento operaio.

Anche se in Messico nel governo nazionale ad oggi non ha vinto le elezioni l’opzione neokeynesiana o progressista, essa governa già a Città del Messico e in varie entità, cosa che ci permette di constatare il suo carattere di classe e il suo agire politico dallo Stato e le istituzioni. Sia nel programma, come nella pratica governativa si mostra il suo vincolo a un settore dei monopoli con i quali si riorganizza la dominazione e lo sfruttamento. Nel caso di Città del Messico si è consegnato il Centro Storico al gruppo CARSO di Carlos Slim, proprietario di América Móvil, principale monopolio della telefonia mobile in Messico e America Latina, così come ad altri monopoli immobiliari o della costruzione; nei progetti di sicurezza si è integrato il disegno dell’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, e da allora sono incrementati i meccanismi repressivi antipopolari, con misure come l’incapsulamento delle mobilitazioni operaie, studentesche, politiche, come lo dimostrano le misure di contenimento recenti contro i lavoratori dell’istruzione e quelle adottate contro i comunisti; per attenuare la miseria sono stati adottati programmi assistenzialisti accompagnati da rimbombante pubblicità, questi programmi sono stati orientati alla terza età, alle donne, ai giovani, e iniziarono la loro applicazione nel 1997, ossia stanno completando quasi 20 anni, ed è possibile affermare che non hanno risolto assolutamente nulla alla base, ma hanno alleviato provvisoriamente gli effetti scandalosi della miseria, come si dice, nella ricerca di mascherare il sistema, abbellire il capitalismo. E’ sintomatico che al tempo che si promuovono queste misure populiste, nelle questioni centrali, come la crisi internazionale dell’economia politica, la socialdemocrazia e la nuova socialdemocrazia serrano le file con il partito conservatore (Partito Azione Nazionale, PAN) e con quello liberale (Partito Rivoluzionario Istituzionale, PRI), sostenitori della gestione neoliberista, per le misure destinate a svalorizzare il lavoro, cosiddette riforme strutturali, soprattutto la riforma lavorativa.

E’ certo che la nuova socialdemocrazia (MORENA), portabandiera della gestione progressista in Messico, può con il suo candidato vincere le elezioni presidenziali del 2018, ma il precedente della sua gestione politica conducono a un quadro che ci permette di avanzare la seguente prognosi: il progressismo, con le sue misure neokeynesiane cerca di prolungare il modo di produzione capitalista e la dittatura di classe della borghesia, portando con esso la classe operaia a continuare sotto le bandiere della schiavitù salariata, dello sfruttamento e l’estrazione di plusvalore, della spoliazione di terre e territori ai popoli originari e comunità in favore dei progetti minerari-energetici, e a continuare con la pauperizzazione dei settori popolari, con la repressione.

Il “male minore” non può esser l’opzione che il PCM presenta alla classe operaia e al popolo messicano, quando oggettivamente è il capitalismo responsabile delle sofferenze della classe operaia e i popoli. Per questo consideriamo un approccio teorico erroneo il combattere solo la gestione neoliberale del capitalismo, come se la gestione neokeynesiana sia nella direzione programmatica che dobbiamo assumere noi comunisti, mettendo da parte che preserva, protegge e stimola il capitalismo e le sue conseguenze, prendendo partito per determinati monopoli.

Tuttavia, il progressismo al governo già in vari paesi dell’America, alcuni con importante sviluppo capitalista, ci mostra già generalità che ci indicano che non è un cammino per la soluzione dei problemi profondi dei lavoratori e i popoli, e che inoltre è un fattore di distrazione che cerca di contenere la lotta di classe per evitare rotture rivoluzionarie antimonopoliste, anticapitaliste e antimperialiste che sboccano nel potere operario e popolare e nella costruzione del socialismo-comunismo.

Il rafforzamento del capitalismo nei paesi progressisti

Le politiche “progressiste”, anteponendo la lotta per il socialismo scientifico la lotta per una gestione del capitalismo che cerca di dargli un volto umano, attutendo le turbolenze classiste prodotto della crisi del capitalismo, come sono l’approfondimento delle politiche antipopolari. Nei paesi che applicano queste politiche si allevia il malessere di una parte dei settori operai e popolari e solo momentaneamente, poiché mantenendo intatta la base economica capitalista si viene sottomessi alle leggi di questo e pertanto sono ugualmente flagellati dalla crisi prodotto dell’anarchia della produzione.

Con la consegna di prebende il progressismo ottiene di incorporare forze operaie e popolari nel quadro del capitalismo, rafforzando questa cooptazione di settori operai con l’uso di parole d’ordini sulla necessità di “indipendenza e sovranità” delle nazioni soggiogate dall’”imperialismo nordamericano”. La relativa pace sociale, sottomissione e perfino collaborazione dei lavoratori che ottengono con questo, genera condizioni favorevoli per lo sviluppo del capitalismo, concentrazione di capitali e sviluppo delle forze produttive.

Noi comunisti non possiamo appoggiare un governo borghese con la speranza che generi migliori condizioni per i lavoratori e il socialismo, storicamente questa posizione ha trascinato i comunisti alla coda dei progetti borghesi, così per esempio in Messico l’appoggio che organizzazioni comuniste diedero ad alcuni governi sorti dalla Rivoluzione Messicana, ha fomentato unicamente un arretramento nella presa di coscienza della classe operaia, ha debilitato la lotta per il socialismo e ha fatto dei comunisti un appoggio diretto del progetto di rafforzamento dei monopoli.

L’eterno posticipare la rivoluzione socialista ha fatto sì che lo stato borghese con la nazionalizzazione di imprese rafforzasse lo sviluppo delle forze produttive agendo come “borghesi collettivo”, che ha portato la borghesia nazionale ad essere borghesia monopolista e come tale di carattere internazionale inserita nella piramide imperialista. La nazionalizzazione di imprese non ha implicato realmente che la produzione stesse al servizio dei lavoratori, poiché le imprese erano nelle mani dello Stato e questo in mano della borghesia. Questo senza menzionare che numerose imprese continuarono ad essere direttamente in mano della borghesia hanno continuato ad essere direttamente nelle mani della borghesia.

Riprendendo questa esperienza, noi Partiti Comunisti non possiamo fomentare come una soluzione per migliorare le condizioni della classe operaia e i settori popolari, l’aumento della produttività, l’efficienza e l’efficacia nei processi di produzione, senza prima porre la produzione nelle mani dei lavoratori, ossia senza prima distruggere la proprietà privata sui mezzi di produzione, questo implicherebbe chiedere ai lavoratori che sottomettano i loro interessi agli interessi del nemico di classe e collaborare nel rafforzamento della borghesia.

Così come non diamo il nostro appoggio a governi di gestione borghese, noi partiti comunisti non possiamo dare il nostro appoggio nemmeno a progetti economici regionali o unioni interstatali con base capitalista, poiché questi non sono altro che la collaborazione di borghesie che cercano di generare condizioni appropriate per poter competere con gruppi monopolisti e altri blocchi imperialisti.

Questo avviene con l’unione interstatale per esempio il MERCOSUR, UNASUR o l’ALBA-TCP. L’equazione è semplice, la somma di economie capitaliste dà come risultato un blocco inter-capitalista e non può dare come risultato un’alleanza popolare opposta ai monopoli. Che c’è di alternativo in questo? Veniamo al caso dell’ALBA-TCP che suscita aspettative; la presenza di Cuba, qualitativamente, per il peso economico, per le difficoltà che ha attraversato come risultato del blocco imperialista, non ha un peso economico determinante in relazione agli altri paesi partecipanti che qualitativamente sono paesi capitalisti.

La sua stessa propria base dimostra che si tratta di unioni di Stati capitalisti che indipendentemente da se il governo di uno Stato è liberale o socialdemocratico, indipendentemente da se partecipano Stati con governi che si autoproclamano di “sinistra” e indipendentemente dalla forma di gestione, si basano nei grandi gruppi economici e i loro interessi.

L’appoggio dei Partiti Comunisti a queste alleanze inter-borghesi suole sostenersi affermando il cambio dei rapporti di forza, ma attraverso questo processo si debilitano le agitazioni radicali, si favorisce l’integrazione alle aspirazioni del capitale e si rafforza la posizione della socialdemocrazia, delle forze borghesi in generale.

I paesi che integrano l’ALBA, davanti all’incapacità di competere con le imprese di maggior dimensione, hanno promosso i progetti Grannacional con i quali sommano un capitale maggiore che gli permette di conformare un monopolio per disputare con altri. Così per esempio, nell’impossibilità di competere con un monopolio come CEMEX, stanno investendo in una cementeria con capacità di produzione di 1.000.000 ton/anno. Anche se i progetti Grannacional dicono di aspirare alla soddisfazione delle necessità umane, mentre i paesi integranti hanno una base capitalista, l’unica cosa che si fomenterà in modo sicuro è l’accumulazione di capitale, poiché indipendentemente dalla sua nazionalità, indipendentemente da chi occupa un posto superiore o inferiore, il monopolio è l’essenza del sistema imperialista mondiale.

Nel caso dei cosiddetti governi progressisti non è per nulla casuale che il periodo di tempo in cui osserviamo l’aumento della spesa sociale corrisponde con il periodo di aumento nel prezzo del petrolio e altri energetici. Da luglio 2001 a luglio 2008 questo è passato da 24.8 dollari per barile a 132.55. Ipso facto, quando questi prezzi cominciano a scendere fino a raggiungere il mese passato i 44.22 dollari per barile, abbiamo la spiegazione ai tagli, insufficienze, e fallimenti in tali progetti, insieme con l’insoddisfazione dei popoli e le perdite elettorali. In America Latina, allo stesso che nel mondo ciò che è in crisi è il capitalismo.

Nell’economia capitalista, con la travolgente maggioranza dei mezzi di produzione decisivi nelle mani della borghesia, dedicati allo sfruttamento dei lavoratori per l’accumulazione, se una gestione keynesiana conta come leva per ampliare la spesa sociale con la rendita petrolifera, questa crollerà con tutta la fragilità di questi prezzi. E’ responsabilità dei Partiti Comunisti non permettere che la gestione Keynesiana si chiami socialismo, la si identifichi con il socialismo, se vogliamo sperare che davanti al fallimento del sistema, la nostra classe e i popoli dell’America Latina lottino effettivamente per costruire il socialismo e non per rottamarlo.

Noi comunisti non possiamo circoscrivere il nostro programma alle fluttuazioni delle quotazioni internazionali di Ecopetrol, PDVSA, YPFB, Petroecuador, ecc. Il nostro programma è la socializzazione dei mezzi di produzione, il suo usufrutto e gestione da parte della classe operaia per la soddisfazione di tutte le necessità contemporanee, il rovesciamento del potere statale che si oppone a esso, l’instaurazione di un potere che difenda tale misura centrale, ecc.

Ma non è solo la questione che tali gestioni keynesiane chiamate “di sinistra”, “progressiste” o “post-capitaliste”, avanzano e retrocedono al ritmo dei periodi di espansione e crisi del mercato, ma che durante tali governi la questione fondamentale del potere si è offuscata, mentre gli strumenti necessari per la repressione della classe operaia, per sottomettere questa alla continuità del suo sfruttamento si sono mantenuti e sono stati usati.

Questi processi hanno seminato illusioni, false speranze, poiché alla fine hanno perfezionato la macchina di dominazione statale, oltre a mantenere inalterate le relazioni di produzione capitalista. Per quale ragione i partiti comunisti e operai devono contribuire a rafforzare il sistema?

Gli argomenti non resistono alla prova:

  1. Si dice che sono processi opposti all’imperialismo, esso è parzialmente certo e generalmente incorretto, posto che effettivamente hanno contraddizioni con il centro imperialista nordamericano, ma sono collegati all’Unione Europea e all’alleanza inter-imperialista che esiste tra Russia e Cina, inoltre hanno favorito i monopoli locali, per esempio in Brasile quelli della costruzione e energia, inoltre sono state promosse unioni interstatali di carattere capitalista. Se ci atteniamo alla definizione leninista dell’imperialismo, è la fase del capitalismo dei monopoli, questa è la sua principale caratteristica, e così vediamo come il progressismo lo va rafforzando, al tempo che la diversificazione delle esportazioni sebbene attenua i legami di dipendenza e interdipendenza con il centro imperialista nordamericano simultaneamente li rafforza con la UE o i BRICS, o con il cosiddetto commercio regionale e gli accordi che si vanno forgiando. Lo sviluppo dei monopoli si è dato già in America Latina e esiste in paesi come Brasile, Messico e Argentina che possiedono monopoli di grande dimensione che sfruttano i lavoratori di altri paesi. Le borghesie con base in America Latina sono integrate nel sistema imperialista, passando ad essere borghesie imperialiste di carattere mondiale, e come tali disputano con altre nazioni un gradino più alto nella piramide imperialista. Per questo, è un grave errore restringere la lotta antimperialista alla lotta contro il centro imperialista nordamericano, poiché porta all’abbellimento di altri centri imperialisti.

  2. La logica anti-neoliberista non presuppone una posizione per il rovesciamento delle relazioni capitaliste, anzi probabilmente si concluderà in forme distinte di gestione del capitalismo, umanizzarlo.

  3. Le alleanze interclassiste con obiettivi di sovranità, indipendenza fino ad ora hanno rafforzato le posizioni di settori della borghesia con un saldo molto negativo per l’indipendenza di classe del proletariato.

  4. Le nazionalizzazioni, statalizzazioni, o le imprese pubbliche non costituiscono in sé un antagonismo con le privatizzazioni intanto che il potere statale permane nelle mani della borghesia e dei monopoli. Dopo il trionfo della Rivoluzione Messicana del 1910, e soprattutto con il populismo installato da Lázaro Cárdenas, e fino al 1982, lo Stato messicano sviluppò un processo di nazionalizzazione dell’industria e l’economia, che arrivò a controllare il 70% nelle mani del settore pubblico, percentuale che potrebbe rappresentarsi molto più radicale che qualsiasi dei governi progressisti contemporanei, ma si trattava di un processo di concentrazione e centralizzazione del capitale, che giunto il momento può trasferirsi ai monopoli privati, sotto la conduzione dello stesso Stato, nel contesto dei variabili rapporti di forza internazionali nel contesto della controrivoluzione che rovesciò la costruzione socialista nell’URSS. L’unico cambiamento favorevole ai lavoratori e il popolo sarà con un economia popolare sostenuta nella socializzazione dell’economia, cosa che presuppone il potere operaio, come ha dimostrato l’esperienza di successo della costruzione socialista nel XX secolo.

  5. E’ certo che il Dipartimento di Stato degli USA ha riorientato dall’amministrazione di Obama una politica condotta a recuperare spazi in America Latina, che ha incrementato il suo appoggio a forze controrivoluzionarie; tuttavia sono i popoli ad aver ritirato il loro appoggio alle gestioni progressiste davanti al loro evidente fallimento, corruzione, indefinitezza. Esprimiamo la nostra solidarietà alle forze di classe come il PC del Venezuela (PCV) che lottano per una soluzione rivoluzionaria alla crisi economica e politica che soffre oggi il popolo venezuelano.

In America Latina gestioni capitaliste Keynesiane non devono esser confuse con il socialismo-comunismo, né possono esser collocate dai Partiti Comunisti come bandiere della classe operaia.

Nella base economica di tutti i paesi compresi tra il Rio Bravo e la Patagonia, esiste il mercato, e questo si trova in una crisi dove i Partiti Comunisti hanno l’obbligo di segnalare alla classe operaia il duro cammino per una soluzione a suo favore.

In caso contrario, saremo corresponsabili del carico della storia dove le gestioni socialdemocratiche dell’America Latina hanno aperto democraticamente la porta del potere alla reazione anti-operaia. La polizia nelle mani del governo reazionario dell’Argentina ha represso i maestri nella Terra del Fuoco, la reazione in ascesa in Venezuela minaccia di usare le sue posizioni nel potere legislativo per derogare le conquiste e i diritti conquistati dalla classe operaia, in Brasile Temer dal giorno seguente la sua nomina come presidente ha scatenato la repressione e ha mandato la polizia a sgomberare le scuole dagli studenti medi. O socialismo o caricatura del socialismo.

La necessità dei Partiti comunisti

Attualmente il lavoro dell’organizzazione della classe operaia sotto le bandiere del comunismo, non possiede la forza che richiedono gli shock classisti sempre più frequenti e violenti. Senza l’esistenza di Partiti Comunisti forti le agitazioni sociali non hanno altra uscita che la sconfitta dei lavoratori, poiché noi partiti comunisti siamo il motore insostituibile del cambiamento rivoluzionario verso il socialismo-comunismo.

Noi partiti comunisti necessitiamo di rafforzarci e dispiegare un’azione congiunta, ma unicamente la chiarezza e la coincidenza politica ideologica sono la base per porre una strategia comune e elaborare le nostre proposte programmatiche e politiche per il presente momento. Questo ha come condizione che i Partiti Comunisti recuperino le posizioni ideologiche del marxismo-leninismo. Con questo non vogliamo dire che questo Incontro deve avere come predisposizione l’unità di tutti i Partiti Comunisti in un progetto, che come detto prima, richiede un processo serio di dibattito in cui si converga ideologicamente e politicamente con i fondamenti del marxismo-leninismo.

Sono gravi i problemi della classe operaia del nostro paese, dei contadini poveri, della donna lavoratrice, della gioventù lavoratrice, dei popoli indios, degli strati medi impoveriti come risultato delle politiche aggressive dei monopoli e dei diversi centri imperialisti. Noi partiti comunisti dobbiamo fare grandi sforzi, superare le nostre difficoltà e limiti, per organizzare massivamente la classe, organizzare in ogni centro di lavoro la controffensiva popolare. Non è il momento di isolarsi dalla classe operaia, né di settarismi, né di dottrinarismi, ma di concentrare i nostri sforzi per rovesciare le condizioni di ingiustizia e di oppressione che soffocano i lavoratori e le loro famiglie, che li condannano alla precarietà, alla disoccupazione, alla fame, alla miseria.

Bisogna esser molto chiari al riguardo, noi Partiti Comunisti abbiamo come orizzonte, seguendo i fondatori del Marxismo ne Il manifesto del Partito Comunista e poi in La ideologia tedesca, il socialismo-comunismo e non una società “post-capitalista”, la presa del potere dello stato da parte della classe operaia e l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo socializzando i mezzi di produzione e non una società “post-neoliberista”.

Per questo i Partiti Comunisti necessitano un Incontro in cui la posizione comune sia il rovesciamento del capitalismo, contrariamente ci collocheremo nella variopinta miscela della “sinistra”, che, quali espressioni borghesi socialdemocratiche aspira a che abbandoniamo l’idea del socialismo scientifico e non abbandoniamo l’appoggio di posizioni di sostegno a governi o gestioni borghesi.

La fase imperialista

Per poter avanzare nell’instaurazione di una strategia comune dei PPCC dobbiamo partire dall’analisi della realtà presente, la quale ha come quadro più generale che ci troviamo nell’epoca dell’imperialismo e le rivoluzionaria proletarie. L’imperialismo è la fase superiore e ultima del capitalismo, è il capitalismo dei monopoli.

Ciò nonostante esistono organizzazioni che si trovano nella lotta generale dei popoli, e anche Partiti Comunisti che identificano l’imperialismo con la politica estera di un centro imperialista dato, concretamente con il centro imperialista nordamericano. Questo conduce a vari problemi di strategia, e in conseguenza a vari errori che contribuiscono a sconfitte della classe operaia, della lotta dei popoli e a perpetuare la dominazione imperialista.

Nella nostra epoca la contraddizione principale continua ad essere la relazione capitale/lavoro e non “centro/periferia”, paesi dipendenti o coloniali/centro imperialista; “borghesia nazionale”/borghesia imperialista; o nord/sud, ecc. Il nemico principale dei lavoratori e i popoli è il capitalismo, il dominio dei monopoli qui dove si trova, le grandi imprese monopoliste straniere come le imprese con base nei nostri paesi. Ricordiamo che il piccolo capitale genera grande capitale, e tende allo sviluppo del monopolio, pertanto non c’è pretesto alcuno per appoggiare le gestioni capitaliste progressiste.

Compagni:

Possiamo anticipare che il PCM non condivide i progetti presentati come base per questo Incontro per un Consenso d’America.

Rifiutiamo per principio quello presentato dal PT (Partito del Lavoro) del Messico, un partito sponsorizzato dallo Stato messicano, totalmente disprezzato tra la classe operaia del nostro paese, che parte da premesse estranee al marxismo-leninismo, con un eclettismo tra il cosiddetto “marxismo critico”, il maoismo e il post-modernismo di sinistra, che cerca la riforma dell’istituzione borghese, partendo dalla falsificazione della storia promossa dall’anticomunismo che cerca di occultare le conquiste della costruzione socialista nel XX secolo, e che lava la faccia al capitalismo dei monopoli e i suoi crimini optando per il “capitale produttivo” al posto di quello “finanziario”. Il Partito Comunista del Messico non sottoscriverà tale documento e passerà alla lotta ideologica aperta contro tale concezione opportunista/riformista.

Per quanto riguarda i Progetti per un programma politico della sinistra latinoamericana e caraibica, presentato dal Partito Comunista di Cuba, non condividiamo come meta il post-capitalismo, e ciò che si definisce con esso.

Nel dibattito concreto su questo tema fisseremo la posizione più sviluppata.

Molte grazie.

V.I.Lenin.Op.comp.Vol 25: Lettera alla redazione della Novaia Gizn

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Andrej Zdanov : Rapporto alla I Conferenza dell’Ufficio d’Informazione dei Partiti Comunisti – settembre 1947

http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=23248280

Andrej Zdanov

 

Rapporto alla I Conferenza dell’Ufficio d’Informazione dei Partiti Comunisti – settembre 1947

LA SITUAZIONE MONDIALE DOPO LA GUERRA

La fine della seconda guerra mondiale ha portato cambiamenti essenziali nell’insieme della situazione mondiale. La disfatta militare del blocco degli Stati fascisti, il carattere di liberazione antifascista della guerra, la parte decisiva avuta dall’Unione Sovietica nella vittoria sugli aggressori fascisti,
tutto questo ha modificato profondamente i rapporti di forze tra i due sistemi – socialista e capitalista – in favore del socialismo.
In che consistono queste modificazioni?

Significato della disfatta fascista

I1 risultato principale della seconda guerra consiste nella disfatta militare della Germania e del Giappone i due paesi capitalistici più militaristi e più aggressivi. Gli elementi reazionari imperialistici del mondo intiero, particolarmente in Inghilterra, negli Stati Uniti d’America e in Francia, avevano riposto particolari speranze nella Germania e nel Giappone, e soprattutto nella Germania hitleriana, in primo luogo, come potenza maggiormente capace di dare un tale colpo all’Unione Sovietica che potesse in ogni caso indebolirla e minare la sua influenza se non schiacciarla, e in secondo luogo, come forza capace nella Germania stessa e in tutti i paesi che furono oggetto dell’aggressione hitleriana, di schiacciare il movimento operaio rivoluzionario e democratico e consolidare la situazione generale del capitalismo. Da questo ebbe origine una delle cause principali della politica detta di Monaco di prima della guerra, politica di “distensione” e d’incoraggiamento all’aggressione fascista, conseguentemente condotta dai circoli imperialistici dirigenti dell’Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti di America.
Tuttavia, le speranze che gli imperialisti anglo-franco-americani avevano riposto negli hitleriani non si sono realizzate. Gli hitleriani si dimostrano più deboli, e l’Unione Sovietica e i popoli amanti della libertà più forti di quanto supponessero gli uomini di Monaco. Come risultato della seconda guerra mondiale, le forze principali della reazione fascista internazionale militante sono state disfatte e sono state poste per molto tempo fuori combattimento.

L’indebolimento del sistema capitalista mondiale

Di conseguenza il sistema capitalista mondiale nel suo insieme ha subito un nuovo serio colpo. Se il riu1tato più importante della prima guerra mondiale è stato la rottura del fronte imperialistico e il distacco della Russia dal sistema mondiale del capitalismo, e se, in seguito alla vittoria del regime socialista nell’U.R.S.S., il capitalismo cessò di essere il sistema universale unico nell’economia mondiale, la seconda guerra mondiale, la disfatta del fascismo, l’indebolimento delle posizioni mondiali del capitalismo e il rafforzamento del movimento antifascista hanno portato al distacco di una serie di paesi dell’Europa centrale e dell’Europa del Sud-Est dal sistema imperialista. Nuovi regimi popolari e democratici sono sorti in questi paesi. Il grande esempio della guerra patriottica dell’Unione Sovietica e la funzione liberatrice dell’Esercito Sovietico, si sono uniti allo slancio della lotta di massa di liberazione nazionale dei popoli amanti della libertà contro gli invasori fascisti e i loro complici. Nel corso di questa lotta sono stati smascherati, come traditori degli interessi nazionali, gli elementi filo-fascisti che avevano collaborato Con Hitler e i collaborazionisti: e cioè i grossi capitalisti più potenti, i grandi proprietari fondiari, gli alti funzionari, gli alti ufficiali monarchici. La liberazione dalla schiavitù tedesca e fascista, si è accompagnata nei paesi danubiani, da una parte, all’eliminazione del potere dello strato superiore della borghesia e dei grossi proprietari terrieri, compromessi per la loro collaborazione col fascismo tedesco, e dall’altra parte, all’arrivo al potere di nuove forze del popolo, che avevano fatto la loro prova durante la lotta contro gli oppressori hitleriani. In questi paesi sono giunti al potere i rappresentanti degli operai, dei contadini, degli intellettuali progressivi, e poiché la classe operaia ha manifestato dappertutto il più grande
eroismo, la maggior coerenza e intransigenza nella lotta antifascista, la sua autorità e la sua influenza tra il popolo si sono enormemente accresciute.

Le conquiste dei nuovi regimi democratici

II nuovo potere democratico in Jugoslavia, in Bulgaria, in Romania, in Polonia. in Cecoslovacchia, in Ungheria e in Albania, fondandosi sull’appoggio delle masse popolari, e riuscito a realizzare in breve tempo trasformazioni democratiche progressive tali che la borghesia non è più capace d compiere. La riforma agraria ha dato la terra ai contadini e portato alla liquidazione della classe dei grandi proprietari fondiari. La nazionalizzazione della grande industria e delle banche e la confisca della proprietà dei traditori che avevano collaborato coi tedeschi hanno in questi paesi scalzato in modo radicale le posizioni del capitale monopolistico e liberato le masse dalla servitù imperialistica. Nello stesso tempo sono state gettate le fondamenta della proprietà di Stato di tutto il popolo, è stato creato un nuovo tipo di Stato – la Repubblica popolare – in cui il potere appartiene al popolo, in cui la grande industria, il trasporlo e le banche appartengono allo Stato e in cui la forza dirigente è costituita dal blocco delle classi lavoratrici della popolazione, con alla sua testa la classe operaia. In conclusione i popoli di questi paesi non si sono soltanto liberati dalla morsa imperialistica, ma essi stanno anche costruendo la base per il passaggio alla via dello sviluppo socialista.

Rafforzamento dell’U.R.S.S.

Come risultato della guerra sono aumentate in misura incomparabile l’importanza internazionale e l’autorità dell’URSS. L’URSS è stata la forza dirigente e l’anima dello schiacciamento militare della Germania e del Giappone. Attorno all’URSS si sono raccolte le forze democratiche progressive del mondo intiero. La stato socialista ha superato la terribile prova della guerra ed è uscito vittorioso dal conflitto mortale con il più forte del nemici. La Unione Sovietica è uscita dalla guerra non indebolita, ma rafforzata.

Cambiamenti del mondo capitalista

Anche l’aspetto del mondo capitalistico è cambiato in modo sostanziale. Delle sei cosiddette grandi potenze imperialistiche(Germania, Giappone, Inghilterra, Stati Uniti d’America, Francia e Italia), tre sono state eliminate in conseguenza della loro disfatta militare (Germania, Italia e Giappone). Anche la Francia è stata indebolita e ha perduto la sua antica importanza come grande potenza. In questo modo sono rimaste solo due “grandi” potenze imperialistiche mondiali – gli Stati Uniti e l’Inghilterra; ma le posizioni di uno di questi paesi, dell’Inghilterra, sono state scosse. Durante la guerra l’imperialismo inglese è apparso indebolito militarmente e politicamente. In Europa, l’Inghilterra si è dimostrata impotente di fronte all’aggressione tedesca. In Asia, l’Inghilterra – grande potenza imperialistica – non è riuscita con le proprie forze a salvaguardare i propri possessi coloniali. Perduti temporaneamente i suoi legami con le colonie, le quali rifornivano la metropoli di derrate alimentari e di materie prime e assorbivano una parte considerevole della sua produzione industriale, l’Inghilterra si è trovata a dipendere, economicamente e militarmente, dai rifornimenti industriali e alimentari e dopo la fine della guerra, si nota che la dipendenza economica e finanziaria dell’Inghilterra dagli Stati Uniti d’America è aumentata. Terminata la guerra, l’Inghilterra ha bensì ricuperato le sue colonie, ma ha dovuto urtare contro una più forte influenza dell’imperialismo americano nelle colonie, avendo questo sviluppato la sua attività, durante la guerra, in tutte quelle zone, che prima della guerra erano considerate come sfere di influenza inglese (Oriente arabo, Asia del sud-est). Si è rafforzata l’influenza dell’America nei territori dell’Impero britannico e dell’America del Sud, dove la parte un tempo avuta dall’Inghilterra passa in misura sempre più considerevole agli Stati Uniti d’America.
La crisi del sistema coloniale, accentuatasi in conseguenza della seconda guerra mondiale, si manifesta nel potente slancio del movimento di liberazione nazionale nelle colonie e nei paesi dipendenti. In questo modo si trovano ad essere minacciate le retrovie del sistema capitalistico. I popoli delle colonie non vogliono più vivere come prima. Le classi dirigenti delle metropoli non possono più governare le colonie come prima. I tentativi di schiacciare il movimento nazionale con la forza militare cozzano ora contro la crescente resistenza armata dei popoli delle colonie e scatenano guerre coloniali di lunga durata (0landa-Indonesia; Francia-Vietnam).
La guerra, sorta dallo sviluppo ineguale del capitalismo nei diversi paesi, ha portato una nuova accentuazione di questa ineguaglianza di sviluppo. Di tutte le potenze capitalistiche, una sola – gli Stati Uniti d’ America – è uscita dalla guerra senza essere indebolita, ma considerevolmente rafforzata economicamente e militarmente. I capitalisti americani si sono abbondantemente arricchiti con la guerra. Nello stesso tempo, il popolo americano non ha sofferto le privazioni derivanti dalla guerra né il giogo dell’occupazione, né i bombardamenti aerei, e le vittime umane degli S.U., in confronto a quelle degli altri paesi, non sono state numerose, avendo gli Stati Uniti preso parte di fatto solo all’ultima fase della guerra, quando la sorte di questa era già decisa. Per gli Stati Uniti la guerra ha servito soprattutto come impulso a un vasto sviluppo della produzione industriale a al rafforzamento decisivo dell’esportazione (principalmente in Europa).

I problemi dell’economia americana in funzione
degli interessi monopolistici

La fine della guerra ha posto agli Stati Uniti una serie di nuovi problemi. I monopoli capitalistici si sono sforzati di mantenere il livello elevato dei profitti raggiunto durante la guerra. A questo scopo, essi hanno cercato di fare in modo che la mole delle ordinazioni del tempo di guerra non venisse ridotta. Per raggiungere questo obbiettivo era però necessario che gli S.U. conservassero tutti i mercati esteri che assorbivano durante la guerra la produzione americana e in più conquistassero nuovi mercati, poiché in seguito alla guerra la capacità di acquisto della maggioranza degli Stati è nettamente diminuita. Anche la dipendenza finanziaria – economica di questi Stati dagli Stati Uniti d’America è aumentata. Gli Stati Uniti d’America hanno collocato all’estero crediti per la somma di 19 miliardi di dollari, esclusi gli investimenti nella banca internazionale e nel fondo internazionale delle divise. I principali concorrenti degli Stati Uniti d’America – la Germania e il Giappone – sono scomparsi dal mercato mondiale, circostanza questa che ha creato nuove e grandissime possibilità per gli Stati Uniti.

Il nuovo corso espansionistico dell’imperialismo
americano

Se prima della seconda guerra mondiale, i circoli reazionari più influenti dell’imperialismo americano seguivano una politica isolazionista e si astenevano dall’intervenire attivamente negli affari dell’Europa e dell’Asia, nelle nuove condizioni del dopoguerra i padroni di Wall Street fanno un’altra politica. Essi hanno tracciato un programma di utilizzazione di tutta la potenza americana, non soltanto per conservare e consolidare le posizioni conquistate all’estero durante la guerra, ma anche per estenderle al massimo, sostituendosi sul mercato mondiale alla Germania, al Giappone e all’Italia. L’enorme indebolimento della potenza economica degli Stati capitalistici ha creato la possibilità di sfruttare a scopo di speculazione le difficoltà economiche del dopoguerra poiché queste rendono più facile la sottomissione di questi Stati al controllo degli Stati Uniti. In particolare è stata creata la possibilità di utilizzare le difficoltà economiche del dopoguerra della Gran Bretagna. Gli Stati Uniti d’America hanno proclamato un nuovo corso, apertamente conquistatore ed espansionistico.
Lo scopo che si pone il nuovo corso apertamente espansionistico degli Stati Uniti d’America è quello di stabilire il dominio mondiale americano. Allo scopo di consolidare la situazione di monopolio degli Stati Uniti sui mercati, creatasi in seguito alla scomparsa dei due più grandi concorrenti degli Stati Uniti, la Germania e il Giappone, e allo scopo di indebolire i soci capitalistici degli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia, il nuovo corso della politica degli Stati Uniti si fonda su un vasto programma di misure d’ordine militare, economico e politico, le quali tendono a stabilire in tutti i
paesi che sono oggetto dell’espansione degli Stati Uniti il dominio politico ed economico degli Stati Uniti stessi, a ridurre questi paesi allo stato di satelliti degli Stati Uniti, a stabilire in essi regimi interni tali che tolgano ogni ostacolo da parte del movimento operaio e democratico allo sfruttamento da parte del capitale americano. Questo nuovo corso della loro politica gli Stati Uniti cercano di estenderlo attualmente non soltanto ai nemici di ieri e agli Stati neutrali, ma in misura sempre più grande anche ai loro alleati durante
la guerra.
Un’attenzione speciale viene rivolta allo sfruttamento delle difficoltà economiche dell’Inghilterra, alleata e nello stesso tempo da lunga data rivale e concorrente capitalista degli Stati Uniti. Il piano espansionistico americano ha per punto di partenza la considerazione che non soltanto non bisogna allentare la morsa della dipendenza economica dagli Stati Uniti, nella quale l’Inghilterra è caduta durante la guerra, ma al contrario rafforzare la pressione sull’Inghilterra, al fine di strapparle a poco a poco il controllo sulle colonie, scacciare l’Inghilterra dalle sue sfere di influenza e ridurla alla condizione di potenza vassalla.
Così la nuova politica degli Stati Unti tende a consolidare la loro posizione di monopolio e ad assoggettare e mettere alla loro dipendenza i loro soci capitalisti.

Gli ostacoli sulla strada dell’imperialismo americano

Ma sulla via delle loro aspirazioni al dominio mondiale, gli Stati Uniti urtano contro l’U.R.S.S., con la loro crescente influenza internazionale come bastione della politica antimperialista e antifascista urtano contro i paesi di nuova democrazia, sfuggiti al controllo dell’imperialismo anglo-americano, urtano contro gli operai di tutti i paesi, compresi quelli dell’America stessa, che non vogliono nuove guerre per il rafforzamento dei loro oppressor1. Per questo il nuovo piano espansionistico e reazionario della politica degli Stati Uniti mira alla lotta contro l’U.R.S.S., contro i paesi di nuova democrazia, contro il movimento operaio degli Stati Uniti, contro le forze anti-imperialistiche di liberazione in tutti i paesi.

Il pretesto della difesa contro il comunismo

I reazionari americani, inquieti per i successi del socialismo nell’U.R.S.S., per i successi dei paesi di nuova democrazia e per lo sviluppo del movimento operaio e democratico in tutti i paesi del mondo intiero, dopo la guerra, sono inclini ad assumersi il compito di “salvatori” del sistema capitalistico dal comunismo.
In questo modo il programma schiettamente espansionistico degli Stati Uniti richiama straordinariamente il fallito programma d’avventura degli aggressori fascisti, i quali pure, come noto, pretendevano al dominio su tutto il mondo. Così come gli hitleriani, mentre preparavano le loro aggressioni brigantesche, per assicurarsi la possibilità d’opprimere e d’asservire tutti i popoli e in primo luogo il loro popolo, si coprivano con la maschera dell’anticomunismo, nello stesso modo gli odierni circoli dirigenti degli Stati Uniti, tentano di mascherare la loro politica d’espansione, e persino la loro offensiva contro gli interessi vitali dei loro concorrenti imperialisti divenuti più deboli (Inghilterra), con compiti di sedicente difesa anticomunista. La corsa febbrile degli armamenti, la costruzione di nuove basi belliche e la creazione di punti d’appoggio per le forze armate americane in tutte le parti del mondo, vengono presentate con farisaica ipocrisia come misure di “difesa” contro una immaginaria minaccia militare da parte dell’U.R.S.S. La diplomazia americana, che opera coi metodi della minaccia, della corruzione e del ricatto, strappa facilmente agli altri paesi capitalistici, e in primo luogo all’Inghilterra, il consenso al consolidamento legale delle vantaggiose posizioni americane in Europa e in Asia (nelle zone occidentali della Germania, in Austria, in Italia, in Grecia, in Turchia, in Egitto, nell’Iran, nell’Afghanistan, in Cina, in Giappone, ecc.).

Il fronte contro l’U.R.S.S. per una guerra preventiva

Gli imperialisti americani, i quali considerano se stessi come la forza principale che si oppone all’U.R.S.S., ai paesi di nuova democrazia, al movimento operaio e democratico di tutti i paesi del mondo, come il bastione delle forze reazionarie, antidemocratiche del mondo intiero si sono accinti, letteralmente il giorno dopo ha fine della seconda guerra mondiale, a riorganizzare un fronte ostile all’URSS. e alla democrazia mondiale e ad incoraggiare le forze reazionarie e antipopolari. I capitalisti collaborazionisti dei vecchi paesi europei, liberati dal giogo hitleriano, hanno cominciato a organizzare la loro vita secondo la loro volontà.
I politicanti imperialisti più arrabbiati, perduto ogni equilibrio, hanno incominciato, al seguito di Churchill, a preparare piani allo scopo di organizzare il più rapidamente possibile una guerra preventiva contro l’U.R.S.S., facendo apertamente appello all’utilizzazione contro i popoli sovietici del temporaneo monopolio americano dell’arma atomica. Gli istigatori della nuova guerra tentano di spaventare e ricattare non soltanto l’U.R.S.S., ma anche gli altri paesi, e in particolare la Cina e l’India, rappresentando calunniosamente l’U.R.S.S. come un possibile aggressore, e presentando se stessi come “amici” della Cina e dell’India, come “salvatori” dal pericolo comunista, chiamati ad “aiutare” i più deboli. In questo modo viene assolto il compito di tenere soggette all’imperialismo l’India e la Cina e di prolungare il loro asservimento politico ed economico.

Nuovo schieramento delle forze politiche del dopoguerra e formazione di 2 campi:
imperialista antidemocratico e antimperialista democratico

I profondi cambiamenti avvenuti nella situazione internazionale e nella situazione dei diversi paesi in seguito alla guerra, hanno cambiato tutto il quadro politico mondiale. Si è formato un nuovo schieramento delle forze politiche. Quanto più ci allontaniamo dalla fine della guerra, tanto più nette risultano le due principali direzioni della politica mondiale del dopoguerra, corrispondenti allo schieramento in due campi principali delle forze politiche che operano nell’arena mondiale: da una parte il campo imperialista e antidemocratico e dall’altro il campo antimperialista e democratico.

Il campo imperialista

Gli Stati Uniti sono la principale forza dirigente del campo imperialista. L’Inghilterra e la Francia procedono assieme agli Stati Uniti, e l’esistenza di un governo laburista Attlee-Bevin in Inghilterra e di un nuovo governo socialista Ramadier in Francia, non impediscono all’Inghilterra e alla Francia di procedere, in tutte le questioni principali, nella scia della politica imperialista degli Stati Uniti in qualità di loro satelliti. Il campo imperialista è sostenuto anche dagli Stati coloniali, come il Belgio e l’Olanda, dai paesi a regime reazionario e antidemocratico, come la Turchia e la Grecia, e anche dai paesi dipendenti politicamente ed economicamente dagli Stati Uniti, come il vicino Oriente, l’America del Sud, la Cina.
Lo scopo principale del campo imperialista consiste nel rafforzare l’imperialismo, nel preparare una nuova guerra imperialista, nel lottare contro il socialismo e la democrazia e nel sostenere ovunque i regimi e i movimenti filo-fascisti, reazionari e antidemocratici.
A questo fine, il campo imperialista non esita ad appoggiarsi alle forze reazionarie e antidemocratiche in tutti i paesi ed a sostenere I nemici di guerra di ieri contro i suoi alleati di guerra.

Il campo antimperialista

Le forze antimperialiste formano l’altro campo. L’U.R.S.S. e i paesi di nuova democrazia ne sono i pilastri. Ne fanno parte anche i paesi che hanno rotto con l’imperialismo e che si sono risolutamente posti sulla strada dello sviluppo democratico, come la Romania, l’Ungheria, la Finlandia. Al campo antimperialista aderiscono, l’Indonesia, il Viet-Nam, e con esso simpatizzano l’India, l’Egitto, la Siria. Il campo antimperialista si appoggia al movimento operalo e democratico, ai partiti comunisti fratelli in tutti i paesi, ai combattenti del movimento di liberazione nazionale nelle colonie e nei paesi dipendenti, a tutte le forze progressive democratiche che esistono in ogni paese. Suo scopo è la lotta contro le minacce di nuove guerre e di espansione imperialistica, per il consolidamento della democrazia e per l’eliminazione dei residui del fascismo.
La fine della seconda guerra mondiale ha posto i popoli amanti della libertà davanti all’importantissimo compito di assicurare una pace democratica duratura, consolidando la vittoria sul fascismo. Nell’adempimento di questo compito fondamentale del dopo guerra, spetta all’Unione Sovietica e alla sua politica estera una funzione dirigente. Ciò dipende dalla natura dello Stato Sovietico socialista, profondamente alieno da qualsiasi stimolo all’aggressione e allo sfruttamento, e interessato a creare le condizioni più favorevoli per realizzare la costruzione della società comunista. Una di queste condizioni è la pace.

Funzione dirigente dell’Unione Sovietica

L’Unione Sovietica, incarnazione di un sistema sociale nuovo e superiore, riflette, nella sua politica estera, le speranze di tutta l’umanità progressiva che aspira a una pace duratura e non può essere interessata a una nuova guerra generata dal capitalismo.
L’Unione Sovietica, fedele combattente per la libertà e l’indipendenza di tutti i popoli, è nemica dell’oppressione nazionale e di razza, dello sfruttamento coloniale in qualsiasi forma. Il cambiamento avvenuto, in seguito alla seconda guerra mondiale, nel rapporto delle forze tra il mondo capitalista e il mondo socialista, ha accresciuto ancor più l’importanza della politica estera dello Stato sovietico e ne ha esteso il raggio d’azione.
Di fronte al compito di assicurare una giusta pace democratica si è operato il raggruppamento delle forze del campo antimperialista e antifascista. Su questa base è nata e si è rafforzata la cooperazione amichevole dell’U.R.S.S. con i paesi democratici in tutti i problemi di politica estera.

I paesi di nuova democrazia nel campo antimperialista

Questi paesi, e in primo luogo i paesi di nuova democrazia – Jugoslavia, Polonia, Cecoslovacchia, Albania – che hanno avuto una funzione importante nella guerra di liberazione contro il fascismo, come pure la Bulgaria, la Romania, l’Ungheria, e parzialmente la Finlandia, si sono aggregati al fronte antifascista, e sono divenuti nel dopo-guerra tenaci combattenti per la pace, per la democrazia, per la loro libertà e indipendenza, contro tutti i tentativi fatti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra per farli retrocedere e trascinarli nuovamente sotto il giogo dell’imperialismo.

Prime manovre reazionarie dei circoli imperialistici

I successi e il crescente prestigio internazionale del campo democratico, non sono graditi agli imperialisti. Già durante la seconda guerra mondiale, in Inghilterra e negli Stati Uniti, l’attività delle forze reazionarie era in costante aumento e tendeva a minare l’azione coordinata delle potenze alleate, a trascinare la guerra per le lunghe, a dissanguare totalmente l’U.R.S.S.,e a salvare gli aggressori fascisti dalla disfatta completa.
II sabotaggio del secondo fronte da parte degli imperialisti anglo-americani capeggiati da Churchill rifletteva chiaramente questa tendenza, che è, in fondo, la continuazione della “politica di Monaco” nella mutata situazione. Ma, finché la guerra continuava, i circoli reazionari dell’Inghilterra e degli Stati Uniti non osavano prendere apertamente posizione contro l’Unione Sovietica e i paesi democratici, comprendendo benissimo che, in tutti i paesi, le masse popolari erano senza riserve dalla loro parte. Ma negli ultimi mesi di guerra, la situazione cominciò a modificarsi. Già nel corso delle trattative alla Conferenza delle tre Potenze a Berlino, nel luglio 1945, gli imperialisti anglo-americani manifestarono il loro proposito di non tener conto dei legittimi interessi dell’U.R.S.S. e dei paesi democratici.

La politica dell’U.R.S.S. e degli stati democratici

Nel corso degli ultimi due anni, la politica estera dell’Unione Sovietica e dei paesi democratici è stata una politica di lotta per attuare conseguentemente, nel mondo uscito dalla guerra, i principi democratici. Gli Stati del campo antimperialista sono stati combattenti fedeli e risoluti nella lotta per la realizzazione di questi principi, senza scostarsene di un solo punto. Per questo la politica estera degli Stati democratici, nel dopoguerra ha come compito principale la lotta per una pace democratica, la liquidazione dei resti del fascismo, la lotta per impedire una nuova aggressione imperialista fascista, per il consolidamento dei principi d’uguaglianza dei diritti di tutti i popoli, e per il rispetto della loro sovranità, per la riduzione generale degli armamenti in genere e il divieto delle armi più distruttive, destinate allo sterminio in massa della popolazione pacifica.
Nell’adempimento di tutti questi compiti, la diplomazia Sovietica e la diplomazia degli Stati democratici si sono urtate alla resistenza della diplomazia anglo-americana, che, dopo la guerra, segue costantemente e coerentemente la linea della rinuncia a tutti i principi comuni proclamati dagli Alleati durante la guerra, per la organizzazione della pace, conso1idamnto della democrazia, con una nuova politica diretta alla rottura della pace generale, alla difesa degli elementi fascisti e alla persecuzione della democrazia in tutti i paesi.
L’azione concorde della diplomazia dell’U.R.S.S. e degli Stati democratici diretta a risolvere il problema della riduzione degli armamenti e della proibizione dell’arma più distruttiva – la bomba atomica – ha un’immensa importanza. Per iniziativa dell’Unione Sovietica, è stata presentata all’Organizzazione delle Nazioni Unite una proposta di riduzione generale degli armamenti e di proibizione, di urgenza, della produzione e della utilizzazione dell’energia atomica per scopi di guerra. Questa proposta del Governo sovietico ha cozzato contro la resistenza accanita degli Stati Uniti e dell’Inghilterra. Tutti gli sforzi degli ambienti imperialisti tendevano al sabotaggio di questa decisione, come hanno dimostrato gli infiniti e sterili emendamenti e gli ostacoli e le dilazioni senza fine destinati a impedire qualsiasi misura pratica effettiva.
L’attività dei delegati dell’U.R.S.S. e dei paesi democratici nelle istanze dell’Organizzazione delle Nazioni Unite riveste un carattere di lotta quotidiana, sistematica, tenace, per i principi democratici di cooperazione internazionale e per la denuncia degli intrighi dei cospiratori imperialisti contro la pace e la sicurezza dei popoli.
Ciò si è visto in modo particolarmente chiaro, ad esempio, nell’esame della situazione al1e frontiere settentrionali della Grecia. L’Unione Sovietica e la Polonia sono intervenute energicamente contro il tentativo di utilizzare il Consiglio di Sicurezza per screditare la Jugoslavia, la Bulgaria, l’Albania, falsamente accusate dagli imperialisti di atti di aggressione contro la Grecia.

La coesistenza tra capitalismo e socialismo presupposto
della politica estera Sovietica

La politica estera sovietica ha come presupposto la coesistenza, per un lungo periodo, di quei due sistemi: il capitalismo e il socialismo. Da ciò deriva la possibilità di cooperazione tra l’U.R.S.S. e i paesi che hanno un altro sistema, a condizione che sia rispettato il principio di reciprocità e che gli impegni presi vengano eseguiti. E’ noto che l’U.R.S.S. è sempre stata e rimane fedele agli impegni presi. L’Unione Sovietica ha dimostrato la sua volontà e il suo desiderio di cooperazione.
L’Inghilterra e l’America conducono nell’organizzazione delle Nazioni Unite una politica completamente opposta. Esse fanno di tutto per sottrarsi agli impegni presi anteriormente e aver le mani libere per condurre una nuova politica fondata non sulla collaborazione tra i popoli, ma tendente a metterli gli uni contro gli altri, a violare i diritti e gli interessi dei popoli democratici e a isolare l’U.R.S.S.
La politica sovietica segue la linea di una leale osservanza dei rapporti di buon vicinato con tutti gli Stati che manifestano il desiderio della collaborazione. L’Unione Sovietica è sempre stata, è, e sarà sempre fedele amica e alleata dei paesi che sono suoi veri amici e alleati.
La politica estera sovietica è diretta ad estendere ancora gli aiuti amichevoli dell’U.R.S.S. a questi paesi.
La politica estera dell’U.R.S.S., difendendo la causa della pace respinge le idee di vendetta contro i popoli vinti.
Come è noto, l’U.R.S.S. è per la formazione di una Germania unita, amante della libertà, smilitarizzata, democratica. Definendo la politica sovietica verso la Germania, il compagno Stalin ha detto: ”In breve, la politica della
Unione Sovietica nella questione tedesca si riassume nella smilitarizzazione e la democratizzazione della Germania. La smilitarizzazione e la democratizzazione della Germania sono una delle più importanti condizioni per instaurare una pace
duratura e solida”. Tuttavia, questa politica dello Stato sovietico verso la Germania cozza contro la resistenza accanita degli ambienti imperialisti degli Stati Uniti e dell’Inghilterra.
La Sessione del Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri, tenutasi a Mosca nel marzo-aprile 1947, ha dimostrato che gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia sono pronti non soltanto a far fallire la democratizzazione e la smilitarizzazione della Germania, ma anche a liquidare la Germania, come Stato unico, a smembrarla e a risolvere separatamente il problema della pace.
La realizzazione di questa politica procede nelle nuove condizioni, che si sono create da quando l’America ha rotto con l’antica politica di Roosevelt ed è passata a una nuova politica, a una politica di preparazione di nuove avventure
militari.

IL PIANO AMERICANO D’ASSERVIMENTO
DELL’EUROPA

Politica estera e politica interna dell’imperialismo
americano

Il passaggio dell’imperialismo americano a una politica aggressiva e apertamente espansionistica dopo la fine della seconda guerra mondiale si riflette sia nella politica estera, che nella politica interna degli Stati Uniti. Essi danno un appoggio attivo alle forze antidemocratiche reazionarie, nel mondo intiero, rendono inefficienti le decisioni di Potsdam tendenti alla democratizzazione e alla smilitarizzazione della Germania, proteggono i reazionari giapponesi, intensificando i preparativi militari, accumulano riserve di bombe atomiche e tutto ciò è accompagnato da un’offensiva contro i diritti
elementari e democratici dei lavoratori all’interno degli Stati Uniti.
Benché gli Stati Uniti siano stati relativamente poco colpiti dalla guerra, la schiacciante maggioranza degli americani non vuol saperne di una nuova guerra e dei sacrifici e delle restrizioni che ne derivano. Ciò spinge il capitale monopolistico e i suoi servitori nei circoli dirigenti degli Stati Uniti a cercare mezzi straordinari per spezzare l’opposizione interna alla politica aggressiva ed espansionistica onde avere le mani libere per sviluppare questa pericolosa politica.
Ma la campagna contro il comunismo, proclamata dai circoli dirigenti americani, che si appoggiano ai monopoli capitalistici, ha come conseguenza logicamente inevitabile, la violazione dei diritti e degli interessi vitali dei lavoratori americani, la fascistizzazione interna della vita politica degli Stati Uniti, la diffusione delle più selvagge e inumane “teorie” e concezioni. I gruppi espansionistici americani, che sognano la preparazione di una terza guerra mondiale, sono profondamente interessati a soffocare all’interno del paese ogni resistenza possibile alle avventure esterne, ad avvelenare di sciovinismo e di militarismo le masse politicamente arretrate e poco colte degli americani medi, ad abbrutire il piccolo borghese americano con vari mezzi di propaganda antisovietica, anticomunista, come, ad esempio, il cinema, la radio, la chiesa e la stampa. La politica estera espansionistica, ispirata e guidata dalla reazione americana, prevede un’attività simultanea in tutte le direzioni.

Il piano strategico – militare

1) Misure strategiche militari;
2) Espansione economica;
3) Lotta ideologica.

La realizzazione dei piani strategici militari, per le future aggressioni è legata con la tendenza a utilizzare in pieno l’apparato di produzione militare degli Stati Uniti, che si è accresciuto considerevolmente verso la fine della seconda guerra mondiale.
L’imperialismo americano conduce una politica sistematica di militarizzazione del paese. Negli Stati Uniti, le spese annuali per l’esercito la flotta ammontano a più di 11 miliardi di dollari. Nel 1947-48 gli Stati Uniti hanno destinato al mantenimento delle loro forze armate il 35% del bilancio, vale a dire 11 volte più che nel 1937-38.
All’inizio della seconda guerra mondiale, l’esercito degli Stati Uniti occupava il 17° posto fra gli eserciti dei paesi capitalistici; oggi esso occupa il primo posto. Parallelamente all’accumulazione delle bombe atomiche, gli strateghi americani non si vergognano di dire che negli Stati Uniti si preparano armi batteriologiche.
II piano strategico militare degli Stati Uniti prevede la creazione in tempo di pace di numerose basi e piazze d’armi molto lontane dal continente americano e destinate a essere utilizzate per scopi d’aggressione contro l’U.R.S.S. e i paesi di nuova democrazia. Le basi americane, militari, aeree e navali esistono o sono in via di creazione nell’Alaska, in Giappone, in Italia, nella Corea meridionale, in Cina, in Egitto, nell’Iran, in Turchia, in Grecia, in Austria e nella Germania occidentale. Una missione militare americana opera nell’Afghanistan e anche nel Nepal. Si fanno febbrili preparativi per l’utilizzazione dell’Artico ai fini di una aggressione militare.
Benché la guerra sia finita da molto tempo, l’alleanza militare tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti continua a sussistere e così anche lo Stato Maggiore unificato delle forze armate anglo-americane. Sotto l’insegna di un accordo per la standardizzazione degli armamenti, gli Stati Uniti hanno esteso il loro controllo sulle forze armate e sui piani militari degli altri paesi, in primo luogo dell’Inghilterra e del Canada. Sotto l’insegna della difesa comune dell’emisfero occidentale, i paesi dell’America latina stanno entrando nell’orbita dei piani di espansione militari degli Stati Uniti.

II governo degli Stati Uniti ha annunciato che il suo compito ufficiale era di aiutare la modernizzazione dell’esercito turco. L’esercito del Kuomintang reazionario viene istruito sotto la guida di ufficiali americani e viene dotato di armi e mezzi tecnici americani.
La cricca militare diviene una forza politica attiva negli Stati Uniti, e fornisce su larga scala uomini di Stato e diplomatici, che danno un orientamento militaristico aggressivo a tutta la politica del paese.
L’espansione economica degli Stati Uniti ha una grande importanza nella realizzazione del piano strategico.

Il piano economico

L’imperialismo americano si sforza, come un usuraio, di sfruttare le difficoltà in cui si dibattono, dopo la guerra, paesi europei, e soprattutto la penuria di materie prime, di combustibili e di derrate alimentari nei paesi alleati che hanno maggiormente sofferto della guerra, per imporre loro condizioni schiavistiche di aiuto.
In previsione della crisi economica imminente, gli Stati Uniti si affrettano a trovare nuove sfere monopolistiche per l’investimento dei capitali e per la vendita delle merci. L’“aiuto economico” degli Stati Uniti persegue lo scopo di asservire l’Europa al capitale americano. Quanto più la situazione economica di un paese è grave, tanto più dure sono le condizioni che i monopoli americani si sforzano di imporgli.
Ma il controllo economico porta con sé anche la dipendenza politica dall’imperialismo americano. Cos l’estensione delle sfere d’inf1uenza dei monopoli americani si accompagna, per gli Stati Uniti, con l’acquisto di nuove basi militari per la lotta contro le nuove forze democratiche dell’Europa. I monopoli americani, “salvando” un paese qualunque dalla fame e dalla rovina, pretendono di privarlo di ogni indipendenza. L’”aiuto” americano porta con se quasi automaticamente un cambiamento della linea politica del paese che riceve questo “aiuto”; vanno al potere partiti e personalità obbedienti alle direttive di Washington, pronti a realizzare nella loro politica interna ed estera il programma desiderato dagli Stati Uniti (Francia, Italia, ecc.).

La campagna ideologica

Infine, la tendenza degli Stati Uniti al dominio mondiale e la loro politica antidemocratica, comportano anche una lotta ideologica. La parte ideologica del piano strategico americano ha principalmente il compito di ricattare l’opinione pubblica, diffondere calunnie sulla pretesa aggressività dell’Unione Sovietica e dei paesi di nuova democrazia, al fine di poter così presentare il blocco anglo-sassone nella veste di un preteso blocco difensivo e scaricarlo delle sue responsabilità nella preparazione di una guerra. La popolarità dell’Unione Sovietica all’estero si è considerevolmente accresciuta durante la seconda guerra mondiale. Per la sua lotta eroica, piena di abnegazione, contro l’imperialismo, l’Unione Sovietica ha meritato l’amore e il rispetto dei lavoratori di tutti i paesi. La potenza militare ed economica dello Stato socialista e la forza indistruttibile dell’unità morale e politica della società sovietica sono state chiaramente confermate davanti al mondo intiero. Gli ambienti reazionari degli Stati Uniti e dell’Inghilterra si domandano, con affanno, come dissipare l’impressione incancellabile che l’ordinamento socialista produce sugli operai e i lavoratori del mondo intiero. Gli istigatori di guerra comprendono benissimo che, per avere la possibilità di mandare i loro soldati a battersi contro l’Unione Sovietica, è necessaria una lunga preparazione ideologica.
Nella loro lotta ideologica contro l’U.R.S.S.. gli imperialisti americani, che si orientano male nei problemi politici e danno prova di ignoranza, agitano innanzi tutto l’idea di un’Unione Sovietica che sarebbe una forza antidemocratica, totalitaria, mentre la democrazia sarebbe rappresentata dagli
Stati Uniti, dall’Inghilterra e da tutto il mondo capitalistico.
Questa piattaforma della lotta ideologica – difesa della pseudo-democrazia borghese e accusa di totalitarismo al comunismo – unisce tutti i nemici della classe operaia senza eccezione, dai magnati del capitalismo fino ai capi dei partiti socialisti di destra, i quali, con grande premura, s’impadroniscono di qualsiasi calunnia antisovietica suggerita dai loro padroni imperialisti.
Il punto centrale di questa scaltra propaganda consiste nell’affermare che l’esistenza di più partiti e di una opposizione organizzata della minoranza sarebbe l’indice di una vera democrazia. Su questa base, i laburisti inglesi, che non risparmiano le loro forze per lottare contro il comunismo, vorrebbero scoprire nell’U.R.S.S. classi antagonistiche con la relativa lotta di partiti. Ignoranti in politica, essi non possono riuscire a comprendere che già da molto tempo nell’U.R.S.S. non vi sono più capitalisti e proprietari fondiari, non vi sono più classi antagonistiche, e pertanto non vi sono parecchi partiti. Essi avrebbero voluto avere in U.R.S.S. I partiti cari al loro cuore, i partiti borghesi, ivi compresi i partiti pseudo-socialisti in qualità di agenzie imperialistiche. Ma, per loro sventura, la storia ha condannato a scomparire questi partiti borghesi sfruttatori.
E mentre non risparmiano le parole per diffondere calunnie contro il regime sovietico, i laburisti e gli altri avvocati della democrazia borghese, trovano del tutto normale la sanguinosa dittatura della minoranza fascista sul popolo in
Grecia e in Turchia; chiudono gli occhi sulle numerose, vergognose infrazioni alle norme stesse della democrazia formale nei paesi borghesi; passano sotto silenzio il giogo nazionale e di razza, la corruzione, la sfacciata usurpazione dei diritti democratici negli Stati Uniti.

Contro i principi della sovranità nazionale

Una delle linee della “campagna” ideologica che accompagna i piani di asservimento dell’Europa è l’attacco contro i principi di sovranità nazionale, l’appello all’abbandono dei diritti sovrani del popoli e la contrapposizione a questi principi e diritti dell’idea di un “governo mondiale”. Il senso di questa campagna consiste nel presentar sotto una luce favorevole l’espansione sfrenata dell’imperialismo americano, che colpisce sfrontatamente i diritti sovrani dei popoli, e nel presentare gli Stati Uniti in veste di campioni delle leggi umane, e coloro che resistano alla penetrazione americana in veste di fautori di un nazionalismo “egoistico” e sorpassato. L’idea di un “governo mondiale”, ripresa da intellettuali borghesi sognatori e pacifisti, è utilizzata non soltanto come mezzo di pressione allo scopo di disarmare moralmente i popoli che difendono la loro indipendenza dagli attentati dell’imperialismo americano, ma anche come parola d’ordine particolarmente opposta all’Unione Sovietica, che difende fermamente e sistematicamente il principio della effettiva uguaglianza dei diritti e della salvaguardia dei diritti sovrani di tutti i popoli, grandi e piccoli.
Nelle condizioni attuali, i paesi imperialistici, come gli Stati Uniti, l’Inghilterra e gli Stati che stanno al loro fianco, diventano nemici pericolosi dell’indipendenza nazionale e della auto-decisione dei popoli, mentre l’Unione Sovietica e i paesi di nuova democrazia sono un sicuro baluardo per la difesa dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodecisione nazionale dei popoli.
E’ assai caratteristico che gli avamposti militari e politici americani, tipo Bullit, i capi dei sindacati gialli tipo Green, i socialisti francesi capeggiati da Blum, apologeta patentato del capitalismo, il socialdemocratico tedesco Schumacher e i capi laburisti tipo Bevin, collaborino strettamente alla realizzazione del piano ideologico tracciato dall’imperialismo americano.

COME SI REALIZZA
L’ESPANSIONISMO AMERICANO:
DOTTRINA TRUMAN E PIANO MARSHALL

La “dottrina Truman” e il “piano Marshall” sono, nelle condizioni attuali degli Stati Uniti, l’espressione concreta degli sforzi espansionistici. In fondo, questi due documenti sono l’espressione d’una medesima politica, benché essi si distinguano nella forma in cui è presentata nei due documenti la pretesa americana di asservire 1’Europa.

La dottrina Truman

Per quel che concerne l’Europa, le principali linee della “dottrina Truman” sono le seguenti:
1) creazione di basi americane nella parte orientale del bacino mediterraneo al fine di consolidare il dominio americano in questa zona;
2) appoggio dimostrativo ai regimi reazionari in Grecia e in Turchia, in quanto bastioni dell’imperialismo americano contro la nuova democrazia nei Balcani (aiuto militare e tecnico alla Grecia e alla Turchia, concessioni di prestiti);
3) pressione ininterrotta sugli Stati di nuova democrazia, che si esprime con false accuse di totalitarismo e di tendenze espansionistiche, con attacchi contro le basi del nuovo regime democratico, con una continua ingerenza negli affari interni di questi paesi, con l’appoggio a tutti gli elementi antistatali, antidemocratici all’interno dei singoli paesi, con la rottura dimostrativa dei rapporti economici con questi paesi al fine di creare loro delle difficoltà economiche, di frenare il loro sviluppo economico, di far fallire la loro industrializzazione, ecc.
La “dottrina Truman”, la quale prevede l’offerta di aiuti americani a tutti i regimi reazionari che agiscono attivamente contro i popoli democratici, riveste un carattere apertamente aggressivo. La sua pubblicazione ha provocato un certo impaccio persino negli ambienti dei capitalisti americani abituati a tutto. Negli Stati Uniti e in altri paesi, gli elementi progressivi hanno protestato energicamente contro il carattere provocatorio, apertamente imperialista dell’intervento di Truman.

Il piano Marshall

L’accoglienza sfavorevole che è stata fatta alla “dottrina di Truman” ha reso necessario il “piano Marshall” che è un tentativo più velato di condurre questa stessa politica di espansione.
L’essenza delle formule velate, intenzionalmente ingarbugliate del “piano Marshall” consiste nella formazione di un blocco di Stati legati con regolari impegni agli Stati Uniti e nell’offerta di crediti americani agli Stati europei in pagamento della rinuncia alla loro indipendenza economica e, in seguito, alla loro indipendenza politica. E’ inoltre fondamentale nel “piano Marshall” la ricostruzione delle regioni industriali della Germania occidentale controllate dai monopoli americani.
Dalle riunioni e dagli interventi degli uomini di Stato americani, che si sono susseguiti, risulta che in sostanza il piano Marshall non è un piano di aiuto, in primo luogo, ai paesi vincitori impoveriti, agli alleati dell’America nella lotta contro la Germania, ma un’offerta di aiuto ai capitalisti tedeschi, perché controllino le principali sorgenti di carbone e di metalli, necessari all’Europa e alla Germania, ponendo gli Stati che hanno bisogno di carbone e di metalli sotto la dipendenza della potenza economica tedesca, in via di restaurazione.
Malgrado che il “piano Marshall” preveda la definitiva decadenza dell’Inghilterra, come della Francia, a potenze di secondo ordine, il governo laburista di Attlee in Inghilterra e il governo socialista di Ramadier in Francia, si sono aggrappati al “piano Marshall” come a una tavola di salvezza. Si sa che l’Inghilterra ha già quasi consumato il prestito americano di 3.750 milioni di dollari concessole nel 1946. Si sa inoltre che le condizioni servili di questo prestito hanno legato l’Inghilterra mani e piedi. Il governo laburista dell’Inghilterra, ormai preso al laccio della sua dipendenza finanziaria dagli Stati Uniti, non vede altra via di uscita che quella di ottenere altri prestiti. Per questo ha accolto il “piano Marshall” come una via di scampo dal vicolo cieco economico in cui si è cacciato, come una possibilità di ottenere nuovi crediti.
Inoltre, gli uomini politici inglesi avevano contato di sfruttare la creazione del blocco dei paesi dell’Europa Occidentale – debitori degli Stati Uniti – per tentare di assicurarsi, all’interno del blocco stesso, la parte di principale agente americano, e di poter forse salvarsi a spese dei paesi deboli. La borghesia inglese, va utilizzando il “piano Marshall”, rendendo servizi ai monopoli americani e sottomettendosi al loro controllo; sognava di poter ricuperare le posizioni perdute in certi paesi e, in particolare, di poter ristabilire le sue posizioni sulla regione balcanica e danubiana.
Al fine di dare una maggiore apparenza di “obiettività” alle proteste americane, è stato deciso di includere nelle liste dei promotori della realizzazione del “piano Marshall” anche la Francia, che già aveva mezza sacrificata la sua sovranità nazionale in favore degli Stati Uniti, poiché la concessione del credito alla Francia nel maggio 1947, da parte degli Stati Uniti era stata condizionata all’allontanamento dei comunisti dal governo.
Su direttive di Washington, i governi d’Inghilterra e di Francia avevano invitato l’Unione Sovietica a partecipare all’esame delle proposte Marshall. Questo invito aveva lo scopo di mascherare il carattere ostile all’U.R.S.S. di tali proposte. Ben sapendo in precedenza che l’U.R.S.S. si sarebbe rifiutata di discutere le proposte di soccorso americano sulla base delle condizioni formulate da Marshall, si era calcolato di poterne approfittare per tentare di mettere a carico dell’U.R.S.S. la responsabilità di “non voler contribuire alla ricostruzione economica dell’Europa”, e in questo modo schierare contro l’U.R.S.S. i paesi europei che necessitano realmente di aiuto. Se, al contrario, l’U.R.S.S. avesse accettato di partecipare alle trattative, sarebbe stato facile trascinare alla trappola della “ricostruzione economica dell’Europa con l’aiuto dell’America” i paesi dell’Est e del Sud-Est dell’Europa. Mentre il piano Truman puntava sull’intimazione terroristica contro questi paesi, il “piano Marshall” aveva l’obbiettivo di saggiare la stabilità della loro situazione economica, tentare di lusingarli e di legarli in seguito mediante un “aiuto” in dollari.
Il “piano Marshall” era destinato, in questo caso, a contribuire alla realizzazione di uno dei compiti più importanti del programma americano generale: ristabilire il potere dell’imperialismo sui paesi di nuova democrazia, obbligando questi paesi a rinunciare alla loro cooperazione economica e politica con l’Unione Sovietica.
I rappresentanti dell’U.R.S.S., che hanno consentito ad esaminare a Parigi, assieme ai governi dell’Inghilterra e della Francia, le proposte di Marshall, hanno smascherato, nella risoluzione di Parigi, l’inconsistenza del tentativo di elaborare un programma economico per tutta 1’Europa. Essi hanno scoperto nel tentativo di creare una nuova organizzazione europea sotto l’egida della Francia e dell’Inghilterra, una minaccia d’ingerenza negli affari interni dei paesi europei e di violazione della loro sovranità. Essi hanno dimostrato che il “piano Marshall” è in contraddizione con i principi normali di cooperazione internazionale, porta in sé la scissione dell’Europa, la minaccia di sottomissione di un certo numero di paesi europei agli interessi del capitalismo americano ed è fondato sulla concessione preferenziale, rispetto agli Alleati, di soccorsi ai consorzi e ai monopoli tedeschi ai quali è evidentemente riservata una funzione particolare nell’Europa. Questa chiara posizione dell’Unione Sovietica ha smascherato il piano degli imperialisti americani e dei loro commessi anglo-francesi.

Prime difficoltà del piano Marshall

La Conferenza di Parigi è scandalosamente fallita. Otto Stati europei hanno rifiutato di parteciparvi. Ma vi è stato anche, fra gli Stati che avevano accettato di partecipare all’esame del “piano Marshall” e all’elaborazione delle misure concrete per 1a sua realizzazione, un certo numero di Stati che non hanno fatto un’accoglienza particolarmente entusiastica a questo “piano”, tanto più che si è visto ben presto come fosse pienamente giustificata la supposizione dell’U.R.S.S., che questo piano è lungi dal rappresentare un aiuto effettivo e reale. Si è riscontrato che il governo degli Stati Uniti non ha nessuna fretta di realizzare le promesse di Marshall. Personalità politiche americane del Congresso hanno riconosciuto che il Congresso non discuterà prima del 1948 le nuove somme stanziate per i crediti promessi ad alcuni paesi europei.
Così è risultato che l’Inghilterra, la Francia e gli altri Stati dell’Europa occidentale che hanno accettato lo “schema di realizzazione” del “piano Marshall” elaborato a Parigi, sono caduti vittime essi stessi del ricatto americano.

Contraddizioni interne del blocco Stati Uniti –
Inghilterra – Francia

Ciò non ostante, i tentativi di formare un blocco occidentale sotto l’egida dell’America continuano.
Bisogna notare che la variante americana del blocco occidentale non può non incontrare serie opposizioni anche nei paesi che già dipendono dagli Stati Uniti, come l’Inghilterra e la Francia.
La prospettiva di restaurare l’imperialismo tedesco come forza reale capace di opporsi alla democrazia e al comunismo in Europa, non può sedurre né l’Inghilterra né la Francia. Qui noi ci troviamo in presenza di una delle principali contraddizioni interne del blocco Inghilterra-Stati Uniti-Francia.
Visibilmente, i monopoli americani, come tutta la reazione internazionale, non pensano che Franco o anche i fascisti greci siano un baluardo più o meno sicuro degli Stati Uniti contro l’U.R.S.S. e le nuove democrazie in Europa. Per
questo essi nutrono speranze particolari sulla restaurazione della Germania capitalista, considerando questa come la più importante garanzia di successo della lotta contro le forze democratiche in Europa. Essi non hanno fiducia né nei laburisti in Inghilterra, né nei socialisti in Francia, considerandoli malgrado la loro compiacenza come “semi-comunisti” non sufficientemente meritevoli di fiducia.
Ecco perché la questione tedesca, e in particolare quella del Bacino della Ruhr, base potenziale militare e industriale del blocco ostile all’U.R.S.S., è l’aspetto più importante della politica internazionale ed è causa di litigio tra gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia.
Gli appetiti degli imperialisti americani non possono non suscitare una seria inquietudine in Inghilterra e in Francia. Gli Stati Uniti hanno fatto comprendere in maniera inequivocabile che essi vogliono prendere la Ruhr agli Inglesi. Gli imperialisti americani esigono anche la fusione delle tre zone d’occupazione e l’aperta formazione in entità politica a sé stante della Germania occidentale sotto il controllo americano. Gli Stati Uniti insistono perché il livello di produzione dell’acciaio sia elevato, nei bacini della Ruhr, sulla base del mantenimento delle imprese capitalistiche che sono sotto l’egida degli Stati Uniti. I crediti promessi da Marshall per la ricostruzione dell’Europa sono considerati a Washington soprattutto come un aiuto agli imperialisti tedeschi.
Così il “blocco occidentale” che l’America sta creando, non ricalca il piano Churchill degli Stati Uniti d’Europa, concepito come strumento della politica Inglese, ma è considerato come un protettorato americano nel quale gli Stati sovrani d’Europa, non esclusa la stessa Inghilterra, avranno una funzione che non è molto lontana dal famoso “49° Stato d’America”.
L’imperialismo americano tratta l’Inghilterra e la Francia sempre più insolentemente e cinicamente. Le deliberazioni a due e a tre sui problemi che concernono la determinazione dei livelli di produzione industriale della Germania occidentale (Inghilterra-Stati Uniti-Francia), deliberazioni che infrangono arbitrariamente le decisioni di Potsdam, dimostrano, tra l’altro, che gli Stati Uniti ignorano completamente gli interessi vitali dei loro soci nelle trattative.
L’Inghilterra, e soprattutto la Francia, sono obbligate ad ascoltare il diktat americano e ad accettarlo con rassegnazione. La condotta della diplomazia americana a Londra e a Parigi, ricorda, sotto molti aspetti, quella che osserviamo in Grecia, dove i rappresentanti americani non stimano neppure necessario rispettare le convenienze, nominano e cambiano a loro beneplacito i ministri greci e si comportano da conquistatori.
Così, il nuovo “Piano Dawes” per l’Europa è, in fondo, diretto contro gli interessi fondamentali dei popoli europei; esso è un piano di asservimento e di sottomissione dell’Europa agli Stati Uniti.

Il piano Marshall contro l’indipendenza dei paesi
democratici

Il “Piano Marshall”, è diretto contro l’industrializzazione dei paesi democratici dell’Europa e, per conseguenza, contro le basi della loro indipendenza. Se, a suo tempo, il “Piano Dawes” per l’Europa fu condannato al fallimento, quando le forze che gli si opponevano erano di gran lunga inferiori a quelle attuali, oggi, nell’Europa del dopoguerra, esistono forze più chee sufficienti, senza parlare dell’Unione Sovietica, che dimostrano volontà e decisione, per dare scacco a questo piano di asservimento. Per i popoli dell’Europa è soltanto questione di mostrarsi pronti alla resistenza e di avere la volontà di resistere. Per quanto concerne l’U.R.S.S., essa impiegherà tutte le sue forze affinché questo piano non sia realizzato.
L’apprezzamento che i paesi del campo antimperialista hanno dato del “Piano Marshall” è stato interamente confermato dal corso degli avvenimenti. Il campo dei paesi democratici, di fronte al “Piano Marshall” ha dimostrato di essere una potente forza che veglia alla salvaguardia dell’indipendenza e della sovranità di tutti i popoli europei, una forza che non si lascia influenzare dalle false manovre della diplomazia del dollaro.

Crediti e ricostruzione

Il governo sovietico non ha mai fatto obiezioni alla utilizzazione di crediti stranieri, in particolare americani; di crediti in quanto mezzi capaci di accelerare il processo della ricostruzione economica. Ciò non ostante, l’Unione Sovietica è sempre partita dalla premessa che le condizioni di credito non devono avere carattere di asservimento, non devono condurre all’asservimento economico e politico dello Stato debitore a quello creditore. Ferma in questo orientamento politico, l’Unione Sovietica ha sempre sostenuto che i crediti stranieri non devono essere il mezzo principale della costruzione dell’economia del paese. La condizione fondamentale e decisiva della ricostruzione economica, deve consistere nell’utilizzazione delle risorse interne di ogni paese e nella creazione di una propria industria. Soltanto su questa base può essere assicurata l’indipendenza del paese contro gli attentati del capitale straniero, che manifesta costantemente la tendenza a utilizzare il credito come strumento di asservimento politico ed economico.
Tale è precisamente il “Piano Marshall” che è diretto contro l’industrializzazione dei paesi europei e mira, per conseguenza, a scalzare la loro indipendenza.

Carattere democratico della politica commerciale
dell’U.R.S.S.

L’Unione Sovietica sostiene instancabilmente che i rapporti politici ed economici reciproci tra i diversi Stati devono erigersi esclusivamente sui principi dell’uguaglianza dei diritti di ogni Stato e nel rispetto reciproco della loro sovranità. La politica estera sovietica e, in particolare i rapporti economici sovietici con gli Stati stranieri, sono basati sul principio dell’uguaglianza dei diritti, che, negli accordi conclusi, assicura vantaggi bilaterali. I trattati con l’U.R.S.S. costituiscono accordi reciprocamente vantaggiosi per le parti contraenti. Essi non contengono nulla che possa nuocere all’indipendenza dello Stato, alla sovranità nazionale delle parti contraenti. Questa caratteristica fondamentale degli accordi tra l’U.R.S.S. e gli altri Stati, balza nettamente agli occhi, sopratutto adesso, alla luce degli accordi ingiusti, basati sull’ineguaglianza dei diritti, che gli Stati Uniti concludono e preparano. La politica commerciale estera sovietica non conosce accordi fondati sull’ineguaglianza dei diritti. Inoltre, lo sviluppo delle relazioni economiche dell’U.R.S.S. con tutti gli Stati che vi hanno interesse, indica su quale base devono stabilirsi normali rapporti tra gli Stati. Basta ricordare i trattati che l’U.R.S.S. ha concluso recentemente con la Polonia, la Jugoslavia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Bulgaria e la Finlandia. In questo modo l’U.R.S.S. indica chiaramente le vie sulle quali l’Europa può trovare un’uscita dalla difficile situazione economica. L’Inghilterra potrebbe avere un trattato di questo genere, se il governo laburista non avesse subito la pressione dall’esterno e lasciato cadere l’accordo in preparazione con l’U.R.S.S.

La concessione dei crediti necessaria all’America
per evitare la crisi

Lo smascheramento del piano americano d’asservimento economico dei paesi europei è un merito indiscutibile della politica estera dell’U.R.S.S. e dei paesi di nuova democrazia.
Bisogna inoltre ricordare che l’America stessa si trova minacciata da una crisi economica. La generosità ufficiale di Marshall ha le sue ragioni. Se i paesi europei non ricevessero crediti americani, la richiesta di merci americane da parte di questi paesi diminuirebbe e ciò contribuirebbe ad accelerare e ad aggravare la crisi economica che si avvicina negli i Stati Uniti. Perché, se i paesi europei danno prova della necessaria fermezza e della volontà di resistere alle condizioni servili di credito, l’America potrebbe vedersi costretta a mollare.

I COMPITI DEl PARTITI COMUNISTI

La funzione del Comintern è stata positiva, ma è
ormai esaurita

Lo scioglimento del Comintern, rispondente alle esigenze dello sviluppo del movimento operaio e alle condizioni della nuova situazione storica, ha esercitato una funzione positiva. Lo scioglimento del Comintern ha messo fine per sempre alla calunnia, propalata dagli avversari del comunismo e del movimento operaio, che Mosca si ingerisse nella vita interna degli altri Stati e che i partiti comunisti dei diversi paesi non agissero nell’interesse del loro popolo, ma secondo ordini dall’esterno.
Il Comintern era stato fondato dopo la prima guerra mondiale, quando i partiti comunisti erano deboli, i collegamenti tra le classi operaie dei diversi paesi erano pressoché inesistenti e i partiti comunisti non avevano ancora dirigenti del movimento operaio universalmente riconosciuti. E’ stato merito del Comintern l’aver stabilito e consolidato i legami tra i lavoratori dei diversi paesi, elaborato le questioni teoriche del movimento operaio nelle nuove condizioni del suo sviluppo, dopo la guerra, l’aver fissato norme comuni per la
propaganda e l’agitazione dell’idea del comunismo e l’aver facilitato la formazione dei dirigenti del movimento operaio. In questo modo si sono create le premesse per la trasformazione dei giovani partiti comunisti in partiti operai di massa. Ma con la trasformazione dei giovani partiti comunisti in partiti operai di massa la direzione di questi partiti, da parte di un unico centro, diveniva impossibile e inadeguata. Perciò il Comintern, che era stato un fattore dello sviluppo dei partiti comunisti, si andava trasformando in un organismo che
frenava questo sviluppo. La nuova fase di sviluppo dei partiti comunisti esigeva nuove forme di collegamento tra i partiti. Queste circostanze hanno determinato la necessità di sciogliere il Comintern e di organizzare nuove forme di collegamento tra i partiti.

Il rafforzamento dei partiti comunisti

Nei quattro anni trascorsi dopo lo scioglimento del Comintern si è prodotto un considerevole rafforzamento dei partiti comunisti, un aumento della loro influenza in quasi tutti i paesi d’Europa e dell’Asia. L’influenza dei partiti comunisti è aumentata non soltanto nei paesi dell’Europa orientale, ma anche in quasi tutti i paesi d’Europa che hanno subito la dominazione fascista, e anche nei paesi che hanno subito, come la Francia, la Finlandia, ecc., l’occupazione fascista tedesca. L’influenza dei comunisti si è rafforzata particolarmente nei paesi di nuova democrazia, dove i partiti comunisti sono diventati i partiti più potenti negli Stati rispettivi.

Deficienze del movimento comunista

Tuttavia, nella situazione attuale dei partiti comunisti, vi sono anche delle deficienze. Alcuni compagni avevano creduto che lo scioglimento del Comintern significasse la liquidazione di tutti i collegamenti e di ogni contatto tra i partiti comunisti fratelli. Frattanto l’esperienza ha dimostrato che un simile isolamento dei partiti comunisti non è giusto, è nocivo e sostanzialmente innaturale. Il movimento comunista si sviluppa nella cornice nazionale, ma nello stesso tempo vi sono compiti e interessi comuni ai partiti comunisti dei diversi paesi. Abbiamo di fronte a noi un quadro ben strano: i socialisti, che sputano veleno per dimostrare che il Comintern detterebbe direttive da Mosca ai comunisti di tutti i paesi, hanno ricostruito la loro Internazionale, mentre i comunisti si astengono persino dall’incontrarsi e, tanto più, dal consultarsi reciprocamente sulle questioni che li interessano, per timore della calunnia dei nemici circa la “mano” di Mosca . I rappresentanti delle diverse attività – gli scienziati, i cooperatori, i militanti sindacali, i giovani, gli studenti – ritengono possibile mantenere tra loro contatti internazionali, scambiarsi le loro esperienze e consultarsi sulle questioni concernenti il loro lavoro, organizzare conferenze e riunioni internazionali, e i comunisti, anche di quei paesi che hanno rapporti di alleanza, si sentono impacciati a stabilire fra di loro relazioni di amicizia. Non c’è dubbio che una simile situazione, se si prolungasse sarebbe gravida di conseguenze molto nocive per lo sviluppo del lavoro dei partiti fratelli. Questa esigenza di consultarsi e di coordinare volontariamente l’azione dei diversi partiti è maturata soprattutto adesso, che il protrarsi di questo isolamento potrebbe condurre a un
indebolimento della comprensione reciproca e talvolta anche a seri errori.

Funzione storica dei partiti comunisti

Poiché la maggior parte dei dirigenti dei partiti socialisti (soprattutto i laburisti inglesi e i socialisti francesi) si comportano come agenti dei circoli imperialistici degli Stati Uniti d’America, spetta ai partiti comunisti la funzione storica specifica di mettersi alla testa della resistenza al piano americano di asservimento dell’Europa e di smascherare risolutamente tutti gli ausiliari interni dell’imperialismo americano. Nello stesso tempo i comunisti devono appoggiare tutti gli elementi veramente patriottici che non vogliono lasciar oltraggiare la loro Patria, che vogliono lottare contro l’asservimento della loro Patria al capitale straniero e per la salvaguardia della sovranità nazionale del loro paese.
I comunisti devono essere la forza dirigente che trascina tutti gli elementi antifascisti amanti della libertà alla lotta contro i nuovi piani americani di espansione e di asservimento dell’Europa.

E’ possibile sventare i piani degli aggressori

Bisogna tener presente che tra il desiderio degli imperialisti di scatenare una nuova guerra e la possibilità di organizzarla, c’è un’immensa distanza. I popoli del mondo non vogliono la guerra. Le forze che vogliono la pace sono così
grandi e importanti, che se esse saranno ferme e tenaci nella lotta per la difesa della pace, se esse daranno prova di costanza e di fermezza, i piani degli aggressori saranno condannati a un completo fallimento. Non bisogna dimenticare che il chiasso degli agenti imperialisti circa i pericoli di guerra ha lo scopo di spaventare la gente indecisa o debole di nervi e di ottenere, a mezzo del ricatto, concessioni all’aggressore.

Non sottovalutare le forze della classe operaia

II pericolo principale per la classe operaia consiste attualmente nella sottovalutazione delle proprie forze e nella sopravvalutazione delle forze dell’avversario. Come nel passato la politica di Monaco ha incoraggiato l’aggressione hitleriana, anche oggi le concessioni alla nuova politica degli Stati Uniti d’America e del campo imperialista, possono rendere i suoi ispiratori ancora più insolenti e aggressivi. Perciò, i partiti comunisti devono mettersi alla testa della resistenza ai piani imperialisti d’espansione e d’aggressione in tutti i campi: governativo, politico, economico, ideologico. Essi devono serrare le file, unire i loro sforzi sulla base di una piattaforma antimperialista e democratica comune e raccogliere attorno a sé tutte le forze democratiche e patriottiche del popolo.

La difesa dell’indipendenza nazionale compito particolare
dei partiti comunisti

Ai partiti comunisti fratelli della Francia, dell’Italia, dell’Inghilterra e di altri paesi spetta un compito particolare. Essi devono prendere nelle loro mani la bandiera della difesa dell’indipendenza nazionale e della sovranità dei rispettivi paesi. Se i partiti comunisti resteranno saldi sulle loro posizioni, se non si lasceranno intimidire e ricattare, se staranno coraggiosamente a guardia di una pace solida e della democrazia popolare, a guardia della sovranità nazionale, della libertA e dell’indipendenza dei loro paesi, se nella loro lotta contro i tentativi di asservimento economico e politico dei loro paesi sapranno mettersi alla testa di tutte le forze, pronte a difendere la causa dell’onore e dell’indipendenza nazionale, nessun piano di asservimento dell’Europa potrà essere realizzato.